Letture da bordo piscina

"Discorso
sulle donne", Natalia Ginzburg.

Una prima lettura è il "Discorso sulle donne",
di Natalia Ginzburg: lo trovate facilmente in rete oppure nel volume "Il pozzo
segreto" (Giunti, 1993):

"L’altro giorno m’è capitato fra le mani un
articolo che avevo scritto subito dopo la liberazione e ci sono rimasta un po’
male. Era piuttosto stupido: quel mio articolo parlava delle donne in genere, e
diceva delle cose che si sanno, diceva che le donne non sono poi tanto peggio
degli uomini e possono fare anche loro qualcosa di buono se ci si mettono, se
la società le aiuta, e così via. Ma era stupido perché non mi curavo di vedere
come le donne erano davvero: le donne di cui parlavo allora erano donne
inventate, niente affatto simili a me o alle donne che m’è successo di
incontrare nella mia vita; così come ne parlavo pareva facilissimo tirarle
fuori dalla schiavitù e farne degli esseri liberi. E invece avevo tralasciato
di dire una cosa molto importante: che le donne hanno la cattiva abitudine di
cascare ogni tanto in un pozzo, di lasciarsi prendere da una tremenda
malinconia e affogarci dentro, e annaspare per tornare a galla: questo è il
vero guaio delle donne (…) Ho conosciuto moltissime donne, e adesso sono certa
di trovare in loro dopo un poco qualcosa che è degno di commiserazione, un
guaio tenuto più o meno segreto, più o meno grosso: la tendenza a cascare nel
pozzo e trovarci una possibilità di sofferenza sconfinata che gli uomini non
conoscono forse perché sono più forti di salute o più in gamba a dimenticare se
stessi e a identificarsi con il lavoro che fanno, più sicuri di sé e più
padroni del proprio corpo e della propria vita e più liberi".

 

Il "Discorso sulle donne" andrebbe riletto
una volta al mese, così, tanto per ricordarsi che i pozzi, dentro e fuori di noi,
sono in agguato. Magari ci finiamo noi o magari, peggio, le nostre figlie. I
pozzi sono sempre uguali ma assumono forme diverse, per trarci in inganno:
perciò, se vivete in Italia, state bene attente alle piscine.

 

"Relazioni
perverse"
,
Sandra Filippini.

Un’altra lettura da raccomandare è il libro
di Sandra Filippini, "Relazioni perverse. La violenza psicologica nella coppia" che Franco Angeli ha pubblicato nel
2006. Questo libro è corto perché l’autrice aveva un cancro e fretta di
scrivere: sperava che quello che aveva imparato tornasse utile agli altri. Alle
altre. E’un libro conteso alla morte e in lotta con il male. Descrivendo un fenomeno
maligno e dandogli un nome, "maltrattamento psicologico", Sandra Filippini ha
lasciato un  dispositivo che consente di
mettere a fuoco qualcosa continuamente a rischio di essere misconosciuto. Il
maltrattamento psicologico è infatti un maltrattamento di tipo particolare, più
sottile e meno immediatamente riconoscibile del maltrattamento fisico, ma non
meno grave.

"Come si diventa vittime di un altro" è il
tema di fondo di "Relazioni Perverse" che muove da un’esperienza dell’autrice
nell’Associazione Artemisia – Centro contro la violenza Katia Franci. Questo
tema chiama il suo complementare: "come si diventa aguzzini di un altro".

Sulla scorta di una signficativa casistica,
si disegna il profilo del perpetratore: ha un assetto narcisistico di
personalità, che può declinarsi in senso "overt" o "covert", in senso caldo o
freddo, più nello stile del pitbull o più nello stile del  cobra secondo le immagini usate da Jacobson e
Gottman ("When men batter women",
Simon & Schuster, New York 1998), 
non riconosce l’esistenza dell’altro ma dell’altro ha assoluto bisogno
per sentirsi vivo ed esistente attraverso l’esercizio del controllo e del
dominio. A questo si aggiunge un tratto perverso, di marca sadica (il gusto nel
controllare una persona e nel provocarle sofferenza) e cinica.

All’ombra di questa configurazione
psicopatologica si sviluppa la relazione della coppia che solo dopo un certo
periodo di tempo, spesso in coincidenza con la nascita di un figlio, inizia a
pervertirsi trasformando uno dei due membri -in genere appunto la donna- in
vittima dell’altro. "Gaslighting" dal film "Gaslight" ("Angoscia" nella versione in italiano) dove un marito cerca di
far impazzire la moglie isolandola e portandola a non fidarsi più delle proprie
percezioni, è diventato un termine in uso nella letteratura anglosassone per
descrivere comportamenti  che hanno lo
scopo di indurre  una persona a dubitare
di se stessa e dei propri giudizi di realtà, a sentirsi confusa o a temere di
stare impazzendo.

Nel corso del graduale ma inesorabile
stringersi delle maglie di un cerchio che la rende vittima, la donna prima
cerca di adeguarsi alle richieste del compagno, di cambiare, di compiacerlo: ma
non va mai bene, lui non è mai contento e anzi si rafforzano e si aggravano,
senza per altro mai diventare precise, le accuse rivolte a lei e il disprezzo
con il quale ormai lui la tratta. Confusa, sola, dubbiosa  la donna perde stima di sé e subisce il
maltrattamento sentendosene colpevole. Più lo subisce più perde in autostima
più pensa di meritarselo. Il giro diventa infernale.

A differenza del perpetratore, la vittima
della violenza psicologica non ha – e qui sta uno dei punti nevralgici e
originali del libro – una storia né un profilo psicopatologico che
giustifichino il suo stato: non è, sostanzialmente, una masochista che abbia
trovato pane per i suoi denti. Generalmente si tratta di una persona normale,
spesso  capace nella sua professione e
nel compito di crescere i figli. La vittima è resa vittima dalla situazione
nella quale si trova e dalla quale non riesce ad uscire. Perché non riesce ad
uscire? E’ la domanda alla quale  si
tenta una risposta nel capitolo "Perché le donne subiscono?"

"Relazioni perverse" è un libro sul male, il
male che si annida là dove sarebbe impensabile trovarlo e dove dunque,
probabilmente, si trova. "Famiglie, io vi odio".

Il male è un tema che la psicoanalisi ha
affrontato a vari livelli a partire dal 1915. Mentre la metapsicologia
psicoanalitica si interroga sull’origine della distruttività umana e
sull’esistenza della pulsione di morte, la clinica si interroga sui fattori in
gioco sostanzialmente dividendosi fra costituzione, educazione e situazione
come i tre principali imputati dell’esercizio della violenza. Posto che tutti
gli umani hanno un fondo di malvagità e di attrazione per la malvagità, come
avviene che alcuni umani si mostrino più malvagi di altri e altri umani più
inermi di fronte alla crudeltà? E’ la domanda.

A questa domanda Sandra Filippini risponde
seguendo due criteri diversi, usando per così dire, due pesi e due misure: il
criterio costituzionale per definire il perpetratore e il criterio situazionale
per definire la vittima. Con una battuta dell’autrice, perpetratori si nasce,
vittime si diventa.

E’ possibile però pensare che ci siano eventi
di vita o elementi situazionali (per esempio la neo paternità o condizioni di
forte stress) che spingano il maltrattante a divenire tale oppure che
favoriscano il risveglio e l’estrinsecazione di tratti psicopatologici di fondo
o che lo sostengano legittimando il suo dominio sulla compagna?

Partita anche dal femminismo, questa ricerca anche
al femminismo e alla riflessione storica, politica e sociale ci riconduce. Ci
riconduce al peso delle ideologie, non solo psicoanalitiche, che sottilmente
svalutano la figura femminile e la inchiodano al ruolo di chi è
"naturalmente" versata a sopportare, di quella dalla quale è giusto
aspettarsi che si occupi con dedizione del marito e dei figli, che faccia dei
sacrifici, che sia pronta a farsi da parte per far posto all’uomo. Se delude
queste aspettative, è legittimo punirla. C’è insomma, ci si può chiedere fra le
tante cose alla fine della lettura, una responsabilità non solo individuale ma
anche sociale  nel processo che rende
l’una vittima e l’altro maltrattante? E ancora, c’è qualcosa nella stessa istituzione
della coppia e della famiglia che le rende luoghi atti a scatenare la violenza?
Potenziali prigioni dove persone relativamente normali tirano fuori il peggio
di sé?

 

Considerazioni
sul cinismo: Filippini, Eiguer, Racamier.

Esplorando la perversione della relazione di
coppia, Sandra Filippini si era occupata del cinismo. Il cinico, diceva citando
Oscar Wilde, è colui che conosce il prezzo di ogni cosa e il valore di nessuna.
Di questi tempi, la cosa è più che mai interessante. Se non siete ancora
stanche, vale la pena di rileggere lo stralcio di un suo lavoro intitolato
"Aspetti perversi nella relazione di transfert", presentato ai Seminari del
Centro Psicoanalitico di Firenze il 12 marzo 2005:

 

"In un interessante articolo del 1999 ("Cynicism: its function in the
perversions". Int. J. Psychoanal 80.4, 671-684), A. Eiguer afferma che il
carattere del cinismo rappresenta una componente essenziale della perversione.
Per il cinico non esiste nulla di buono o di nobile nell’umanità e in
particolare nel suo interlocutore. Al contrario, egli trionfa nel distruggere
bontà e nobiltà, e giustifica la propria mancanza di scrupoli con varie
razionalizzazioni. Ciò che conta davvero per lui è il potere e il dominio sugli
altri. Per Eiguer, il motto machiavellico secondo il quale il fine giustifica i
mezzi è un’espressione di cinismo, molto comune, appunto, nella vita politica.

Con l’onnipotenza che gli deriva dall’assetto narcisistico, il cinico
riesce a convincere gli altri, ad influenzarli, ad indurre in loro sensazioni e
comportamenti che essi non vogliono provare. Riesce, ad esempio, a fare sentire
gli altri colpevoli al suo posto manipolandoli. Ha un tono sprezzante,
caustico, di comando. Pensa, e induce gli altri a pensare, che niente vale, ma
che tutto ha un prezzo – un prezzo che lui vuol far pagare agli altri. Quanto
all’origine di questo tratto di carattere, Eiguer propone due diverse ipotesi:
la prima, che esso prenda origine, al pari di altri impulsi distruttivi,
dall’istinto di morte per come quest’ultimo è stato teorizzato da Freud, e, la
seconda, che esso rappresenti il risultato di un tentativo di compenso rispetto
alla frustrazione: bambini le cui madri non sono riuscite a "lasciarsi usare"
al momento giusto possono fare propria la sensazione che tutto ha un prezzo e
che l’"utile" governa le relazioni tra gli uomini. Non è che per il cinico
l’altro non esista: esso deve però venire ricondotto all’interno della logica
cinica, deve ridurre il suo prezzo e vendersi alle condizioni che il cinico gli
impone. Eiguer propone una lettura del romanzo di Choderlos de Laclos "Les
liaisons dangereuses" come esemplificazione del sovvertimento dei valori
operato dal cinico – in questo caso dalla coppia cinica rappresentata dalla
marchesa di Merteuil e dal suo allievo Valmont.

Per quanto riguarda la mia proposta del concetto di perversione
relazionale, che, lo ripeto ancora una volta, ha preso avvio dal bisogno di
spiegare certe forme del maltrattamento all’interno delle coppie, sono in
particolar modo debitrice agli autori appena citati, Eiguer e soprattutto
Racamier. Del primo mi sembra molto utile l’idea che l’azione del perverso mira
ad un sovvertimento della verità e della stessa logica. Per il cinico la verità
non conta: l’altro, la "vittima" deve uniformarsi alla rappresentazione che il
cinico ne fornisce, deve piegarsi ad essa. Quanto al secondo, egli fornisce
della perversione (parla di "perversione narcisistica") una formulazione
complessa, considerandone vari aspetti. Distingue tra "movimenti perversi" e di
"organizzazioni perverse", per riferirsi a gradi crescenti di stabilità delle
strutture caratteriali corrispondenti; descrive il tratto narcisistico perverso
("caratterosi perversa") e lo stile di pensiero che le è proprio.

Racamier descrive il meccanismo perverso nei nuclei familiari e nei
gruppi, a me interessa mostrarne l’azione all’interno della coppia, indicando
in esso l’origine delle dinamiche di maltrattamento psicologico e tracciando
allo stesso tempo un profilo della personalità del maltrattante.

Come dicevo, la cosa è molto interessante. Sono andata a
rispolverare Paul-Claude Racamier che ne "Il genio delle origini" – 1992,
tradotto e pubblicato da Raffaello Cortina a partire dal 1993 – si sofferma a
descrivere il pensiero perverso (pp. 314-317: leggete!) e il particolare uso
degli oggetti da parte del perverso narcisistico. Gli oggetti ( di solito
persone ) del perverso sono in realtà, per lui, dei non-oggetti, sono ridotti a
"utensili": oggetto-pattumiera, oggetto-zerbino, oggetto-piedistallo, oggetto-pollo.
Oggetto-pollo? Questo forse ci riguarda da vicino, come dire, ci sentiamo a
casa:

 

"Il perverso narcisistico obbedisce a due imperativi: non dipendere mai
da un oggetto e non sentirsi mai inferiore.

Lo scopo positivo è la predazione.

L’oggetto della predazione non può essere che preda o "pollo". Il
perverso narcisistico ha bisogno di pubblico e di prede. Ne trova, ma non per
questo ha degli oggetti o in ogni caso non ne ha nel senso pieno del termine e
certamente non quando esercita la sua perversione.

Questo oggetto della perversione narcisistica è intercambiabile: niente
di più e niente di meno che una marionetta. E’ un utensile.

I suoi contorni sono certo riconosciuti, ma non lo è né la sua realtà
intima né i suoi propri desideri né la sua parte di mistero.

L’oggetto del perverso narcisistico non sarà, dunque, denegato nella
sua esistenza, ma nella sua importanza, non è sostenibile se non a condizione
di essere dominato, maltrattato, sadicizzato, ma soprattutto padroneggiato" (p.
310).

 

Trattare questi temi
senza che la valutazione diagnostica si trasformi in giudizio morale è molto
difficile, mi rendo conto. Nella psichiatria positivistica c’erano i degenerati,
nella psichiatria psicodinamica ci sono i perversi,
categoria ossificata. Ogni categoria clinica del resto corre il rischio di
sclerotizzarsi e/o di trasformarsi in categoria morale. Per questo è molto
utile pensare ai quadri clinici come a modalità
di funzionamento
di un soggetto o a qualità
di una relazione. Ancora, dobbiamo fare attenzione a non applicare
sbrigativamente categorie diagnostiche a complessi fenomeni sociali, politici e
di costume, tuttavia, care "ragazze coccodè", nessuno si augura  la triste fine dell’oggetto-pollo. Dunque
qualche buona lettura può essere di aiuto: come recita il titolo di un
originale libro illustrato a cura di Bollmann e Heidenreich  (edito da Rizzoli con prefazione di Daria
Bignardi), "Le donne che leggono sono pericolose".
Almeno si spera.

Stefania Nicasi 

Firenze, 5 febbraio
2011.