Menti migranti, Menti adolescenti. Tra sradicamenti e radicalizzazioni. Firenze, 3 febbraio 2018. Report a cura di A. Ramacciotti

Report: Menti migranti, Menti adolescenti. Tra sradicamenti e radicalizzazioni

A cura di Adriana Ramacciotti

Coordinamento editoriale a cura di Daniela Battaglia

 

La problematica che riguarda la migrazione è oggi quanto mai complessa: abbiamo tutti negli occhi e nel cuore i migranti che vengono dai paesi africani o dal Medio Oriente e che sbarcano in Europa in numero elevato. Le persone che compongono questa moltitudine sono minori non accompagnati, donne che hanno subito violenza, rifugiati, persone disperate che cercano una condizione migliore per poter vivere, delinquenti, terroristi. Questi flussi creano serie problematiche di tipo innanzitutto umanitario, ma anche economico, sociale, sanitario, culturale, di pubblica sicurezza e infine politico. Problematiche che sono difficili da risolvere, non solo per i singoli governi ma anche per tutta la comunità europea.

Per affrontare la complessità di questo fenomeno e la necessità di dare risposte immediate, diverse e puntuali c’è bisogno di avere a disposizione dentro di noi una recettività pensante, in modo tale che “migrante” non sia un termine astratto e ambiguo di dibattito. Una recettività pensante che ci consenta di essere pronti a dire una parola che abbia la possibilità di incidere, di scoprire, di svelare strumentalizzazioni.

Come ci insegna P. Aulagnier (1979) penso siano in agguato almeno due meccanismi: l’alienazione e l’idealizzazione. L’alienazione comporta l’alterazione o la perdita delle capacità critiche e conflittuali senza che il soggetto ne sia consapevole. E, poiché l’alienazione presuppone l’idealizzazione della forza alienante da parte del soggetto e anche da parte di tanti altri, non è quasi mai un fenomeno del singolo. Diverse possono essere le motivazioni che portano al disinvestimento dell’attività di pensiero; ad esempio quando si ha a che fare con un sistema sociale che impedisce di pensare liberamente oppure per seguire un’ideologia dominante, una tendenza, ecc.

Avevo bisogno di soffermarmi brevemente sui recenti – e toccanti –  avvenimenti prima di riassumere una tematica che affronta invece uno dei diversi aspetti del “migrante”.  È possibile trovare aree di contatto tra la mente adolescente e la mente migrante? Sembrerebbe una domanda apparentemente azzardata, se pensiamo solo alla continuità familiare, linguistica e sociale dell’adolescente rispetto a chi cambia paese, lingua e spesso famiglia. Su questo argomento troviamo, invece, interessanti spunti di riflessione nella Giornata di studio internazionale, Menti Migranti, Menti adolescenti. Tra sradicamenti e radicalizzazioni, organizzato dal gruppo Geografie della psicoanalisi e coordinato dall’esecutivo della Società Psicoanalitica Italiana che si è tenuta sabato 3 febbraio 2018 a Firenze.

Lorena Preta, coordinatrice di Geografie della Psicoanalisi, presenta i relatori della giornata e illustra le principali attività che il gruppo Geografia della Psicoanalisi ha svolto negli ultimi anni. (vedere: https://www.spiweb.it/search/geografie+della+psicoanalisi)

 

Anna Nicolò, Presidente della Società Psicoanalitica Italiana, dà inizio ai lavori segnalando per prima cosa quanto hanno in comune l’adolescente e il migrante. Così come l’adolescente migra dall’infanzia all’età adulta dovendo affrontare uno sconosciuto dentro e fuori di lui ed è alle prese con una nuova costruzione identitaria che non di rado può creare dei “breakdown” evolutivi, il migrante ha da integrare una nuova cultura e ha da rifondare una nuova identità. L’autrice cita M.R. Moro (2014) quando si riferisce al processo di métissage, processo risultante dalla doppia integrazione dei riferimenti identificatori, quello nuovo e quello di provenienza, e dalla assimilazione delle regole che governano i due sistemi culturali. (si veda anche: https://www.spiweb.it/search/Marie+Rose+Moro).

Anna Nicolò si sofferma in particolare sul ruolo del mito come tramite e strumento della comunicazione intergenerazionale e transgenerazionale: un vero e proprio ponte che stabilisce una continuità con il passato.

Se il mito è la memoria di un evento e delle relazioni che l’hanno fondato, esso avrebbe dunque la funzione di rielaborare e di ricostruire un’esperienza traumatica tramandandola o rimandandola a successive elaborazioni e a successivi impatti con altre esperienze. La domanda immediata che la relatrice pone è che ruolo abbia il mito nella struttura psichica individuale. Nicolò risponde chiaramente: il mito da una parte potrebbe assolvere una funzione egoica sostitutiva che si oppone alla frammentazione e alla perdita di continuità. D’altra però “potrebbe anche essere la sorgente di identificazioni alienati e abusanti, ossia situazioni dove il soggetto costruisce una parte della propria di identità su un personaggio mitico […]”. Sarebbe questa seconda possibilità una delle componenti presenti nella genesi multifattoriale che caratterizza la nascita di un terrorista, spesso migrante di seconda generazione alla ricerca di un’identità possibile. Il mito diventa un appiglio irrealistico, religiosamente idealizzato che ha caratterizzato un’origine e che consentirà un ritorno trionfante.

E – a proposito delle narrazioni mitiche denominate “nòstoi” – Nicolò conclude la sua relazione citando il lavoro di Tobie Nathan (2001) sui “djinns” dove segnala l’importanza dell’uso delle credenze e dei rituali specifici nella cura.

 

Virginia de Micco, con la passione che la caratterizza, propone “Transizioni, Trasformazioni, Migrazioni: avanzare sui margini”, un dettagliato lavoro dove si intrecciano lo sguardo antropologico e l’ascolto analitico in diverse prospettive teoriche.

Virginia De Micco spiega le motivazioni della scelta della parola “mente” anziché psiche per il titolo di questa giornata. Mente avrebbe la possibilità di rinviare a una matrice organica, dà l’idea di qualcosa di meno definito e sarebbe la base stessa di ciò che prenderà “forme psichiche”. Questo consentirebbe di stabilire un collegamento con le “simbolizzazioni plurime”, concetto coniato da Baranes (2016), indicando l’adolescenza come una particolare condizione relazionale, sensoriale e mentale “in cui ambiente e processo continuamente si riverberano uno sull’altro”. Mente rimanderebbe a una modellizzazione dell’apparato psichico incentrato sulla transizione e sulla trasformazione. In questo modo adolescenza e migrazione sono scenari incentrati su cambiamenti e non su stabilità strutturali e rapporti tra istanze. Quest’instabilità strutturale è in linea con la concezione di soggetto “dislocato”, costitutivamente distopico diverso da un soggetto “allocato” in una topica psichica e situato in un luogo simbolico e culturale.

De Micco sostiene che le migrazioni all’epoca della globalizzazione hanno la singolarità di creare una condizione, come nella mente adolescente: la condizione di essere sospesi, di sostare in trasformazioni spesso senza approdo.

“Vomitata dalla terra” è l’espressione di una migrante che si trova in un centro di accoglienza e che serve a De Micco per illustrare la condizione disperata dei migranti dopo lo sbarco sulle coste italiane: quella di non poter essere da nessuna parte, in nessun luogo o tempo, addirittura in nessun corpo.

“Sostare sui margini, margini di sé o di un mondo che si possa sentire proprio” è la proposta terapeutica di Virginia De Micco. Vale a dire ai margine di ciò che considera lo sradicamento traumatico. Il trauma migratorio nelle recenti ondate migratorie ha assunto aspetti del “disumano” con richiami ai genocidi, sostiene De Micco. Questo determina l’impossibilità di reperire strumenti di simbolizzazione dell’esperienza psichica che si traduce nell’impossibilità di raccontare la propria storia e comporta quindi una sorta di “accomodamento con lacune” (Ferenczi,1932) o il disinvestimento delle tracce traumatiche per rendere l’evento non esistito (Green, 1993).  Ai margini anche dell’assimilazione forzata che comporta una caricatura grottesca imitativa dell’immaginario occidentale il più delle volte disfunzionale.

Quindi “sostare sui margini” per poter, con parole di L. Preta, “ospitare quello che è irreducibile”. (vedere anche: https://www.spiweb.it/cultura/antropologia/in-intimita-con-lorrore-quale-lavoro-psicoanalitico-con-migranti-e-rifugiati/).

 

Jalil Bennani della Società Psicoanalitica del Marocco, propone Gli adolescenti alla prova dell’esilio, un lavoro che, a mo’ di capitolo di un trattato e senza dare niente per scontato, procede compiendo delle distinzioni concettuali. Descrive l’adolescenza come un momento evolutivo nel quale avviene necessariamente l’attacco da parte dell’adolescente all’Io ideale, immagine narcisistica del bambino costituitasi in base alle immagini genitoriali e che si traduce come attacco ai genitori. L’ideale dell’Io costituisce, invece, la vera e propria guida simbolica nel percorso di attingere a nuove identificazioni con maestri e idoli e anche tra pari. Questo delicato processo porta Bennani a definire l’adolescenza come un “esilio”, perché si tratta di una partenza da un ambiente rassicurante verso l’esterno, “da dove vengo e dove vado”. Interrogativo che assume un’altra dimensione quando si tratta dei rifugiati. Bennani, che ha condotto l’Agenzia ONU per i Rifugiati, ci tiene a segnalare che “tutti i profughi sono migranti, ma non tutti i migranti sono profughi. I rifugiati, si trovano costretti a lasciare il loro paesi, non sono protetti dalle autorità del loro paese, ed è questo esilio senza possibilità di ritorno, traumatico in sé”. Bennani si domanda quali sono le caratteristiche della nuova identità, quando si può parlare di pluralità o di integrazione, come avviene la “salsa identitaria” per i delusi del “desiderio d’Occidente”, nemici dell’Occidente col rischio di prendere un’identità pret-à-porter che il discorso jihadista mette a disposizione.

 

Nel lavoro “La capacità dell’analista di migrare: identità e setting interno” di Clelia De Vita, Riccardo Chiarelli, Ludovica Grassi e Rosa Spagnolo, si indagano i movimenti interni dell’analista che si confronta con la migrazione. L’appello che viene fatto all’analista è di mantenere il setting interno, più precisamente di fare spazio a un assetto mentale migrante. Un tipo di assetto che valorizza il lavoro del preconscio, area di transito e di migrazione interpsichica. La qualità migrante dell’analista viene paragonata al lavoro dell’adolescente di accoglienza delle oscillazioni del sentimento di Sé e delle continue rinegoziazioni dell’identità. Anche se, come sottolineano gli autori, il lavoro con i migranti si avvale dell’impiego di “dispositivi psicoanalitici pluripsichici”, i nutrimenti essenziali di questo setting interno viene dato dall’ascolto, l’attenzione fluttuante e il controtransfert. Gli autori presentano la loro esperienza di supervisione di un’operatrice di un Centro Antiviolenza per giovani ragazze reduci di esperienze di sfruttamento e violenza.

 

La prima relazione del pomeriggio è di Denis Hirsch della Società Belga di Psicoanalisi, “La presa in ostaggio del Sé adolescenziale nella radicalizzazione religiosa: identificazione alienante, sradicamento identitario, melanconizzazione nella cultura”.

Hirsch descrive in modo accurato e minuzioso l’alienazione dell’Io del soggetto radicalizzato che avverrebbe su tre livelli. l primo, intrapsichico, riguarda il passaggio dal “contratto narcisistico (Aulagnier, 1975) che inserisce l’infante nel gruppo identitario al patto narcisistico omicida (Kaes, 2009)” , che comporta un Io che si dissolve regredendo verso un Io ideale esaltato.  Si tratta di un Io “ostaggio” e di “una topica pervertita” dove “gli oggetti reali alienanti si spacciano per istanze interne. Del secondo livello, inter-psichico, gruppale e transgenerazionale, Denis Hirsch sottolinea le modalità di trasmissioni (inconsce, zone di silenzio), da una generazione a un’altra, di vissuti di vergogna, delle sensazioni di aver tradito i familiari rimasti in patria, che configura l’immagine svalutata e castrata di padri o antenati. Essi risultano diseredati umiliati e squalificati agli occhi dei propri figli che attraverso la jihad diventano super-musulmani. Hirsch cita Benslama (2017) autore che associa il terrorismo religioso alla perdita melanconica di un ideale narcisistico collettivo, quello di un Islam conquistatore e invincibile.

(si veda anche: https://www.spiweb.it/wp-content/uploads/2017/09/fethi-benslama.-relazione.-lislam-alla-luce-della-psicoanalisi.pdf )

Hirsch, parafrasando Lutto e Melanconia (Freud, 1917) dice “l’ombra del padre decaduto-deludente-odiato, si proietta quindi sull’Io del terrorista che si fa esplodere.” Il terzo livello, quello politico sociale, implica una psicologia collettiva che funziona con i “patti inconsci” (Kaes, 2009). L’autore racconta la sua esperienza nei programmi di de-radicalizzazione e le difficoltà incontrate in particolare con meccanismi di diniego e di scissione.

Non manca nella sua relazione il collegamento con l’adolescenza come la posta in gioco della sopravvivenza dell’oggetto alla prova di distruttività parimenti fondamentale in adolescenza come all’inizio della vita. Così che in mancanza di oggetti affidabili prevale l’agire autodistruttivo, in una logica di auto-generazione e di difese massive contro i legami con l’oggetto, avvertito come invadente e minaccioso.

 

Daniela Scotto di Fasano discute i lavori di De Vita e di Hirsch. Traccia un percorso che collega l’essere senza qualità al vuoto delle idee, riprendendo il concetto di stupidità di Bion, (Bion,1970) per rispondere alla domanda sulla contagiosità del radicalismo. Mentre invita ad acquistare la capacità di migrare mentalmente nel lavoro dell’analista.

 

La giornata si avvia alla conclusione con una tavola rotonda coordinata da Alfredo Lombardozzi che riflette sul rapporto tra scienze sociali e psicoanalisi e con una breve proiezione di un filmato proposto da Fabio Castriota, vice presidente della Società Psicoanalitica Italiana. Castriota ricorda inoltre gli obiettivi del gruppo PER (European Psychoanalyst for the Refugees) avviato dalla SPI nel marzo 2016.

(si veda anche: https://www.spiweb.it/search/castriota )

 

La giornata si conclude con l’intervento di Massimo Vigna Taglianti, Segretario Scientifico della Società Psicoanalitica Italiana, che attraverso il resoconto di un frammento di analisi di un adolescente, italiano, molto sofferente, con sintomi che potrebbero fare pensare a rischi di agiti e di radicalizzazione, ribalta la prospettiva offrendo un nuovo scenario di riflessione. Piuttosto che sul migrante come entità specifica, l’accento viene posto sui processi di soggettivazione che entrano in gioco in diversi momenti della vita, e che sono  tanto importanti anche e soprattutto nella costruzione dell’identità dell’adolescente.

 

Una giornata con una notevole partecipazione di pubblico che ha favorito uno scambio vivace con i relatori, in una sede adatta, l’Educatorio del Fuligno di Firenze, noto per i suoi storici rapporti con adolescenti e migranti.

Mente Migranti Menti Adolescenti ha visto la Società Psicoanalitica italiana impegnata in prima linea nel manifestare la sua sensibilità di fronte a una grave emergenza sociale, attraverso la propria esperienza di lavoro con migranti e la comprensione delle dinamiche psicologiche presenti così come viene testimoniato dal gruppo Geografia della psicoanalisi, dal gruppo PER, e dalle numerose pubblicazioni in merito.

Mente Migranti Menti Adolescenti ha visto anche la SPI impegnata nel delicato lavoro quotidiano di dare il suo contributo specifico alla cura e alla comprensione della sofferenza.

Bibliografia

Aulagnier P., (1975). La violenza dell’interpretazione. Roma, Borla,1994.

Aulagnier P., (1979) Les destins du plaisir – Aliénation, amour, passion – Le fil rouge. Presses Universitaires de France.

Baranes J.J., Linguaggi e memoria del corpo in psicoanalisi, Alpes, Roma, 2016.

Bion W.R., 1970, Attenzione e Interpretazione, Armando, Roma, 1973.

Ferenczi S.,(1932) Diario Clinico, Cortina, Milano.

Green A., (1993) Il lavoro del negativo, Borla, Roma, 1996.

Freud S. (1917). Lutto e Melancolia. O.S.F., 9.

Kaës R.(2009). Le alleanze inconsce. Roma, Borla, 2010.

Nathan T., (2001) “Ma cosa vogliono i djinns dagli umani?”, Interazioni, 15,1, pp. 94-102.

Menti Migranti, Menti adolescenti. Tra sradicamenti e radicalizzazioni. Firenze, 3 febbraio 2018

Vedi anche: