La Cura

Gruppalità e Democrazia. Simone Bruschetta

Salute Mentale e Psicoanalisi
Gruppalità e Democrazia. Simone Bruschetta
Paul Klee (1924) – Structural II

Parole chiave: democrazia, gruppalità, salute mentale di comunità, psicoanalisi delle formazioni
collettive, psichiatria anti-istituzionale, Cesare Musatti, Benedetto Saraceno, Franco Basaglia.

Gruppalità e Democrazia

Cesare Musatti e i problemi tecnico-psicologici della Salute Mentale di Comunità presentati ne “l’ultima lezione” di Benedetto Saraceno

Simone Bruschetta

Abstract
In questo contributo rifletto su come due personalità molto diverse e distanti tra loro, si siano incontrate su un piano teorico all’interno dell’emergente concezione comunitaria della Salute Mentale.
In particolare ritengo che l’originaria teoresi di Cesare Musatti sui “problemi tecnico-psicologici della democrazia” offra la base di un modello psicoanalitico, quello delle formazioni psichiche collettive, alla ricerca evocata da Benedetto Saraceno nella sua “ultima lezione”, sul necessario sostegno metodologico ancora mancante alla spinta propulsiva della Salute Mentale di Comunità.
Un “incontro coraggioso”, tra due tradizioni teorico-cliniche spesso distanti, come l’ha definito lo stesso Saraceno in una corrispondenza privata. Un incontro con la teoresi di “un uomo illuminato, sempre ammirato e rispettato per il suo impegno intellettuale e la sua capacità di essere semplice ed accogliente”, come egli ebbe a definire Musatti, nella medesima corrispondenza con lo scrivente.

L’incontro “coraggioso” tra la teoresi di Musatti e quella di Saraceno ha origine nel riconoscimento da parte di quest’ultimo della necessità di una nuova spinta propulsiva da fornire alla cosiddetta “psichiatria democratica e anti-istituzionale”, secondo quanto indicato esplicitamente nei suoi ultimi lavori (Saraceno 2017; 2022; 2023a) e programmaticamente nella sua “Ultima lezione” (Saraceno 2023b ri-proposta il 30 novembre 2023 su Spiweb). In tale lezione Saraceno delinea i tratti rivoluzionari della nuova Salute Mentale di Comunità cui la Psichiatria – soprattutto quella che si autodefinisce democratica e anti-istituzionale – dovrebbe elettivamente contribuire,naturalmente non da sola, ma insieme a molte altre discipline (Negrogno, Saraceno, 2023). Tra i contributi necessari alla nuova spinta propulsiva di questa disciplina diventa fondamentale quello della Psicoanalisi, a partire dalla sua definizione metodologica del funzionamento della dimensione psichica comunitaria.
Il contributo che la Psicoanalisi può apportare allo sviluppo della salute mentale di comunità è in gran parte ancora da sviluppare, ma ritengo non possa prescindere dalla riflessione proposta da Cesare Musatti, già a metà del secolo scorso, sui “Problemi tecnico-psicologici della democrazia” (Musatti, 1958). Approfondire questa elaborazione di Musatti vuole anche esemplificare quanto sia profonda la tradizione di ricerca psicoanalitica italiana cui la Salute Mentale di Comunità può appoggiarsi per lo sviluppo delle sue future pratiche di cura. Questa riflessione spero possa anche contribuire a rintracciare ulteriori incroci tra la cultura psicoanalitica italiana e quella psichiatrica anti-istituzionale che ha fatto da culla alla rivoluzione basagliana (Basaglia, 1968).
La teoria di Musatti propone la democrazia come fattore principale del processo di coesione di una comunità sociale, in quanto permette l’abbassamento dell’intolleranza per i valori delle minoranze, tenendo contemporaneamente sotto controllo il dogmatismo per i valori condivisi dalla maggioranza. Nel far questo egli sembra arrivare a proporre una cura delle comunità sociali fondata metodologicamente su alcuni concetti teorici pienamente appartenenti alla tradizione di ricerca psicoanalitica.
Saraceno dal canto suo, pone il problema della scarsa capacità, che ha avuto la psichiatria democratica e antistituzionale, di “trasmettere il proprio saper fare salute mentale”, seppur maturato in decenni di pratica comunitaria, a causa del ritardo con cui ha iniziato a sviluppare teorie rigorose e formalizzazioni tecniche ben organizzate (Saraceno, Gallio, 2023). Saraceno parla di questo “saper fare” come di “una cura in attesa di teoria e trasmissibilità” e identifica questo fattore di debolezza intrinseca nella frequente autoreferenzialità di quegli psichiatri che da un lato “monumentalizzano” l’esperienza della psichiatria italiana a Trieste, dall’altro hanno difficoltà a difendere le acquisizioni sulla salute mentale come bene comune nei contesti scientifici e politici che vivono quotidianamente.
Mettere in dialogo i due autori è utile al fine di fornire un substrato teorico metodologico (ben saldo epistemologicamente e legato al lavoro di cura della sofferenza mentale) alla formalizzazione delle pratiche di Salute Mentale di Comunità da sviluppare e trasmettere non solo ai futuri operatori, ma anche a tutti gli stakeholder in questo campo di ricerca.
Contemporaneamente ritengo utile mettere in evidenza come la ricerca e le acquisizioni scientifiche sviluppate dalla Salute Mentale di Comunità, incrocino le fondamenta dei principi clinici psicoanalitici: il valore della cura attraverso il contatto autentico con l’esperienza di sofferenza psichica, una tecnica al contempo rigorosa e umana e infine un’etica, implicita in tale pratica, che si fonda sulla possibilità di inventare “sempre nuovi modi di produzione della salute mentale” (Saraceno, 2023b) nei luoghi in cui viviamo, lavoriamo e ci curiamo: noi insieme ai nostri pazienti.
Nel saggio di Musatti è possibile osservare dettagliatamente i processi psichici e sociali attraverso i
quali avviene la formazione di quello spirito di tolleranza, presupposto di ogni collettività democratica, senza che si determinino necessariamente quei valori qualunquisti che ne indeboliscano la coesione. Egli sa che solo le collettività abbastanza coese, dove rimane assicurata la possibilità di posizioni contrastanti, danno una reale garanzia di partecipazione di tutti gli individui all’azione politica: cioè di mantenere tanto un senso di appartenenza comune, quanto un senso di responsabilità nei confronti della propria autonomia.
Qui si apre il problema paradigmatico posto da Musatti: una collettività è democratica in quanto in essa è diffuso lo spirito di tolleranza per tutte le opinioni. In questo caso ogni individuo dovrà affrontare un processo psicologico, difficile e rischioso per raggiungere tale spirito di tolleranza alle opinioni altrui, senza il quale la stessa comunità non potrà essere democratica. Il processo è difficile perché, ognuno di noi, continua Musatti, avverte “le opinioni che contrastano con le nostre non soltanto come erronee, ma come colpevoli. Questa è la base sulla quale si svolge in genere la lotta politica, ed è assai difficile collocarsi in una posizione diversa” (Ibidem pag. 143).
Questo processo è anche rischioso perché il superamento della suddetta posizione dogmatica comporta pericoli per la stessa democrazia. “Questo superamento può essere raggiunto ad esempio in quanto si diffonde la persuasione che le varie opinioni differenziate non debbano essere necessariamente vere o false, non si pensa che ci sia una verità assoluta, ma tante verità relative, tanti punti di vista: per cui in definitiva tutti i punti di vista si equivalgono. Ma questo ha il suo lato negativo, perché quando gli uomini sono convinti di ciò, si confrontano con la posizione che non valga la pena di avere una propria opinione: tutto si giustifica e tutto è indifferente. Viene quindi a mancare qualsiasi impulso ad una partecipazione alla vita politica, e si legittima una forma di qualunquismo, per la quale in definitiva l’intera vita sociale è concepita come un puro gioco di contrastanti interessi egualmente sostenibili, e dove necessariamente i più furbi hanno la meglio.
Non solo la democrazia, ma la stessa socialità viene ad essere negata, a favore di un assoluto individualismo” (ibidem pag. 143).
Nell’affrontare tale fondamentale antinomia, Musatti si rivolge al Freud di “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” (1921), nel quale egli vi trova una possibile soluzione psicoanalitica. Conscio del fatto che solo a partire dallo studio di quest’opera freudiana potranno iniziare a delinearsi più chiaramente i principi metodologici di una cura per la sofferenza psichica nelle e delle comunità sociali. Egli parte dallo studio della psicologia delle masse, perché ha ben chiaro che collettività sane non possono avere un livello di coesione così alto da assumere la forma di “blocco monolitico”, come appunto la principale forma di massa artificiale studiata da Freud (esemplificata dalla chiesa e dall’esercito). Secondo la definizione di Freud (ibidem pag. 283): “una formazione collettiva la cui coesione richiede una coercizione esterna” e fondata sui processi identificatori con una autorità, dai quali deriva la soggezione degli individui ad essa.
Secondo Freud (1921) l’effetto di massificazione può manifestarsi in una molteplicità di raggruppamenti umani, per ciascun individuo possono essere: “la sua stirpe, il suo popolo, la sua casta, il suo ceto sociale, l’istituzione cui appartiene o qualsiasi altro raggruppamento umano che a un certo momento e in vista di un dato fine si sia organizzato intorno a lui” (ibidem pag. 262). A tali gruppalità Freud aggiunge anche un tipo di raggruppamento composto da “un numero assai limitato di persone, ognuna delle quali ha acquistato per l’individuo un’importanza straordinaria, composto dai rapporti che egli istituisce con i genitori e i fratelli, con la persona amata, con l’amico, con il maestro e il medico” (ibidem pag. 261). All’interno di tali raggruppamenti Freud mette in guardia dall’isolare il singolo individuo dal simultaneo influsso esercitato su di lui dal numero rilevante di persone alle quali egli è legato, In effetti quando si recide la connessione naturale con tali raggruppamenti diventa facile scorgere la formazione collettiva della massa.
Musatti, seguendo Freud, nota che, se in una comunità sociale si verifica la contemporanea “formazione di una rete di raggruppamenti incrociati tra i suoi membri, allora vi è modo di assicurare contemporaneamente un alto grado di coesione ed una relativa autonomia dell’individuo, tale da consentire uno spirito democratico di tolleranza” (ibidem pag. 146). Se cioè la collettività, anziché costituire un blocco monolitico, è così organizzata da consentire forme molteplici ed incrociate di solidarietà, si possono evitare in gran parte quelle che sono le conseguenze negative della coercizione sociale sull’autonomia dell’individuo. È questa la soluzione metodologica al paradosso problematico della democrazia, ciascuno degli individui della stessa comunità sociale si potrà così identificare con molti distinti raggruppamenti sociali, cui sente di appartenere contemporaneamente ed a volte anche conflittualmente all’uno rispetto all’altro. (1)
Se tale molteplicità di identificazioni non è possibile, continua Musatti, allora vi è il “blocco monolitico” tipico della formazione collettiva della massa che abolisce “la possibilità di quei raggruppamenti che abbiamo indicato come incrociati per sostituirli attraverso la pretesa di enunciare canoni validi in ogni campo di attività, con una strutturazione sociale unitaria che investe tutti i campi dell’attività umana e rappresenta di per sé un ostacolo allo spirito di tolleranza ed un pericolo per la democrazia” (ibidem pag. 147). Le conseguenze potranno essere di due tipi: il totalitarismo e l’individualismo. L’ideologia totalitaria tenderà a “spaccare la comunità umana in due settori, tali che in uno è contenuta tutta la verità, la giustizia, la bontà ed ogni valore positivo, e nell’altro tutto l’errore, la perfidia e l’ignominia” (ibidem pag. 147), d’altra parte quella individualistica depaupererà la comunità sociale sino a renderla asfittica, sottraendo qualsiasi impulso ad una partecipazione alla vita sociale, concepita come un puro gioco di contrastanti interessi egualmente sostenibili, e dove necessariamente i più furbi avranno la meglio.
Il problema paradigmatico della democrazia si sposa così con il problema metodologico della comunità, e pone la questione di come rendere più solida e durevole una comunità sociale, ma riducendo al minimo la coercizione. Per affrontare questo problema ci viene in aiuto il Freud de “Il disagio della civiltà” che, otto anni dopo “Psicologia delle masse e analisi dell’io”, sviluppa un’idea di formazione collettiva, alternativa alla massa artificiale, definita appunto comunità, originatasi del contributo congiunto di Eros (“in azione comune o contrastante con la Pulsione di Morte”) e Ananke (Freud, 1929, pagg. 590 e 605).
Per una concisa definizione della comunità come formazione collettiva mi appoggio alla mirabile sintesi prodotta nel “Carteggio con Einstein” (Freud, 1932), dalla quale si evince che essa si fonda sui seguenti tre processi. “Le necessità e le coincidenze di interessi che derivano dalla vita in comune sulla medesima terra” – da cui deriva l’aumento della probabilità che si giunga ad una soluzione pacifica dei conflitti presenti in essa (ibidem pag. 295). “L’unione stabile e durevole dei più deboli che si contrappongono alla violenza arbitraria del singolo” attraverso l’istituzione di norme, organi e prescrizioni – in una parola il diritto (ibidem pag. 294). Il riconoscimento del valore emotivo di una tale comunione di interessi che permette che “si istaurino tra i membri di un gruppo umano coeso quei legami emotivi, quei sentimenti condivisi sui quali si fonda la vera forza del gruppo” (ibidem pag. 294).
L’essenziale della comunità è quindi il mantenimento della coesione attraverso i legami emotivi stabilitisi tra i suoi membri, ma anche lo sviluppo di tali legami attraverso quel reticolo di raggruppamenti umani sovrapposti e variamente coincidenti, quindi sufficientemente disomogenei, da cui deriva la garanzia della tolleranza per l’autonomia dei singoli da contrapporre ai processi di massificazione e di coercizione. Comunanze affettive eterogenee tra loro hanno infatti la funzione di disomogenizzare la massa per trasformarla in una forma di vita in comune nella quale vi saranno differenti oggetti di identificazione condivisi dagli individui che la compongono, senza che nessuno di questi possa raggiungere la condizione di essere l’unico oggetto di identificazione comune a tutti contemporaneamente.

Siamo così ormai arrivati alla conclusione dell’articolo di Musatti, che ci riserva però un ultimo coup de théâtre.
“Per concludere, vorrei mettere in guardia contro la possibilità di un equivoco. Dal fatto che noi abbiamo posto come condizione soggettiva (e quindi psicologica) della democrazia, lo spirito di tolleranza, si potrebbe dedurre che ognuno di noi è democratico nella misura in cui realizza in sé stesso questo spirito di tolleranza. Le cose non stanno esattamente così; e ciò semplicemente per il fatto che la democraticità non è a rigore una qualità personale, tale che si possano distinguere i singoli individui in democratici e in antidemocratici. La democraticità è un carattere di una società, un carattere direi solidale per tutta intera la società” (ibidem pag. 149). (2)
La società democratica è quindi una società che ha assunto la forma di questa specifica formazione collettiva definita comunità, proprio perché, solo la specifica caratteristica dei legami tra gli individui che in essa prendono forma – dove ciascun individuo è appartenente a molteplici raggruppamenti incrociati e variamente sovrapposti – permette ad essi di realizzare l’esperienza della tolleranza dell’autonomia altrui.
È possibile adesso tornare all’auspicio di Saraceno (2023b) di uno sviluppo di teorie e tecniche di Salute Mentale di Comunità, formalizzate e trasmissibili per poter uscire dall’autorefenzialità e sulle quali organizzare pratiche di cura democratiche e quindi anti-istituzionali che orientino i raggruppamenti umani e la società verso la formazione psichica collettiva della Comunità. Per lo sviluppo di tali prassi risulta più chiaro quanto sia indispensabile lo sviluppo di modelli teorico- metodologici epistemologicamente e clinicamente fondati sul tipico funzionamento psichico comunitario costituito da gruppalità eterogenee variamente incrociate e sovrapposte, così come è stato individuato e descritto da Musatti.
Saraceno ci ricorda così un’ultima volta che “la salute mentale [è] una condizione che viene costruita nella e dalla comunità, […] messa in opera da altri, dalle persone nei luoghi quotidiani, dalle micro-organizzazioni che popolano i territori, […] da battere metro per metro per trovare chi produce bene comune, vero comune, bello comune”. In assonanza con questo messaggio di Saraceno che sembra dire nessuno può essere sano da solo e riecheggiano le parole di Musatti (ibidem pag. 149) che ci ricordano che nessuno può essere democratico da solo, ed ancora l’intuizione originaria di Freud (ibidem pag. 261), che sostiene che la psicologia individuale è al tempo stesso, fin dall’inizio, psicologia sociale!

Bibliografia

Basaglia F. (1968). L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico (a cura di). Einaudi, Torino 1968.
Freud S. (1921). Psicologia delle masse e analisi dell’Io. Vol. IX. Bollati Boringhieri, Torino, 1977.
Freud S. (1929). Il disagio della civiltà. Vol. X. Bollati Boringhieri, Torino, 1977.
Freud S. (1932). Perché la guerra (Carteggio con Einstein). Vol. XI. Bollati Boringhieri, Torino, 1979.
Musatti C. L. (1958). Problemi tecnico-psicologici della democrazia. Rivista di Psicoanalisi, 4(2):139-149
Negrogno L., Saraceno B. (2023). Ma come si curano le malattie mentali? Machina. 20 giugno (prima parte); 27 giugno (seconda parte); 4 luglio (terza parte).
Saraceno B. (2017). Sulla povertà della psichiatria. Roma, Derive e approdi.
Saraceno B. (2022). Salute globale e diritti. Conversazioni sulla cura e la salute mentale. Roma, Derive e approdi.
Saraceno B. (2023a). La cura: una pratica in attesa di teoria e trasmissibilità. Aut Aut. 398, 76-93.
Saraceno B. (2023b). Curare bene le persone. https://www.spiweb.it/la-cura/curare-bene-le- persone-di-b-saraceno/ 30-11-2023
Saraceno B. (2024). Comunicazione in corrispondenza personale.
Saraceno B., Gallio G. (2023). Il futuro delle politiche di salute mentale nell’ultimo dialogo con Franco Rotelli. Aut Aut. 399, 170-195.

Note

(1) Musatti (ibidem pag. 146) ci fornisce a proposito questi esempi: se il mio avversario politico è contemporaneamente un mio collega nel campo della ricerca psicologica, se il mio antagonista nell’ambito di quelli che sono i gruppi nazionali, è un mio compagno di fede religiosa, se la solidarietà professionale mi lega a colui che io sento come uno straniero, il naturale spirito di intolleranza degli uomini ha modo di attenuarsi notevolmente. Colui che io conosco e con cui solidarizzo in quanto collega psicologo, o che vive i miei stessi ideali religiosi, o che si dibatte nei miei stessi problemi nel campo dell’attività professionale, non può più essere sentito come una canaglia per quelle che sono le sue convinzioni politiche, o come un delinquente per il solo fatto di appartenere ad una collettività nazionale diversa dalla mia, o come una creatura del diavolo per il fatto che segue riti religiosi che mi sono estranei. Ed io divengo perciò solo più tollerante per le idee di questo mio avversario-collega, e più comprensivo per quel suo differente modo di vivere e di agire.
(2) Musatti (ibidem pag. 149) ci porta l’esempio di un partito che si professa democratico, in una società a scarso livello democratico. Questo non avrà neanche modo di svolgere la sua azione politica in maniera conforme ai principi affermati e diventerà anch’esso intollerante nella sua azione politica, giacché i modi dell’azione saranno condizionati dalla complessiva situazione della società nella quale quell’azione si esplica. È un punto questo che mi sembra da tener presente, e che spiega come nel nome stesso della democrazia possano assumersi atteggiamenti intolleranti e discriminatori, che della democrazia costituiscono una palese negazione.

Gruppalità e Democrazia. Simone Bruschetta Monica Castellini

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