Bertogna C., Calandrino D., Comazzi M., Luciani L., Pavone F., Scaramelli B., Speroniero D.

FUORI ONDA DAL TRAINING

                                                

Cristina Bertogna, Daniela Calandrino, Margherita Comazzi, Luciana Luciani, Fabrizio Pavone, Barbara Scaramelli e Daniela Speroniero.

Questo lavoro è scritto a più mani e ha preso vita in un gruppo che si è creato circa due anni fa,  come spontanea prosecuzione dell’esperienza dei quattro anni di training psicoanalitico, in una sorta di extraterritorialità, o corridoio, tra la fine del programma didattico del training e l’esame per la qualifica di associatura e il conseguente ingresso, a pieno titolo, nella Società Psicoanalitica, nazionale e internazionale.

Siamo nella Sezione Milanese dell’Istituto di Training della Società Psicoanalitica Italiana, e dei 12 candidati del nostro corso a oggi la metà ha superato l’esame di associatura e l’altra è on the road verso tale traguardo.

L’obbiettivo che il gruppo si è dato è stato quello di leggere e discutere insieme i lavori da presentare per l’associatura. L’esperienza si è poi configurata come una nuova forma di incontro,  in una cornice di vicinanza emotiva, di profonda sincerità e di libertà di espressione. Questo fuori onda ci è parso essere un tentativo di mantenere il legame di appartenenza con la dimensione iniziale del nostro incontrarci e della nostra passione condivisa, l’apprendimento della psicoanalisi, ma al contempo si è rivelata come dimensione estranea e lontana, la possibile associatura con l’ingresso nell’ istituzione psicoanalitica.

Nel corridoio ha trovato forse forma l’esigenza di una struttura di riferimento definita -il nostro gruppo- che potesse avere la funzione fondamentale di fornire delle coordinate provvisorie, a ponte tra training e istituzione, per  l’analista in formazione in modo da non aderire troppo precocemente, nelle storiche maglie istituzionali, a forme concettuali preconfezionate; questo pur riconoscendo, contemporaneamente, il bisogno e il desiderio di appartenenza all’Istituzione stessa e al complesso corpus concettuale in essa contenuta.

Era un oscillare fra più poli, la cornice dell’Istituto di Training, vissuto come lontano e astratto, la dimensione del gruppo tra pari, i candidati, come luogo di appartenenza, di confronto, e infine la dimensione della ricerca di una identità individuale.

L’esigenza era, quindi, quella di trovare un luogo di transito –il gruppo di lettura dei casi- fra un prima definito (il training) e un dopo ancora indeterminato, fra un noi ora (il gruppo del training) e gli altri, gli psicoanalisti (loro/noi) di domani.

Come poter sostare nel transito?

In queste brevi note non vogliamo proporre delle tesi, ma raccontare un’esperienza, dove i concetti di campo e di gruppo si sono rivelati degli strumenti utili per vivere e per pensare questa dimensione.

Il concetto di campo mette in evidenza diverse questioni: l’inestricabile intreccio che esiste fra individuo e gruppo o meglio, fra una struttura gruppale interna al soggetto e una esterna; lo sviluppo del pensiero come funzione intersoggettiva; le problematiche legate al concetto di sincretismo (di cui aveva parlato Bleger), come sfondo anonimo su cui si stagliano, in un’articolazione opposizionale, le interazioni, una sorta di ambiente collettivo, in cui il soggetto è immerso, e che contribuisce alla definizione della sua identità. Anche Bion, attraverso il concetto di assunti di base, aveva descritto una dimensione collettiva anonima e inconscia, che ci appartiene in quanto soggetti e che si rende visibile soprattutto all’interno dei gruppi.

Più o meno negli stessi anni, la scuola psicoanalitica argentina concettualizzava un’idea più ampia di collettivo, chiamandola psicologia degli ambiti: individuale, gruppale, istituzionale, comunitario, livelli che lavorano insieme e che rimandano uno all’altro, come un gioco di matrioske. Un aspetto sociale, basato sull’anonimato e sull’impensato, attraversa i diversi ambiti e arriva all’individuo che, da questo vertice, non è soggetto dei propri pensieri.

Forse appartengono a questo bagaglio anche tutta una serie di idee preconcette sulla psicoanalisi, sulla SPI, su determinate scuole di pensiero (freudiana, kleiniana, bioniana, intersoggettiva…)? Come transitano queste idee nell’istituzione? E nell’organizzazione del training stesso? Potrebbero rappresentare  elementi di una sorta di protostoria, con cui ci ritroviamo a fare i conti nel gruppo e che, in parte, colora anche i nostri pensieri e i nostri romanzi scolastici (o casi clinici). Le tante paure (comuni e sociali) su cosa scrivere e come scrivere, i dubbi sul poter esprimere qualcosa di profondamente personale, o piuttosto la scelta di muoversi con attenzione circospetta, cercando di dire e non dire, inseguendo uno strano insaturo (colmo anche di sospetto e timore), hanno a che vedere con queste aree “ambientali”?

L’esperienza di leggere in gruppo il proprio caso di training dà vita a un nuovo racconto, sia ascoltando se stessi mentre si cerca di “esprimere/creare nella scrittura i propri pensieri e sentimenti” (Ogden, 2012, pVIII), sia ascoltando gli interventi dei colleghi, in una sorta di coro a più voci. Questo sembra avviare anche un nuovo processo trasformativo di quegli aspetti emotivi  indigeriti che accompagnano l’esperienza dell’associatura stessa. Pensiamo ai racconti, tra il leggendario e l’epico, di quei colleghi più anziani che in sede di esame si sarebbero trovati ad affrontare battaglie “all’ultimo sangue”, “tranelli ed imboscate” e che, talvolta, ci hanno lasciato le penne. Ma vi è anche il ricordo dell’esperienza, a momenti frustrante, delle lezioni di training o degli elaborati di fine anno, ove la distanza percepita dal candidato nei confronti degli analisti didatti è così intensa e profonda da produrre negli allievi una sensazione di estraneità: gli analisti si fanno sempre più grandi e gli allievi sempre più piccoli. Eppure allievi e didatti sono anche colleghi e forse avrebbero bisogno, per dirla con Bion, di sentirsi reciprocamente gli uni i migliori colleghi degli altri.

C’è, inoltre, anche una componente che potremmo definire ambigua,nel senso di paradossale e misteriosa, che riguarda i rapporti fra i candidati e i rispettivi analisti personali che escono dalla stanza analitica e compaiono sullo scenario del training in veste di docenti. Ci sono poi i racconti dei compagni di training, non raramente in analisi con lo stesso analista, oppure che sono in supervisione con l’analista di uno del gruppo. E ancora, la riflessione corre alle analisi didattiche che rischiano di contenere delle note di interminabilità, dovute alla natura stessa di un rapporto tra analista didatta e candidato che, come appena accennato, inevitabilmente travalica la cornice della cura analitica per riversarsi nella trama del training, in cui spesso si ricostituisce un legame, attraverso la coppia docente/allievo, ancor più se i due attori fanno parte dello stesso Centro psicoanalitico.

Residui di transfert diversi che sono in cerca di una pensabilità? Tracce di O in attesa di una trasformazione?

Grotstein suggerisce che O rappresenti “la fonte di tutte le nostre angosce (..) Una similitudine interessante è rappresentata da un intrattenimento che si vede al luna-park o nelle sale giochi. Si tratta di una cabina di vetro con uno sterzo di automobile fissato a una parete e dotata di schermo su cui compare una strada in movimento che si dispiega in curve tortuose (..) Scopo del gioco è controllare lo sterzo in modo da rimanere sulla carreggiata che si avvicina formando tornanti inattesi. Questo percorso imprevedibile è O e rappresenta ogni tipo di interazione con uno o più oggetti interni ed esterni. In altri termini, la vita si impone allo sventurato soggetto sia all’interno (entelechia) sia all’esterno (circostanze)” (J. Grotstein, 2010, p. 131); E’ il Soggetto dei soggetti (ibidem p.132), e possiamo pensarlo come il soggetto della socialità: “La nostra O-ità è acquisibile esclusivamente attraverso l’altro, da parte dell’altro e per l’altro” (ibidem p.140).

Forse può rappresentare anche una valida metafora dell’esperienza di apprendimento, dell’imparare la/le psicoanalisi che, come suggerisce Ferro, indaga l’inconscio, ma un inconscio non tanto da svelare, quanto piuttosto inteso come una sorta di possibilità ancora indeterminata, non avvenuta, ma che si co-costruisce come esperienza emotiva: “La psicoanalisi è fondamentalmente un’impresa che coinvolge l’emergenza nel campo della conoscenza (K) dell’inconoscibile, non simbolizzabile, inesprimibile esperienza stessa. L’uso da parte di Bion della parola “emergenza” sta al centro di una comprensione della relazione tra l’esperienza -l’inconoscibile e non simbolizzabile (O)- e la simbolizzabile e percepibile dimensione dell’esperienza (K)” (T. H. Ogden, 2012, p.157).

Nel nostro apprendere la psicoanalisi le relazioni affettive che si stabiliscono fra noi allievi, con i docenti, con i supervisori e con i pazienti, sembrano giocare un ruolo altrettanto importante rispetto al sapere teorico.

E’ come se dovessimo imparare a transitare con i nostri affetti attraverso la conoscenza teorica (qualcosa che va bene per tutti), per riuscire a soggettivizzarla e, in questo modo, cogliere il potenziale ambiguo e di novità (ma anche di fraintendimento) generato dai concetti stessi.

Dobbiamo imparare a camminare sul crinale fra perturbante e sorprendente, attraverso il linguaggio e il racconto. “Ogni forma di conoscenza è narrativa” (U. Eco, La Repubblica 10/4/13), così’ come tutte le comunicazioni (verbali e gestuali) si traducono in narrazioni. L’ambiguità della parola alimenta lo scambio emotivo. “Every thing or event in the field may also be another thing” (Baranger M, Baranger W, 1961-62, p.9) poiché la mente non ha la funzione del cronista e la conoscenza non è cronaca.

Come sostiene Ogden: “I view psychoanalysis and literature as holding in common a profound love and respect for language as vehicle not simply for the expression of thoughts and feelings, but, more importantly, a medium for the creation of thoughts and feelings” (Ogden, rivista psicoanalisi, n.3, annoLIX).

E’ come se ci muovessimo da una parte con Palomar, il personaggio di Italo Calvino, inteso come una sorta di mito del nostro bisogno di avere le idee chiare, e saperle esprimere con estrema precisione linguistica, per controllare il caos di un sapere e di un sentire che si sta esplorando, e dall’altra ci muovessimo più primitivamente con lo zio Jan, uno dei personaggi del romanzo  di Roy Lewis, “il più grande uomo scimmia del pleistocene” che, a proposito dei neandertaloidi, dice: “Non so se sono ominidi. Comunque è una specie notevole. Diversi da noi, certo: sono tutti pelosi, come giganteschi caproni; e conviene che lo siano, con il ventaccio gelido che tira lassù (…) Secondo me sono una razza intelligente (..) Però hanno certe idee un po’ balzane; dovute, forse, alle lunghe notti trascorse nelle caverne tra sogni e racconti” (R. Lewis, 2012, p.80).  Palomar si spinge troppo presto oltre la nostra sensorialità grezza e pelosa, da uomini scimmia del pleistocene,

una sensorialità sollecitata dai venti gelidi di una conoscenza necessaria e mai definitiva, ingombrante eppure utile per creare i nostri sogni, i nostri pensieri e trasformarli in racconti condivisi.

In questo contesto, i racconti dei casi clinici di training, discussi all’interno del nostro gruppo, potrebbero rappresentare tante diverse emergenze, che mettono in gioco l’emergenza-urgenza di associarsi nel passaggio istituzionale dell’associatura, quell’esperienza da neandertaloidi (e da poeti) che si vive nel gruppo e che alimenta il processo che porterà alla nostra identità di analisti?

Un’emergenza che contiene un doppio movimento: un noi (che include la coppia analista-paziente, la coppia candidato-supervisore, il gruppo dei candidati e il gruppo dei docenti) ed un soggetto, in divenire, in continua interazione e trasformazione. E immaginare il caso clinico anche come una metafora che trasporta il soggetto da e attraverso un’esperienza all’interno di quel gruppo e all’interno dell’istituzione, come tre diversi campi relazionali (soggetto, gruppo e istituzione) che si intersecano e si interconnettono costantemente. Narrazioni pensate insieme.

L’apprendimento (così come l’analisi) sembra, dunque, segnato da una irriducibile socialità (Ambrosiano, Gaburri, 2013, p.27). Ciò che ci si scambia contiene le tracce dei diversi campi: “ogni incontro con l’altro ci trasforma, getta la sua ombra su di noi. Per conoscersi l’individuo deve (..) tener conto delle mediazioni trasformative che lo hanno costituito, degli spazi di estraneità interna” (Ambrosiano, Gaburri, 2013, p.27).

Si sposta l’asse verso la molteplicità, in particolare “alla molteplicità degli spazi che organizza e disorganizza il nostro psichismo” (A. Bauleo, 2000, p59) e ai transitie alle loro vicissitudini– che si percorrono in un’esperienza di apprendimento, potendo anche decentrarsi da noi stessi: “In effetti, per conoscersi l’individuo deve decentrarsi, deve tener conto delle mediazioni trasformative che lo hanno costituito. Quello che chiamiamo soggetto o persona eccede l’individuo biopsichico, è frutto di contaminazioni e transiti continui. Il soggetto (..) proprio come le opere d’arte contemporanee, non è racchiuso in una cornice, è uno spazio di scorrimento” (L. Ambrosiano, E. Gaburri, 2013, p.XVII).

Sostare nel transito (e nei transfert?) del training è un ossimoro che ci riporta alla realtà paradossale di cui è intessuta la conoscenza e la stessa vita mentale dell’uomo. E’ un modo per intuire e imparare a percorrere quello “spazio di scorrimento” che è la nostra soggettività psicoanalitica. Anche questo è training.

Bibliografia

Ambrosiano, L. e Gaburri,  E.: Pensare con Freud, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2013

Baranger, M. e Baranger, W. : La situazione psicoanalitica come campo bipersonale, Raffaello Cortina Editore, Milano,1990

Bauleo, A.: Psicoanalisi e gruppalità, Borla, Roma, 2000

Bion, W.: Esperienze nei gruppi, Armando Editore, Roma,1997

Bleger, J.: Simbiosi e ambiguità, Libreria Editrice Lauretana, Loreto, 1992

Calvino, I.: Palomar, Einaudi, Torino, 1983

Ferro, A: Tormenti di anime. Passioni, sintomi, sogni, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2010

Grotstein, J.: Un raggio di intensa oscurità, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2010

Eco, U.: Ogni forma di conoscenza è narrativa, La Repubblica, 10.04.13

Lewis, R.: Il più grande uomo scimmia del pleistocene, Adelphi, Milano, 2012

Ogden, T.H.: Il leggere creativo, Saggi su fondamentali lavori analitici, CIS Editore,Milano, 2012

Ogden, TH in conversation with Luca Di Donna, in Rivista di Psicoanalisi, n.3, anno LIX, Borla, Roma, 2013