La Cura

Forme della genitorialità. Barbara Giorgi e Cristina Nanetti

Bambini e adolescenti
Forme della genitorialità. Barbara Giorgi e Cristina Nanetti
Vincent van Gogh, First Steps (1890)

Parole chiave: funzione genitoriale; corpo; identificazioni; relazione diadica e triadica; lutto; riparazione; burnout genitoriale.

Forme della genitorialità

Barbara Giorgi e Cristina Nanetti

Il desiderio del figlio

Il desiderio di avere un figlio è un fatto psichico profondo che affonda le sue radici nell’inconscio di ciascuno di noi, nella propria storia personale e familiare. Ė un desiderio che parte da molto lontano, dalla creatività insita nella specie umana, da quello spazio psichico, interno alla persona, che, come una stanza in attesa di essere arredata, si arricchisce con la nascita di un figlio.

Non sempre, e non tutti i desideri portano alla genitorialità. Ci sono desideri che restano nell’invisibile, che attendono le generazioni future per potersi realizzare. Ci sono figli mai nati, perduti, figli impossibili.

Monique Bydlowski (2020), psicoanalista francese che per trenta anni ha lavorato nel reparto di ostetricia dell’ospedale Antoine-Béclère di Clamart, scrive: “C’è un contrasto immenso tra la realtà fisiologica della fecondazione e il peso delle rappresentazioni mentali, per la maggior parte inconsce, che abitano il desiderio dei futuri genitori. Questo contrasto dà al concepimento umano una dimensione di mistero: il bambino è sognato, immaginato o temuto ancora prima di essere concepito.” (pag. 24)

Nella società attuale, le esperienze di genitorialità sono diverse tra loro. Pensiamo alle genitorialità eterologhe, agli affidi, alle adozioni, alle tecniche di PMA, alle maternità surrogate, alle genitorialità omosessuali e delle persone che hanno intrapreso percorsi di variazione del loro genere biologico. In linea di massima, in questa pluralità di forme genitoriali, le tracce psichiche di questo desiderio sono diverse per la donna e per l’uomo, o, in senso più ampio, per chi porta avanti la gravidanza, inteso come l’oggetto contenitore, e chi la affianca.

Nella donna, o comunque in chi porta avanti la gravidanza, il desiderio di un figlio è intrecciato all’esperienza del corpo (sede della gestazione e contenitore di fantasie inconsce sul nutrimento, la fusione, la continuità della vita) e alle identificazioni con la propria madre. Durante la gestazione, il desiderio si ristruttura e può oscillare tra idealizzazione e angoscia, tra aspettative e timori. La gravidanza può, ad esempio, riattivare lutti antichi, investendo così il nuovo figlio di una funzione riparativa o sostitutiva che può ostacolare il riconosciuto della sua alterità.

Nell’uomo, o chi affianca la gestante, il desiderio paterno si intreccia alle identificazioni con il proprio padre, ai temi della trasmissione e della continuità generazionale, ma, anche, alla paura della rivalità e della perdita di centralità nella coppia. Non potendo vivere la gravidanza attraverso il proprio corpo, il desiderio di un figlio può essere mediato e più tardivo. La paternità si costruisce più nel tempo che nello spazio interno, si realizza spesso nel legame concreto con il figlio, dopo la sua nascita. Per sentirsi padre è dunque necessario un certo lavoro psichico, potremmo dire una sorta di gravidanza psichica, che sfugge al controllo sensoriale e percettivo ed entra nel campo della cultura. Questa gravidanza psichica, passa necessariamente dal riconoscimento della bisessualità psichica e della propria parte femminile.

Ricordiamo il rito universale della Couvade, in uso tra i popoli antichi che vivevano in aree geografiche anche molto distanti tra loro, proprio ad indicare l’universalità del rito stesso. Ė un rito di nascita ancestrale, antichissimo, nel quale il padre si dichiara malato e si mette a letto qualche giorno dopo la nascita del bambino. Nella cultura dei popoli antichi questo rito serve a protezione dalle forze maligne; in verità, nel suo significato simbolico, il rito esprime il malessere paterno provocato dall’identificazione con la donna che partorisce e la rivalità nei confronti del nuovo nato.

In linea di massima, possiamo quindi affermare che il desiderio materno è più spesso legato a una dinamicafusionale simbolica (sentire crescere qualcosa dentro di sé, rinnovare il legame con la madre, riparare o confermare la propria identità femminile); mentre il desiderio paternotende ad essere piùtriangolato e separativo (riguarda il passaggio generazionale, l’autorizzazione sociale, il confronto con il proprio padre).

Il periodo perinatale

All’interno di una coppia, l’esperienza della genitorialità apre alla necessità di pensare, rinnovare e trovare un nuovo spazio psichico. Gli assetti narcisistici e di reciproco sostegno, sui quali la coppia si è costituita, subiscono un vero e proprio scossone, è necessario trovare un nuovo equilibrio che consenta, al progetto genitoriale, di essere sufficientemente idealizzato per potere permettere la messa in un angolo delle proprie aspirazioni narcisistiche, dell’impulso sessuale e procreativo.

Ma la nascita di un figlio rappresenta, soprattutto, un punto di incontro tra passato e presente, tra ciò che è stato ricevuto, e che può essere tramandato, e ciò che viene trasformato.

Selma Fraiberg (1999) scrive che nella stanza di ogni bambino ci sono dei fantasmi, i visitatori del passato non ricordato dei genitori. Quando la qualità dei legami familiari riesce a proteggere i genitori e il figlio da questi intrusi, i fantasmi maligni ritornano nelle loro dimore sotterranee, ma questo non significa che non possono causare guai. Dal passato non elaborato dei genitori questi intrusi possono irrompere nella famiglia e scegliere di sostare nelle stanze della casa; a volte la loro sosta è temporanea, altre volte può essere duratura. Può essere difficile riconoscere questi fantasmi come appartenenti al passato dei genitori, perché, può accadere, che gli stessi intrudano le dimore delle famiglie da tre o più generazioni.

Questo lavoro di protezione dai fantasmi è un compito cruciale per la coppia genitoriale, e si rinnova ad ogni tappa evolutiva dei figli. Richiede un lavoro di introspezione, attento e costante, lungo tutto il cammino del prendersi cura.

Nel periodo della gravidanza “l’esperienza di diventare genitore riattiva il ricordo di come si è stati trattati da neonati e poi da bambini. (…) nella mente dei neo genitori è già presente una ricca esperienza: entrambi accoglieranno il loro bebè non solo con i pensieri consci adulti, ma anche con i ricordi consci e inconsci di quei primi anni in cui erano accuditi dai loro stessi genitori. (Quagliata E.; Reid M, 2010, pag. 11)

La trasparenza psichica (Bydlowki M., 2020), quello stato di sensibilità che si attiva nella madre durante la gravidanza, prosegue anche nel periodo perinatale, rendendo la madre più recettiva verso il bambino, ma anche più vulnerabile. Questo è un periodo di grande riorganizzazione, per il neonato e per la coppia genitoriale, tutti alle prese con trasformazioni psichiche che risulteranno fondanti.

Dalla diade alla triade

Freud, nel suo lavoro “L’uomo Mosè e la religione monoteista: tre saggi”, scrive: “questo volgersi dalla madre al padre segna oltre a ciò una vittoria della spiritualità sulla sensibilità, cioè un progresso di civiltà, giacché la maternità è provata dall’attestazione dei sensi, mentre la paternità è ipotetica, costruita su una deduzione e una premessa.” (pag. 432)

Se madre e bambino sono avvolti in una prossimità che ha qualcosa di fusionale, lo sviluppo psichico del bambino si compie attraverso il passaggio alla triade, grazie alla funzione paterna che introduce nella relazione primaria la differenza e il limite.

Alfred Tomatis (1972), medico, studioso dell’ascolto prenatale, scrive che “la donna è in stato di gravidanza, non di “sua” gravidanza” (pag.114), sottolineando così, fin dalla gestazione, una forma di alterità. Il bambino non è un prolungamento del corpo materno, è un altro che abita temporaneamente un corpo non suo. In questa prospettiva, il “lasciar andare” comincia prima della nascita, è una disposizione interiore che la gravidanza stessa, se attraversata consapevolmente, può coltivare.

Potremmo dire che, se la relazione diadica è il luogo in cui il bambino comincia a sentirsi esistere, la triade è il luogo in cui comincia a esistere come soggetto separato. Questo passaggio richiede alla coppia genitoriale la capacità di sostenere quell’importante e prezioso lavoro psichico che è l’elaborazione del lutto.

In questo senso, la genitorialità è, forse, l’esperienza umana che più si confronta con la necessità di elaborare il lutto, perché ogni fase della crescita del figlio richiede ai genitori di rinunciare anche a qualcosa: ad un’immagine ideale, ad un’aspettativa, talvolta ad una parte di sé. E questa rinuncia è fondamentale per poter riconoscere il figlio nella sua soggettività e alterità, per accompagnarlo nella sua crescita.

Il genitore sufficientemente buono

Donald W. Winnicott ha descritto con precisione quello stato di quasi totale dedizione che caratterizza le prime settimane di vita, consentendo alla madre di adattarsi ai bisogni del bambino per permettergli di sperimentare una continuità dell’esistenza, un senso di sé. Da questo stato iniziale, così fondante, è importante che la madre lasci emergere piccole attese e tollerabili mancanze, attraverso le quali il bambino può iniziare a costruire il proprio spazio interno.

Nel suo libro, Colloqui con i Genitori (1993), Winnicott ci offre spunti preziosi sull’esperienza della genitorialità, sottolineando come nessuna madre possa in verità diventare sensibile ai bisogni del proprio figlio senza provare ambivalenza e sensi di colpa, poiché “amare è una faccenda complicata e non un semplice istinto” (pag. 4).

Il volume, che raccoglie le conversazioni radiofoniche per la BBC tenute da Winnicott dopo il 1955, è, a nostro parere, un libro tutt’ora attuale, nel quale, con la sua genialità, Winnicott sottolinea l’importanza di essere un genitore sufficientemente buono, sufficientemente capace di nutrire dubbi su se stesso per potersi sentire pienamente responsabile.

Proprio questo richiamo alla responsabilità genitoriale ci sembra molto attuale, poiché attraverso la responsabilità il buon genitore può rimanere abbastanza stabile da essere un riferimento, abbastanza vivo da essere reale, abbastanza affidabile da sostenere, abbastanza imperfetto da permettere al figlio di separarsi da lui.

Soprattutto, ci sembra importante sottolineare che il buon genitore ha la preziosa possibilità di riparare. La riparazione, in senso kleiniano, significa avere la possibilità di aggiustare ciò che è stato danneggiato nella realtà o con la fantasia, e, in questo modo, la relazione di cura si fa motore dello sviluppo psichico.

La genitorialità

K.K. Novick e J. Novick (2005) definiscono la genitorialità come una tappa evolutiva dello sviluppo. Secondo questi autori, questa tappa può essere solidamente raggiunta oppure restare fragile e prescinde dall’esistenza di un figlio. “La genitorialità è una fase normale dello sviluppo dell’adulto (…) indica la capacità di creare, di prendersi cura, di proteggere, di nutrire, di amare, di rispettare e di provare piacere per qualche cosa o qualcuno oltre se stessi. Come tale, non comporta necessariamente generare e allevare bambini.”  (pag. 37)

Nella nostra esperienza[1], ci riferiamo alla genitorialità come una funzione psichica, uno stato della mente che, una volta raggiunto in senso evolutivo, ci accompagna per tutta la vita. Implica la capacità di trovare un equilibrio tra i propri bisogni narcisistici e quelli del figlio, la responsabilità di gestire una relazione di cura (che è per forza verticale), la competenza verso qualche cosa che è irreversibile.

Non si esaurisce nell’accudimento dei figli ma trova, nella loro esistenza, un prezioso arricchimento, poiché il figlio sollecita una serie di aggiustamenti nei genitori ampliando l’elaborazione di traumi e conflitti con le figure significative del passato. In un certo senso, possiamo dire che i figli obbligano i genitori a fare i conti con le proprie forze psichiche ma, anche, con la propria impotenza, l’incertezza, la paura.

Del resto, come scriveva Winnicott, la relazione di cura implica, di per sé, la capacità di tollerare quel complesso intreccio tra amore e fatica, tenerezza e irritazione che è proprio dell’ambivalenza.

La clinica contemporanea ci mostra quanto questa funzione genitoriale sia esposta, ai giorni nostri, a nuove forme di fatica. I ruoli genitoriali sono più fluidi, le configurazioni familiari più articolate, il sapere sull’infanzia è più diffuso, ma anche più frammentato e contraddittorio. Le tecnologie entrano precocemente nella vita delle famiglie, modificando i ritmi dell’attenzione e della presenza. Il confronto, un tempo circoscritto alla famiglia allargata, avviene oggi anche in spazi virtuali che, se da un lato possono offrire possibilità di pensiero, dall’altro possono amplificare ansie e sensi di inadeguatezza.

Così, intorno agli anni 2000 la ricerca scientifica ha individuato il Burnout Genitoriale[2], una condizione psichica che un tempo era forse impensabile. Si tratta di uno stato di esaurimento emotivo che si manifesta con una perdita progressiva di piacere nella relazione con il figlio, un senso di inadeguatezza, una distanza affettiva che i genitori stessi vivono con vergogna e senso di colpa.

Assistiamo così ad un paradosso culturale. Mentre Winnicott parlava di un genitore sufficientemente buono, che poteva riparare, la società contemporanea sembra chiedere ai genitori di essere idealmente perfetti.

Per Winnicott, raggiungere i genitori attraverso le sue conversazioni radiofoniche, era un modo per fare prevenzione. Noi pensiamo che lavorare psicoanaliticamente con la genitorialità sia non solo un modo di fare prevenzione, ma di prendersi cura del futuro psichico che riguarda tutti. Lo sguardo psicoanalitico consente di aiutare i genitori a capire e dare un senso a quello che stanno facendo, consente di illuminare quelle rappresentazioni psichiche che chiamiamo i genitori interni, rappresentazioni costruite nel corso della vita attraverso le relazioni di cura, che continuano a sostenerci ben oltre l’infanzia e la fase attiva della genitorialità.

Senza dei buoni genitori interni è difficile invecchiare. Sono loro che, nelle fasi di transizione, ci permettono di reggere l’angoscia della dipendenza, di tollerare la riduzione progressiva dell’onnipotenza, di trovare un senso. Sostenere la genitorialità significa, anche, lavorare su ciò che, sedimentandosi nel tempo, diventerà la base psichica con cui ciascuno affronterà la propria vecchiaia.

Bibliografia

Bydlowski M. (2020) Devenir mère: à l’ombre de la mémoire non consciente. Trad. it. Diventare madre. All’ombra della memoria non cosciente. Astrolabio, Roma, 2022.

Fraiberg S. (1999) Il sostegno allo sviluppo. Raffaello Cortina, Milano.

Freud S. (1934 – 1938) L’uomo Mosè e la religione monoteista: tre saggi. In OSF, Vol 11.

Novick K.K.; Novick J. (2005)Working with parents makes therapy work. Northvale, NJ: Jason Aronson. Trad. it. Il lavoro con I genitori. I migliori alleati nella psicoterapia con il bambino e l’adolescente. Franco Angeli, Milano (2009).

Quagliata E.; Reid, M. (2010) A cura di. Diventare genitori. Il concepimento, la gravidanza, il primo anno di vita. Astrolabio Ubaldini, Roma.

Tomatis A.A. (1972) La libération d’Œdipe. ESF Ėditeur. Trad. it. Dalla comunicazione intrauterina al linguaggio umano. La liberazione di Edipo. Ibis, Varese.

Winnicott D.W. (1993) Talking to parents. Trad. it. Colloqui con i genitori. Raffaello Cortina, Milano, 1996.


[1] Dal 2022 abbiamo ideato il progetto Essere Genitori, all’interno del quale lavoriamo con la genitorialità conducendo incontri formativi, gruppi clinici e consultazioni.

[2] Se ne è discusso al Convengo Genitorialità Contemporanee: voci in dialogo; organizzato dalla prof.ssa Elena Trombini, il 19 febbraio 2026 a Bologna.

Forme della genitorialità. Barbara Giorgi e Cristina Nanetti Monica Castellini

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