Parole chiave: angoscia, procedere del pensiero freudiano, impotenza biologica, impotenza psichica
In occasione del centenario della edizione di “Inibizione, sintomo, angoscia” avvenuta nel 1926, pubblicheremo alcuni lavori che riguardano questo importante scritto del corpus freudiano. Pur originando da una ricorrenza, confidiamo che questa scelta non abbia solamente un intento celebrativo, ma sia frutto diell’ avvicinarsi in modo approfondito e dialettico agli sviluppi del passato. Pensiamo che la capacità di soffermarsi su elementi fondanti della psicoanalisi con una lettura attenta ed anche critica, ma in continuo contatto e scambio con gli sviluppi successivi riguardi una sorta di manutenzione dei concetti. Manutenzione necessaria, prolifica e vitale per la crescita dell’identità psicoanalitica in quel processo parallelo tra arricchimento e maturazione del corpo generale della nostra disciplina e di ognuno di noi psicoanalisti.
Iniziamo, dunque, con uno scritto di Nelly Cappelli Psicoanalista Membro Ordinario con Funzioni di Training della Società Psicoanalitica Italiana e dell’I.P.A.:
“La problematica trattazione del tema dell’angoscia, dalla prima formulazione alla revisione, in Inibizione sintomo e angoscia”
Questo testo è una versione rivisitata e ampliata di un lavoro presentato il 25 ottobre 2025, alla Casa della Cultura a Milano, in occasione del Convegno organizzato dal Centro Milanese di Psicoanalisi per il centenario della stesura di Inibizione, sintomo e angoscia.
Buona lettura
Fausta Cuneo
Nelly Cappelli
La problematica trattazione del tema dell’angoscia, dalla prima formulazione alla revisione, in Inibizione sintomo e angoscia
In Propedeutica, André Green scrive: «Disgraziatamente, quando si sforza di spiegare lo psichismo umano, la teoria non può evitare questo dilemma: o essere chiara, semplice, utile senza rendere sempre giustizia alla complessità del suo oggetto, oppure sforzarsi di rispettare questa complessità e pagarne il prezzo mantenendo al proprio interno oscurità, contraddizioni, ambiguità e malintesi» (1995)[1]. La teoria freudiana è complessa, raffinata, articolata, fatta di avanzamenti, problematiche, revisioni, nuove intuizioni, fantasie scientifiche; lascia insature alcune questioni, in attesa di chi, a venire, proseguirà la ricerca.
Com’è noto, nell’estate del 1925, Freud scrisse due opere: l’articolo La negazione che fu pubblicato a settembre e un saggio più ampio, Inibizione, sintomo e angoscia che venne stampato a febbraio del 1926. Il commento, presumo velato di autoironia, di Freud, a quest’ultimo lavoro, fu: «Contiene varie cose nuove e importanti, riprende e corregge molte conclusioni precedenti, ma in generale non è un buon libro». Anna Freud e Ernst Jones lo convinsero a pubblicarlo.
Il volume è composto da undici capitoli. L’undicesimo si intitola Aggiunte: precisazioni, modificazioni sviluppate in tre paragrafi che, a loro volta, contengono sottoparagrafi. Si coglie lo sforzo di chiarire difficoltà lasciate aperte ed è ancor più interessante vedere come, ad ogni accenno di risposta, si presentino nuove questioni.
Di seguito, mettendo tra parentesi gli altri temi (inibizione e sintomo) e le relative correlazioni[2], cercherò di tratteggiare le vicissitudini dell’angoscia, le trasformazioni di questo concetto, mossa anche dall’intenzione di esemplificare l’inesausto procedere del pensiero freudiano.
L’argomento esordisce nella Minuta E, indirizzata a Fliess (1894)[3]. Freud cerca di individuare l’eziologia delle «nevrosi attuali», contrapponendola a quella delle psiconevrosi. Ritiene che, in entrambi i tipi di nevrosi, la causa sia sessuale ma, per quanto riguarda le nevrosi attuali, l’origine vada cercata nel presente e non risieda in antichi conflitti infantili; sostiene inoltre che i sintomi derivino direttamente dall’assenza o dalla inadeguatezza del soddisfacimento sessuale. Poniamo che si provochi un’eccitazione libidica che non viene soddisfatta, né utilizzata: al posto di questa libido, deviata nel suo decorso verso la scarica, subentra l’angoscia. L’idea è che se un ingorgo energetico non può scaricarsi per via somatica, dovrà cercare un’altra via di scarica. Tra gli esempi, Freud enumera la pratica del coito interrotto e l’astinenza delle vergini e delle vedove.
Si noterà che, in questa prima formulazione, descrittiva, «fenomenologica», la dimensione psichica entra in gioco solo perché fallisce: non riesce a legare le rappresentazioni dovute all’eccesso di tensione sessuale. Se la questione viene posta in questi termini, si deve inferire una trasformazione diretta della libido in angoscia. Freud non sembra del tutto convinto e, nel 1897, scrive: «Ho deciso di considerare d’ora in avanti come fattori separati ciò che causa la libido e ciò che determina l’angoscia»[4].
Giusto! Infatti, come fa, la libido a trasformarsi in angoscia? La questione è difficile da risolvere, tant’è che nei Tre saggi sulla teoria sessuale (1905), in una nota aggiunta nel 1920, Freud lascia ancora aperto il quesito e, quasi, sembra accontentarsi di una metafora: «Che l’angoscia nevrotica derivi dalla libido, ne rappresenti un prodotto di trasformazione e dunque abbia con essa all’incirca un rapporto dell’aceto con il vino, è uno dei più importanti risultati dell’indagine psicoanalitica»[5]. Troviamo un’analoga discussione di questo tema nella Lezione 25 di Introduzione alla psicoanalisi (1915-1917), intitolata “L’angoscia”[6]. Il che equivale ad ammettere una sorta di automatismo. Non è casuale che Freud parli, all’epoca, di angoscia automatica. Questa idea persisterà fino a L’Io e l’Es (1922), dove l’Io è rappresentato in difficoltà, rispetto alle spinte dell’Es.
Ma, in Inibizione, sintomo e angoscia, Freud considera che l’Io non sia poi così disarmato. Gli basta mandare un segnale di dispiacere (angoscia) per riuscire a farsi sentire[7]. Allora il quadro cambia: è l’Io, la sede dell’angoscia e, dunque, viene respinta l’ipotesi, precedentemente formulata, che sia la libido a trasformarsi automaticamente in angoscia.
Un altro tema rilevante riguarda la doppia fonte dell’angoscia. Nella prima teoria dell’angoscia, il ruolo svolto dalla realtà esterna è secondario: la realtà concreta fornisce l’occasione (il cavallo, il lupo, la mancanza…) perché l’angoscia si manifesti. Ma non è la realtà concreta a generare l’angoscia. A generarla è il pericolo pulsionale endogeno. Non dimentichiamo, tuttavia, che proprio nel 1916, nella Lezione 25 “L’angoscia” (sopra menzionata), aveva sottolineato l’importanza di un’angoscia reale[8](Realangst). Il sostantivo Real non definisce l’angoscia, ma indica cosa la induce. Le osservazioni che seguono mostrano che Freud non si riferisce genericamente ad un’angoscia dinanzi alla realtà, ma indica l’angoscia di fronte a un pericolo reale. Una volta considerata come reazione adeguata alla percezione di un pericolo esterno, l’angoscia è ascrivibile alla pulsione di autoconservazione. Non sfugge, ovviamente, a Freud, che l’angoscia, e la paralisi che ne può derivare, non sempre sia una soluzione appropriata per sfuggire al pericolo.
Vediamo come affronta, in Inibizione, sintomo e angoscia, questi punti lasciati in sospeso.
Intanto, diciamo che Freud riconosce che la nascita è la prima cesura, ma non riconduce ad essa tutte le successive situazioni angosciose, come invece fa Rank[9]. Conviene ricordare che, già nella Lezione 25[10], Freud si era soffermato sull’affetto dell’angoscia, in quanto ripetizione dell’atto della nascita, in cui sentimenti spiacevoli, impulsi di scarica e di sensazioni corporee creano un misto di sentimenti spiacevoli che diventano il prototipo di un pericolo mortale. Collegando l’interruzione del ricambio del sangue durante la nascita ipotizza che la prima angoscia debba essere stata un’angoscia tossica. Risale all’etimo latino del vocabolo Enge, Angst: angustiae da cui deriva anche il termine italiano angoscia e ne sottolinea il significato di restringimento (strettezza) del respiro, simile al senso di soffocamento provato nei momenti di angoscia. Detto questo, per Freud, alla nascita, l’apparato psichico del neonato non è ancora pronto a fornire una rappresentazione di ciò che avviene e l’evento è semplicemente rilevato a livello di impressioni cinestesiche e sensoriali. Tuttavia, com’è noto, esse hanno importanza, perché possono sempre rimanere nell’inconscio in cerca di una rappresentazione o affetto cui legarsi.
In Inibizione, sintomo e angoscia, ancor più esemplare è vedere come Freud riprenda il caso del piccolo Hans[11] e, con le debite differenze, il caso dell’Uomo dei Lupi[12].
In prima battuta, giunge a una formula che, nell’impostazione, si rivelerà innovativa ma che richiederà un ampliamento: scrive infatti che la forza motrice della rimozione è la paura dell’evirazione. «I contenuti angosciosi di essere morsi dal cavallo o divorati dal lupo sostituiscono, deformandolo, il contenuto seguente: essere evirati dal padre»[13]. È qui che dice che il contenuto affettivo angoscioso della fobia non deriva dal processo di rimozione, ma dal rimovente stesso. Si tratta di paura di evirazione non trasformata e quindi di un pericolo ritenuto reale che incombe.
Si obietterà che la castrazione non è un rischio reale, ma è sufficiente che la minaccia venga proferita dalla madre o dal padre per incitare il bambino a rinunciare al piacere autoerotico e che il bambino ci creda[14]. E se la realtà ontogenetica non bastasse a produrre nel bambino questo senso di minaccia, interverrebbe l’eredità filogenetica. Nell’era primordiale della famiglia umana, il padre infliggeva realmente la castrazione ai figli[15]. L’irruzione dell’era glaciale aveva trasformato il mondo esterno in un ambiente pieno di pericoli e minacce, rendendo l’umanità incline all’angoscia. Questa angoscia, trasmessa filogeneticamente, costituisce la forma originaria dell’angoscia: «Una parte dei bambini porta con sé congenitamente l’angoscia dell’inizio dell’era glaciale».
Ho sostenuto che la nuova formula è rivoluzionaria. Infatti, poche righe dopo, leggiamo: «Qui è l’angoscia che fa la rimozione, e non come ho ritenuto precedentemente la rimozione che fa l’angoscia»[16].
Come avviene spesso, quando si prefigura un’intuizione fruttuosa, Freud la coglie, sebbene le conseguenze possano scompaginare le carte della concettualizzazione precedente. Ora affronta il tema princeps: qual è la vera natura del pericolo percepito dall’Io, che lo porta a scatenare un affetto così potente come quello dell’angoscia? Avevo scritto: “formulazione inedita, che andrà ampliata”. Dal capitolo 7 in poi, Freud amplia il discorso, va oltre la paura dell’evirazione e riconosce una situazione di pericolo più generale: il pericolo della separazione e della perdita dell’oggetto, fino alla paura di perdere l’amore dell’oggetto.
Non viene sminuita, come qualcuno intende, l’importanza della psicosessualità, che resta sempre l’elemento fondante del pensiero freudiano.
Viene, piuttosto, introdotta una distinzione fondamentale tra le due facce dell’Hilflosigkeit (impossibilità di aiutarsi da solo): da un lato, l’impotenza biologica del poppante che si collega all’angoscia legata alla perdita dell’oggetto: ecco l’angoscia automatica, involontaria. Dall’altro, l’impotenza psichica legata alla paura della perdita dell’oggetto, che porta all’angoscia come segnale, ed è psichica. «Con l’esperienza, il poppante sa che un oggetto esterno percepibile può metter fine alla situazione pericolosa che ricorda la nascita. Il non trovar la madre [perdita dell’oggetto] diventa ora il pericolo al cui verificarsi il poppante dà il segnale d’angoscia»[17]. Il segnale di angoscia è un dispositivo azionato dall’Io di fronte a una situazione di pericolo. Ecco arricchirsi la formulazione enunciata in Introduzione alla psicoanalisi (Lezione 25, cit.) in merito alla Realangst.
Ora, arrischierò un inciso. Quest’opera freudiana, effettivamente, non ha, dal punto di vista stilistico, lo stesso smalto di altri scritti. Tuttavia, per esempio, nel capitolo 8, troviamo espressioni che la traduzione italiana, peraltro brillante, di Mario Rossi, non rende adeguatamente. Del resto, non potrebbe, perché alcune parole appartengono in senso proprio a una lingua e sono difficilmente trasponibili in un’altra. Mi riferisco a un passo che si trova in fondo a p. 284 e 285. Mi prendo qualche libertà nella traduzione:
«Ci risultano comprensibili solo pochi casi di espressione dell’angoscia infantile; dunque, dovremo attenerci a questi. Ad esempio, quando il bambino è solo, al buio, e quando trova una persona estranea (o sconosciuta) al posto di quella a lui familiare (la madre). Questi tre casi si riducono a una sola circostanza: la mancanza della persona amata (geliebten), desiderata (ersehnten). Da qui, si apre la via per comprendere l’angoscia e per conciliare le contraddizioni che sembrano legate ad essa»[18]. Fin qui, la versione di Rossi e la mia sono simili; la sua è più elegante.
Leggiamo di seguito, nella traduzione ufficiale: «L’immagine mnestica della persona agognata viene certo investita intensamente, dapprima in modo allucinatorio. Ma ciò non ha successo, e pare soltanto che questa nostalgia si converta in angoscia. Si ha addirittura l’impressione che questa angoscia sia una manifestazione di perplessità, che l’individuo ancora tanto poco sviluppato non sappia che altro fare di questo investimento in nostalgia».
Il testo freudiano, però, si presta a essere tradotto anche così: «L’immagine mnestica della persona desiderata è investita da una carica molto intensa e assumerà la forma allucinatoria. Ma questa operazione non ha successo e sembra che questo desiderio ardente [Sehnsucht deriva da sehen: desiderare e sucht: brama] si trasformi in angoscia. Si ha addirittura l’impressione che questa angoscia sia espressione di uno smarrimento, di una disperazione (Ratlosigkeit non vuol dire solo “perplessità”), come se l’essere (Wesen, l’essere, piuttosto che l’individuo) ancora molto immaturo non sapesse fare di meglio con un tale carico di desiderio (sehnsüchtigen Besetzung)»[19].
Sehnsucht dà così tanto filo da torcere ai traduttori, che i francesi, nelle opere complete di Freud, hanno coniato un neologismo: desirance.
Il poppante non ha ancora l’esperienza che gli permetterà di valutare se l’assenza della madre sia duratura o transitoria e si comporterà come se la sparizione della madre fosse permanente e proverà angoscia, disperazione. Saranno necessarie ripetute esperienze rassicuranti perché il bambino impari ad aspettare con fiducia il ritorno della madre. Ora si parla di «persona amata», non di «individuo soccorritore»[20].
Ci sono condizioni che favoriscono, nell’essere umano, la tendenza a sviluppare angoscia e consistono nella protratta dipendenza del cucciolo dell’uomo, che produce l’esposizione a numerose situazioni di pericolo e genera il bisogno di essere protetti e amati (l’amore “garantisce” la protezione). Il secondo fattore è filogenetico[21]. Il terzo risiede in «una imperfezione del nostro apparato psichico»[22] che porta l’Io a difendersi dal pericolo pulsionale, facendogli accettare il sintomo quale compromesso, e a ricorrere a meccanismi che lo impoveriscono e lo limitano. Ma, nel 1927, in L’avvenire di un’illusione, questo tema si arricchirà di una dichiarazione che ci obbliga a riconoscere che tendenze apparentemente opposte lavorano insieme, come, del resto, la formulazione del concetto di “serie complementari” enuncia[23].
Nell’Aggiunta B, una situazione vissuta d’impotenza è definita traumatica. Una volta vissuta, tale situazione, in seguito, sarà attesa e prevista; si produrrà una «situazione di pericolo», in cui verrà dato il «segnale d’angoscia». «Ciò significa: io mi aspetto che si verifichi una situazione d’impotenza». Quella attuale riattiva le tracce mnestiche di un’esperienza traumatica precedente. Qui si aprirebbe anche il tema, che, per ragioni di spazio, non possiamo trattare, della Nachträglichkeit. Se il trauma viene «anticipato», ripetuto in modo attenuato (col pensiero), l’Io, da passivo e impotente che era, diventa attivo, o meglio, spera di poter affrontare attivamente la situazione, di prepararsi ad essa.
È inevitabile pensare al “gioco del rocchetto” descritto in Al di là del principio di piacere (1920). La pulsione di morte, protagonista del controverso saggio del 1920, viene ora citata solo poche volte. Tornerà, insieme alla coazione a ripetere, ad essere protagonista, nella Lezione 32 di Introduzione alla psicoanalisi (1932). In questa lezione, che contiene l’ultima trattazione dell’angoscia, Freud metterà l’accento sulla dimensione economica, asserendo che soltanto la quantità di eccitamento trasforma «un’impressione in fattore traumatico, paralizza la funzione del principio di piacere e conferisce alla situazione di pericolo il suo significato»[24]. Ribadisce inoltre che non vi è nulla da obiettare contro una duplice origine dell’angoscia perché momenti traumatici possono verificarsi nella vita psichica senza riferimento alle situazioni di pericolo ipotizzate, come può anche darsi che l’angoscia non venga destata come segnale, ma sorga ex novo con una nuova motivazione.
Questo studioso geniale, in cui vediamo in nuce le idee che porteranno analisti a venire a concettualizzare il «lavoro del negativo»; questo psicoanalista che aveva dovuto constatare che vi sono pazienti votati alla ripetizione, che non vogliono lasciare la loro sofferenza, e che dunque -immaginiamo- aveva attraversato la più profonda delle disillusioni, non desiste. La battaglia non è finita.
Nella Lezione 32, leggiamo: «In materia di angoscia, vedete tutto in fase di evoluzione e di trasformazione. Finora queste novità non sono nemmeno state studiate a fondo e forse anche per questo la loro esposizione riesce difficile. Persistete!»[25].
BIBLIOGRAFIA
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Freud S. (1905). Tre saggi sulla teoria sessuale. O.S.F. 4.
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Freud S. (1914). Dalla storia di una nevrosi infantile. Caso clinico dell’uomo dei lupi. O.S.F. 7.
Freud S. (1915). Sintesi generali delle nevrosi traslazione. O.S.F. Complementi 1885-1938.
Freud S, (1915-1917). Introduzione alla psicoanalisi. Prima serie di Lezioni. Lezione 25: “L’angoscia”, O.S.F. 8.
Fred S. (1922). L’Io e l’Es. O.S.F. 9.
Freud S. (1925). Inibizione, sintomo e angoscia. O.S.F. 10.
Freud S. (1927). L’avvenire di un’illusione. O.S.F.10.
Freud S. (1932). Introduzione alla psicoanalisi (Nuova serie di Lezioni). Lezione 32: “Angoscia e vita pulsionale”, O.S.F.11.
Green A. (1990). Il complesso di castrazione. Borla, Roma, 1991.
Green A. (1995). Propedeutica. Metapsicologia rivisitata. Borla, Roma, 2001.
Laplanche J., Pontalis J.-B. (1967). Enciclopedia della psicoanalisi, Laterza, Roma-Bari 1973.
Rank O. (1924). Il trauma della nascita. Guaraldi editore, Bologna, 1971.
Nelly Cappelli Milano, 22 novembre 2025
nelly.cappelli@spiweb.it
Note
[1] Green A. (1995). Propedeutica. Metapsicologia rivisitata. Borla, Roma, 2001, pp.11,12.
[2] La Rivista di psicoanalisi, anno LXXI, n.3, 2025, dedica la Sezione Note storico-critiche a Inibizione, sintomo e angoscia. Vi troviamo articoli notevoli che partono da angolazioni teorico-cliniche diverse.
[3] La Minuta è scritta, probabilmente, nel giugno 1894, col titolo “Come si origina l’angoscia”. In Sigmund Freud. Lettere a Wilhelm Fliess 1887-1904. Bollati Boringhieri, Milano, 2008, pp.100-105.
[4] Freud S. Op. cit., Lettera del 14 novembre 1897, p.316.
[5] Freud S. (1905). Tre saggi sulla teoria sessuale. O.S.F. 4. p. 529, nota 1.
[6] Freud S, (1915-1917) Introduzione alla psicoanalisi. Prima serie di Lezioni. Lezione 25. O.S.F. 8, pp 545-562.
[7] Questo, grazie alla sua relazione col sistema P-C, fondamento della differenziazione dell’Io rispetto all’Es. Il sistema P-C è collegato alla coscienza, riceve gli eccitamenti sia dall’interno che dall’esterno e cerca di volgere gli eventi psichici in direzione del principio di piacere.
[8] Freud S, (1915-1917). Op. cit., p. 546. Diversamente da quanto riportato in Laplanche J., Pontalis J.-B. (1967) in Enciclopedia della psicoanalisi, Laterza, Roma-Bari 1973, a p. 33; il vocabolo Realangst non è introdotto in Inibizione, sintomo e angoscia, ma era già presente in Freud, come correttamente tradotto in italiano, in Vorlesung: die Angst (Vorlesungen zur Einführungin die Psychoanalise), G. W. vol. 11, p. 408.
[9] Rank O. (1924). Il trauma della nascita. Guaraldi editore, Bologna, 1971.
[10] Freud S. (1915-1917) Introduzione alla psicoanalisi. Prima serie di Lezioni. O.S.F. 8, Lezione 25 “L’angoscia”, pp. 545-562.
11] Freud S. (1908). Analisi della fobia di un bambino di cinque anni. Caso clinico del piccolo Hans. O.S.F. 5, pp. 481-589. Nella ripresa del caso clinico, in Inibizione, sintomo e angoscia, si coglie il rigore metodologico di Freud anche nella cura con cui distingue: «essere evirato dal padre», che è oggetto di rimozione, dal sintomo (la paura dei cavalli) e dalla manifestazione inibitoria (rifiutarsi di andare per strada). Quest’ultima scatta per evitare che si scateni l’angoscia. Una tale chiarezza logica ed espositiva rende facile comprendere che, a livello manifesto, non appaia più nulla che alluda alla castrazione, il che indica il “successo” delle difese. Il derivato, dunque, è molto distante da ciò che lo ha prodotto (che resta latente). Tutto questo ci dà la misura di quanto lento e faticoso sia il lavoro psicoanalitico.
[12] Freud s. (1914). Dalla storia di una nevrosi infantile. Caso clinico dell’uomo dei lupi. O.S.F. 7, pp. 487-593.
[13] Freud S. (1925). Inibizione, sintomo e angoscia. O.S.F. 10, p. 258.
[14] Cfr. Green A. (1990). Il complesso di castrazione. Borla, Roma, 1991.
[15] Freud aveva avviato questa considerazione già nel 1915, in un manoscritto inedito e riscoperto solo nel 1983: Sintesi generali delle nevrosi traslazione. O.S.F. Complementi 1885-1938, pp.146-167.
[16] Freud S. (1925). Inibizione, sintomo e angoscia. O.S.F. 10, p. 285.
[17] Ibidem.
[18] Freud S. (1926). «Nur wenige Fälle der kindlichen Angstäußerung sind uns verständlich; an diese werden wir uns halten müssen. So, wenn das Kind allein, in der Dunkelheit, ist und wenn es eine fremde Person an Stelle der ihm vertrauten (der Mutter) findet. Diese drei Fälle reduzieren sich auf eine einzige Bedingung, das Vermissen der geliebten (ersehnten) Person. Von da an ist aber der Weg zum Verständnis der Angst und zur Vereinigung der Widersprüche, die sich an sie zu knüpfen scheinen, frei». Hemmung, Symptom und Angst. G. W. 14, p.167.
[19] «Das Erinnerungsbild der ersehnten Person wird gewiß intensiv, wahrscheinlich zunächst halluzinatorisch besetzt. Aber das hat keinen Erfolg und nun hat es den Anschein, als ob diese Sehnsucht in Angst umschlüge. Es macht geradezu den Eindruck, als wäre diese Angst ein Ausdruck der Ratlosigkeit, als wüßte das noch sehr unentwickelte Wesen mit dieser sehnsüchtigen Besetzung nichts Besseres anzufangen». Ibidem.
[20] In queste pagine, Freud riprende la teoria dello sviluppo che aveva enunciato nei Tre saggi. Con il progresso nell’evoluzione del bambino, il contenuto della situazione di pericolo si modifica. Nella fase neonatale, la paura è la perdita del seno; nella fase fallica, la paura si trasforma in angoscia di evirazione. Il passo successivo è la comparsa dell’angoscia di fronte al Super-io e la paura di perdere l’amore del Super-io.
[21] Freud riprende concetti esposti sia nei Tre saggi sulla teoria sessuale (1905),sia in L’Io e l’Es (1922).
[22] Ibid. 302.
[23] Freud S. (1927). In L’avvenire di un’illusione, Freud afferma che «il nostro apparato psichico si è sviluppato nello sforzo di esplorare il mondo esterno e deve, quindi, aver realizzato nella propria struttura un certo grado di congruenza; essa stessa è parte costitutiva di quel mondo che dobbiamo esplorare e consente benissimo tale ricerca». O.S.F. 10, p. 484, ossia afferma che la nostra organizzazione psichica, nonostante il periodo di Hilflosigkeit, ha le potenzialità, la dotazione di base, per affrontare la realtà esterna.
[24] Freud S. (1932). Introduzione alla psicoanalisi (Nuova serie di Lezioni). Lezione 32: “Angoscia e vita pulsionale”, O.S.F.11, p. 203.
[25] Freud S. (1932). Op. cit. p. 201.