La Cura

L’adolescente postmoderno: il corpo come confine del pensabile. Irene Ruggiero

5/01/26
L’adolescente postmoderno: il corpo come confine del pensabile. Irene Ruggiero

Frida Kahlo, Autoritratto (1940)

Parole chiave: adolescenza; transgender; corpo biologico; vissuto di genere; soggettivazione.

Introduzione a cura di Cristiana Balzano

Nel corso dell’ultimo convegno della Società Psicoanalitica Italiana dedicato al lavoro con bambini e adolescenti, tenutosi a Milano il 22 e 23 novembre 2025, sono stati affrontati e discussi gli importanti cambiamenti richiesti ai modelli psicoanalitici teorico-clinici dai nuovi fenomeni emergenti nella società contemporanea e incidenti sull’espressività clinica.  Tra i temi dibattuti, uno dei più delicati è quello relativo alle varianze di genere in età evolutiva. Alla trattazione di questo tema era dedicato uno dei panel della prima giornata del convegno; mentre nell’ambito della seconda giornata, la sessione plenaria Adolescenza. Trasformazioni della mente in un corpo e in un mondo che cambia- è stata inaugurata dalla relazione di Irene Ruggiero che per motivi di riservatezza pubblichiamo priva del materiale clinico che le donava una qualità incarnata, creando spessore e sfumature relative soprattutto alle complesse risonanze di controtransfert vissute dall’analista al lavoro con un’adolescente transgender.

L’adolescente postmoderno: il corpo come confine del pensabile

Irene Ruggiero

Francesca.

Francesca, abbigliamento casual, unisex, asserisce di essere “transgender”; me lo spiega ricorrendo alla letteratura sul tema, che sembra conoscere a menadito. Progetta di fare una transizione che adegui il suo corpo alla sua vera identità di maschio, una transizione non chirurgica ma ormonale, percepita come la soluzione del suo disagio e della sua sofferenza. Del percorso di transizione parla in termini tecnici, oggettivi, senza avere apparentemente nessuna idea dei molteplici significati che la sua “identità transgender” potrebbe avere e neppure della problematicità di una scelta così radicale. Nel suo modo di parlare di sé, scollegato da reali esperienze somatopsichiche, corpo e sensorialità sembrano non trovare posto.

Non intravedo, nella sua risoluta affermazione identitaria, traccia che rimandi alla complessità delle sensazioni e delle emozioni che potrebbero essere in gioco, né spiragli che schiudano al mondo interno.

Francesca sembra delegare al corpo il compito di esprimere ciò per cui le parole mancano e, per converso, sentire la capacità di pensarsi e interrogarsi come un pericolo da evitare, pena il rischio di precipitare nella confusione e nell’angoscia. Eppure, sebbene poco in contatto con il suo sé emotivo, Francesca mi appare sensibile, intelligente e acuta.

Lo sviluppo identitario, tra natura e cultura.

Il processo di soggettivazione nasce e si sviluppa nell’ambito di legami intersoggettivi, fondandosi su identificazioni primarie e secondarie, che coesistono in modo più o meno integrato e si organizzano in stratificazioni multiple e complesse; pertanto, l’identità di ciascun soggetto, inevitabilmente abitata dall’impronta dell’altro e segnata dalle tracce dell’elaborazione della relazione con l’altro, risulta singolare e plurale al tempo stesso (Kaes, 2015). Tra identità sessuale anatomica e identità di genere esiste uno scarto (Stoller, 1968; Winnicott 1974) creato dalle aspettative, dai desideri e dalle angosce consce e inconsce dell’Altro (Laplanche, 2007; Saketopoulou, 2014; Lemma, 2015; André, 2019; Nicolò, 2021). L’identità di genere non costituisce pertanto un dato oggettivo, anche se la realtà, percettiva e fondante, del sesso anatomico condiziona inevitabilmente e profondamente le vie identificatorie che il soggetto andrà percorrendo; rappresenta piuttosto l’esito di un complesso di identificazioni multiple, intricate e contraddittorie, legate ai sistemi collettivi di valori e di credenze dei gruppi di appartenenza, che costituiscono fattori dinamici, matrici vitali attraverso le quali si organizzano le rappresentazioni di sé, dell’oggetto e del sé in relazione con l’oggetto , che a loro volta plasmano l’esperienza soggettiva. Le aspettative fantasmatiche dei genitori, inconsce, compromesse e contraddittorie immettono nella mente del futuro soggetto, fin dalla prima infanzia, resti enigmatici che devono essere tradotti (Balsamo e Recalcati, 2022): resti impregnati dalla storia della coppia dei genitori, dalle loro modalità relazionali inconsce, dal modo in cui intendono l’essere maschio e l’essere femmina. Questi resti non integrati permangono nella psiche individuale come residui in attesa di rappresentazione e possono essere trasformati, lungo il corso della vita, da esperienze e incontri inattesi, suscettibili di determinare una ristrutturazione almeno parziale dell’identità soggettiva.

Oggigiorno, gli adolescenti crescono in un contesto culturale caratterizzato dalla crisi delle grandi narrazioni e dei riferimenti valoriali tradizionali, dalla fluidità delle identità e dei legami e dalla prevalenza dell’immagine, della immediatezza e del consumo. Lo stravolgimento della struttura della famiglia tradizionale; la crisi delle funzioni di contenimento e di trasmissione simbolica da parte delle generazioni adulte; la crescente tendenza all’indifferenziazione tra sessi e generazioni; la diffusione sempre maggiore dell’uso dell’intelligenza artificiale sono fattori che amplificano le potenziali modalità di essere e di vivere, in una adesione sempre maggiore al desiderio personale, ma che, nel contempo, facilitano l’insorgere di angosciosi rischi di smarrimento identitario.

Immerso in un ambiente interconnesso, nel quale prevale la dimensione orizzontale, l’adolescente postmoderno si ritrova più esposto alla frammentazione identitaria, maggiormente dipendente dallo sguardo virtuale dell’altro e tendenzialmente più esposto all’attrattiva di esperienze che possano conferirgli un senso di esistenza immediato attraverso l’aggrappamento al corpo, luogo privilegiato di costruzione concreta del sé. Elementi culturali, quali i progressi della medicina e della chirurgia, che consentono di alterare i limiti e le caratteristiche naturali del corpo in modo quasi illimitato, e lo sviluppo ipertrofico della tecnologia, che facilita l’assunzione di identità estetiche (Nicolò, 2016), virtuali, concorrono alla diffusione dell’idea che si possano risolvere con modalità concrete difficoltà emotive e psichiche.

Le disforie di genere: una sfida per l’analista.

Nel corso dell’ultimo decennio, una delle nuove realtà cliniche salite alla ribalta, soprattutto in adolescenza, è rappresentato dalle disforie di genere, divenute via via più diffuse e visibili, fino a configurarsi come un emergente che chiede di essere accolto, pensato e compreso.

Tra desiderio di appropriarsi creativamente di sé attraverso il corpo e espressione psicopatologica di dissonanze mente-corpo (Ruggiero 2019, 2024), le disforie di genere mantengono una enigmaticità perturbante.

Le nuove realtà cliniche richiedono una riorganizzazione concettuale che consenta di accogliere ciò che eccede i modelli di comprensione tradizionali, aprendo la possibilità a nuovi modi di pensare e di rappresentare la sofferenza psichica nelle inedite forme in cui si esprimono. Esse attivano da una parte processi assimilativi volti a integrare gli elementi di novità più sconcertanti nel quadro delle esperienze e dei concetti già noti; dall’altro tendono a generare difese individuali e collettive contro il nuovo, lo sconosciuto, per contenere il disagio cognitivo e psichico che nasce da esperienze disorientanti.

E’ forse perché sono perturbanti che le tematiche connesse al genere tendono a essere controverse e divisive, diventando facilmente oggetto di militarizzazione ideologizzata, con il duplice rischio di indurre a prese di posizione difensive rigide, talvolta respingenti, altre volte troppo attente al “politicamente corretto”, con il rischio di occludere un pensiero che dovrebbe rimanere aperto agli interrogativi e al dubbio, piuttosto che organizzarsi intorno a contrapposizioni teoriche pregiudiziali.

Il corpo teorico-clinico della psicoanalisi è un corpo vivo proprio in quanto si è profondamente modificato nel tempo, attraverso uno scambio trofico, mutuamente alimentato, tra teoria e clinica, nel quale la teoria non precede né segue la clinica, ma si costituisce e si modifica attraverso di essa, in una feconda circolarità, in un movimento dialettico fra conservazione e rinnovamento.

L’incontro con gli adolescenti “transgender” rappresenta per l’analista una sfida concettuale che lo cimenta nel suo legame fondante con costrutti a lungo sentiti come strumenti accreditati per leggere la clinica e lo impegna su uno stretto crinale tra l’apertura all’alterità e il timore di smarrire elementi identitari fondanti: se natura e cultura si intrecciano strettamente nel determinare l’organizzazione della sessualità e se il genere è culturalmente prescritto, è ancora valida l’affermazione di Freud che l’io è soprattutto un io corporeo? Che l’anatomia è un destino? Che rilevanza possiamo dare oggi al concetto di latenza e alla teoria dell’organizzazione della sessualità in due tempi? Possiamo ancora pensare all’Edipo come a un organizzatore? È ancora vero che l’adolescenza costituisce un processo che porta all’acquisizione della sessualità adulta, che coincide con il riconoscimento della differenza tra i sessi e di quella tra le generazioni e con l’accettazione definitiva di essere o maschio o femmina (Laufer, 1984)? Che cosa possiamo conservare di questi concetti?

Gli adolescenti “transgender” sono enigmatici e perturbanti anche in quanto convocano la soggettività dell’analista, la materia profonda di cui è impastato, esponendolo al rischio di vacillare di fronte alla richiesta, insita nell’alterità irriducibile dell’altro, di ospitare dentro di sé l’inconoscibile e alla eventualità di smarrirsi di fronte all’ignoto che lo sconosciuto dell’altro attiva dentro di lui.

Francesca vive la sua identità transgender solo all’interno di un gruppo di amici tutti fluidi, non binari, attraversati da problematiche di genere.

Nell’adolescenza, è frequente la formazione di gruppi chiusi e autoreferenziali, costituiti intorno a fragilità comuni, che operano inconsciamente per sostenere e legittimare specifiche organizzazioni difensive (Accursio, 2010). In questo modo, configurazioni psichiche e modalità espressive solitamente percepite come marginali, vengono valorizzate e investite di un significato soggettivante. Gruppi di questo tipo fungono da esoscheletro protesico, offrono soluzioni concrete e preconfezionate a difficoltà psichiche e identitarie e sostengono un’illusoria coerenza narcisistica a scapito della plasticità necessaria per affrontare i compiti evolutivi dell’adolescenza. Adolescenti vulnerabili, spostando i loro bisogni simbiotici sul gruppo, trovano in esso legittimazione e sostegno della convinzione che la transizione rappresenti la via di uscita dal disagio interno e relazionale, esponendosi al rischio di gravi disillusioni.

E’ anche vero, per converso, che il gruppo di amici “transgender” costituisce il solo ambito nel quale Francesco si sente riconosciuto e sta bene e che la fluidità di genere che caratterizza il gruppo, al di là dei suoi probabili assetti difensivi condivisi, lo configura come un porto sicuro, una zona di sosta nella quale soffermarsi senza dover prematuramente scegliere, che riduce il suo rischio di affrontare la transizione prima di avere compreso se la convinzione di essere un maschio affonda in un nucleo originario profondo e autentico della propria esperienza soggettiva o rappresenta un assetto difensivo anti evolutivo.

Differenziare le situazioni nelle quali l’identità transgender rappresenta l’espressione di un nucleo originario profondo da quelle in cui esprime una impossibilità di affrontare il processo adolescenziale e costituisce un assetto difensivo dall’angoscia suscitata dal corpo sessuato o l’esito di un arenarsi in identificazioni primarie e secondarie contraddittorie e conflittuali costituisce un’operazione clinicamente e teoricamente molto complessa.

Penso che, almeno nel periodo dell’adolescenza, le problematiche legate al genere non dovrebbero essere collocate in una casella a sé stante perché, se talvolta costituiscono l’espressione di un nucleo autentico e profondo, che configura un dissidio non sanabile tra il vissuto di genere e il corpo biologico, altre volte rappresentano l’esito di complesse difese erette contro la pubertà, il risultato di difficoltà dovute a una fragilità narcisistico-identitaria che rende inaffrontabile il processo adolescenziale e impossibile il compito di rappresentare e integrare nella mente le trasformazioni puberali. Altre volte, la scelta di un’identità transgender può esprimere un tentativo di dare forma e nome a una sofferenza psichica priva di parole e di senso soggettivo. La possibilità di aderire a un modello identitario culturalmente disponibile, oggi ampiamente rappresentato e valorizzato nei social media, può offrire una coerenza identitaria provvisoria capace di contenere e canalizzare esperienza interna caotica e frammentata. Questa scelta, più che l’esito di un autentico processo di soggettivazione, rappresenta un tentativo difensivo di mantenere una continuità psichica sentita come minacciata. Nella clinica, occorre un lungo e paziente lavoro per orientarsi in queste contraddittorie e talvolta compresenti possibilità.

Bibliografia.

Accursio (2010), Dipendenze patologiche. Un’ottica gruppale. Koinos, 2, 2010.

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Balsamo M., Recalcati M. (2022), Destini dell’anatomia, in Frontiere della psicoanalisi, Il Mulino, 2, 2022.

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Laplanche J. (2003). Il genere, il sesso, il sexuale. In Sexuale: la sessualità allargata nel senso freudiano, Milano, Mimesis, 2019.

Laufer M.- Laufer E. (1986), Adolescenza e breakdown evolutivo, Torino, Boringhieri, 1986.

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Ruggiero I. (2025). Corpi che interrogano. Il controtransfert come spazio di pensiero. Letto all’Inter centro CPF, CPB, Roma.  “Il gioco delle passioni”, organizzato dal Centro psicoanalitico di Firenze, 8 novembre 2005.

Stoller R. J. (1968), Sex and gender,London, Hogarth Press. 

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Winnicott D. (1974), La creatività e le sue origini, in Gioco e realtà, Roma, Armando, 1971.

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