L’uso inconscio del corpo della donna

Dinora Pines

A Woman’s Unconscious use of her body, The University Press London, 1993

Commento di Gabriella Giustino

 

In questo libro non recentissimo (1993) ma molto interessante, l’autrice approfondisce l’uso inconscio del corpo femminile durante le varie fasi del ciclo vitale.

 

Dinora Pines descrive, da un punto di vista psicoanalitico,   possibili situazioni  psicopatologiche relative a questa problematica e fornisce in merito numerose ed esaustive esemplificazioni cliniche.

 

In questo scritto non vorrei  soffermarmi troppo sugli aspetti clinici, teorici e tecnici del libro. Infatti, in considerazione dello spazio a cui è destinata questa mia breve riflessione, vorrei tentare  di fare una sorta  di affresco a partire da quello che la lettura del libro ha evocato in me.  

 

Il corpo delle donne “segnala” in modo molto evidente le crisi di passaggio della vita: dalla pubertà  fino all’età adulta e alla menopausa.

 

 Il corpo concreto, sanguinante, gravido o infertile delle donne,  mette in scena a volte segreti traumi e conflitti inconsci precoci non ancora risolti. Esso è uno strumento d’identificazione ma anche di senso separatezza dalla madre, ed esprime temi psicologici profondi.

 

L’adolescente che scopre di avere un corpo sessuato (che può essere attraente per un uomo),  sente che, forse per la prima volta, il corpo davvero le appartiene . Le prime esperienze sessuali divengono così, se tutto va abbastanza bene, occasioni di conoscenza di se stesse e possono stimolare quel senso di libertà ed autonomia che è il primo passo del percorso verso l’età adulta

 

( con il completamento del proprio senso identità).

 

Tuttavia, se i conflitti con gli oggetti primari sono irrisolti, se la madre, nel mondo interno,  è vissuta come  intrusiva, controllante  o apertamente svalorizzante nei confronti della femminilità della figlia, il corpo può essere usato in modo gravemente psicopatologico. Ecco allora le precoci sessualizzazioni difensivamente utilizzate per colmare il vuoto della carenza materna; oppure lo spingersi troppo in avanti, la seduttività eccessiva e assai precoce verso l’uomo,  che spesso ripropone  malaugurate esperienze compensatorie ed erotizzate con la figura paterna.

 

Il corpo biologicamente fertile ( ma spesso psicologicamente immaturo),  può concepire un bambino nell’attesa inconscia della giovane donna di darsi un significato, di ri-trovare un equilibrio narcisistico. Il bambino, in questi casi,  può essere vissuto come prolungamento di sé, riempitivo illusorio di un vuoto interno incolmabile. Il corpo gravido di una sedicenne (nella nostra cultura) impressiona, spaventa è un paradosso visivo che ci sembra di non poter accettare. In questo senso giustamente l’autrice distingue il desiderio di gravidanza da quello di maternità. Per molte di queste madri- bambine, quando il piccolo diventa  vivo e si fa sentire, il risveglio è drammatico.

 

Esse diventano angosciate e possono viverlo come un alieno da eliminare, che le imprigiona in una scelta per cui sentono di non avere alcuna competenza emotiva. Allora l’aborto,  pianificato o spontaneo, è la risoluzione della  madre che rigetta o uccide, proiettando nel bambino vivo l’odio verso se stessa (o verso la propria madre,verso il proprio passato). La normale ambivalenza inconscia della madre verso il figlio diviene, in questi casi, espulsione violenta, fuga dall’alieno-bambino che invade il corpo. Se il piccolo riesce a nascere, la madre proietterà su di lui gli oggetti traumatici del passato  diventando  maltrattante o  incapace di  convalidare il Sé nascente del neonato. Fortunatamente questi sono casi patologici che spesso hanno alle spalle una relazione complicata e non elaborata con gli oggetti primari.

 

In particolare l’autrice si sofferma  sugli effetti dell’handling (manipolazione)  del corpo della bambina da parte di chi l’ accudisce. Se la madre, ad esempio, s’attarda in manovre intrusive, il corpo ne conserverà la memoria inconscia per sempre e solo un’analisi (che permette di sperimentare un nuovo oggetto capace di vicinanza ma anche di rispetto e separatezza), potrà permettere di elaborare questi eventi traumatici. Il corpo della bambina è spesso oggetto di cure non sufficientemente buone o d’impingment di vario genere: esso è il substrato primario della dipendenza dalla madre. Quindi il desiderio di gravidanza, se scisso e non integrato con quello di maternità, può generare le madri “omicide”  che uccidono  lo sviluppo e la vitalità del figlio. Corpo fertile  e fecondo quando la mente non ha ancora sviluppato uno spazio psichico per la maternità.

 

Anche la scelta del partner è spesso condizionata dalle relazioni con gli oggetti del passato ( che sono inscritte nel mondo interno della  paziente) e può talora reiterare fallimenti, scelte masochistiche di sottomissione all’uomo o,  al contrario,  impossibilità di abbandonarsi a lui.

 

Nei casi in cui invece la donna  non è fertile, o comunque non può concepire un bimbo,  la ferita narcisistica può essere molto profonda e annunciare depressioni e sensi d’inadeguatezza.

 

Il corpo giovane, attraente e fecondo, malgrado le competenze mentali ed emotive, si presta particolarmente ad un uso inconsapevole; ciò che è cosciente e visibile può celare motivazioni nascoste e talora disastrose per cercare di far fronte a carenze, conflitti, aspetti identitari non risolti. Che peso su queste mamme e su questi bambini! Eppure, nel contempo,  che occasione di creatività fisica e mentale, che sviluppo di capacità riflessive preziose e inaspettate genera questo corpo femminile! Quando le cose vanno abbastanza bene, la ricchezza generativa della donna porta con sè un’esperienza mentale di crescita e comprensione profonda dei fatti della vita. Quando invece la complessità dei vissuti inconsci e del disagio prevale, la psicoanalisi si pone come possibile spazio di accoglimento ed elaborazione: spesso riesce a trasformare il vissuto patologico in una nuova esperienza (abbastanza buona) e in un’occasione di crescita (e questo non è poco).

 

Il corpo però invecchia ed il sangue che ha lo segnato e separato dall’infanzia, smette di scorrere. Se ne va via anche la fertilità.

 

 Di nuovo il corpo parla: dice di vecchiaia e di limite dell’esistenza. Ancora una volta la donna deve riorganizzare il proprio senso d’autostima, ri- elaborare il suo futuro, considerare il limite impensabile.

 

  Questo libro attraversa il tema del corpo cosciente, che parla e si fa vedere attraverso le sue trasformazioni esplicite,  e del corpo nascosto che invece è al crocevia della trasmissione  intergenerazionale del “femminile”. Un crocevia attraverso cui  la donna  talora “agisce” metonimicamente le difese, i traumi , le incongruenze del passato.

 

Eppure, allo stesso tempo, il corpo della donna  fornisce sempre una chiave di comprensione profonda e un’ opportunità di trasformazione e mentalizzazione che la psicoanalisi non può sottrarsi dal cogliere.