Parole chiave: caso Halsmann, parricidio, perizia psichiatrico-forense, psicoanalisi e metodologia peritale.
Abstract
Freud scrisse solo due pareri peritali in campo psichiatrico-forense. In queste brevi note vengono presentati e discussi i criteri utilizzati da Freud nel redigerli e si mettono in risalto il suo rigore metodologico e l’ancora assoluta validità del suo approccio in campo psichiatrico forense caratterizzato da una grande prudenza riguardo all’utilizzo delle conoscenze psicoanalitiche nel contesto penale.
Una limpida lezione di metodo: Freud in tribunale
Marco Marchetti
Gli interventi in prima persona di Freud in campo forense, sebbene, come ci ricorda Goldstein[1] (1983), risultino limitati alla scrittura di due pareri peritali (1922 e 1930) – di uno solo dei quali abbiamo il testo integrale (1930) – costituiscono, a mio avviso, una ulteriore e chiara testimonianza del suo rigore scientifico e metodologico e, in buona sostanza, anche della sua grande prudenza riguardo l’impiego della psicoanalisi in determinati contesti[2].
Per quanto riguarda i due pareri peritali non credo sia un caso che Freud intervenga a fronte di due delitti che, viste le loro peculiari caratteristiche criminologiche – un tentato parricidio e un parricidio ipotizzato – potevano facilmente indurre – e in un caso hanno effettivamente indotto – ad utilizzo scorretto (e ovviamente potenzialmente dannoso) della psicoanalisi in campo penale.
Nel suo classico “Vita e opere di Freud”(1953 a) Ernest Jones, nelle pagine finali dedicate alle vicende occorse al padre della psicoanalisi durante il 1922, così ricostruisce i fatti relativi a quello che risulta essere il primo intervento peritale di Freud: “In novembre il figlio di una ex domestica di Freud sparò al padre, sebbene senza conseguenze fatali, nell’atto in cui questi stava abusando della sorellastra del giovane”.
Da una minuziosa ricostruzione della vicenda fornitaci da Thomas Aichhorn (2014) veniamo a sapere che l’”attentatore” si chiamava Ernst Haberl, nato il 12 aprile 1905 (quindi appena diciassettenne all’epoca dei fatti) e che, secondo Aichhorn, era in realtà, il nipote di Christine, balia di Mathilde, la figlia maggiore di Freud.
Poco dopo il fatto il ragazzo si era andato spontaneamente a costituire.
Lo stesso Aichhorn (2014) ricostruisce l’intenso coinvolgimento emotivo della famiglia Freud a causa di questo evento.
Anna Freud scrive ripetutamente del caso a Lou Andreas-Salome’ che a sua volta risponde augurandosi che Freud intervenga a favore del ragazzo utilizzando tutte le sue conoscenze nel campo della giustizia minorile, cosa che effettivamente accadde, e lo stesso Freud ne scrive al figlio Ernst comunicandogli appunto di aver mobilitato tutti i suoi contatti “per salvare il giovane”.
Pur non conoscendo il ragazzo, Freud, evidentemente colpito emotivamente dalla vicenda del nipote della balia della figlia e spinto da quella che Jones definisce la sua “simpatia nei confronti dei delinquenti minorili” coinvolse August Aichhorn, pioniere del trattamento dei giovani delinquenti, perché seguisse la vicenda sul piano degli interventi di assistenza sociale, si assunse l’onere delle spese legali ingaggiando, quale difensore del giovane, l’Avvocato Valentin Teirich, “la maggiore autorità in questo campo” (Jones, 1953 a) e infine scrisse una memoria a difesa del ragazzo della quale sappiamo qualcosa, visto che non risulta sia stata pubblicata, solo perché è stato lo stesso Avvocato Teirich a parlarne con Jones [3]. Stando a quanto scrive Jones, Freud, nella memoria difensiva, sostenne tra l’altro: “che ogni tentativo di cercare motivi più profondi non avrebbe che oscurato i fatti”.
Il senso di questa affermazione, che potrebbe apparire paradossale da parte del padre della psicoanalisi, è in realtà sufficientemente chiaro vista la posizione che Freud prenderà, qualche anno dopo, redigendo le note peritali nel procedimento Halsmann. In effetti sembrerebbe qui già evidente che Freud vuole evitare che si ricorra alla psicoanalisi per trovare una “motivazione inconscia” di un comportamento in un procedimento penale, motivazione che rischia di oscurare la realtà dei fatti se non addirittura sostituirsi ai fatti stessi.
Sta di fatto che Freud sceglie di non intervenire direttamente riguardo all’imputabilità del ragazzo, onere lasciato invece al Prof. Straussler, uno dei maggiori psichiatri forensi dell’epoca. Straussler sostenne che nella mente del ragazzo, al momento dei fatti, si era prodotto un “corto circuito equivalente a una follia temporanea” tesi che fu accolta dalla giuria che assolse il ragazzo. Come ho già accennato la posizione di Freud riguardo all’impiego di argomentazioni di tipo psicoanalitico in ambito giudiziario penale (in ambito civile la situazione è molto diversa) diviene ancor più netta e coerente se si leggono le tre pagine della perizia che lui sottoscrive, e pubblica (1930), in occasione del processo Halsmann[4]-[5].
Freud scrisse questa perizia su sollecitazione del Prof. Josef Kupka, docente all’Università di Vienna e difensore di Philipp Halsmann, che era stato condannato per l’uccisione del padre, nonostante non ci fossero prove decisive a suo carico e lui si fosse sempre proclamato innocente.
Freud, nel confutare le conclusioni della perizia della Facoltà medica, proprio sul punto in cui l’elaborato tira in ballo il complesso di Edipo, scrive: “Se fosse stato dimostrato obiettivamente che Philipp Halsmann ha assassinato suo padre, si avrebbe in effetti il diritto di addurre il complesso edipico come motivazione di un atto altrimenti incomprensibile. Ma poiché questa certezza non esiste, menzionare il complesso edipico ha un effetto fuorviante ed è quanto meno ozioso”.
Subito dopo la sua posizione diventa più netta: “Proprio in ragione della sua onnipresenza il complesso edipico non è idoneo a fondare un giudizio di colpevolezza”[6]-[7]. E poco più avanti argomenta ulteriormente sul piano del metodo peritale: “la perizia sembra incline ad attribuire a Philipp Halsmann un complesso edipico “efficace” rinunziando però a stabilire il grado di questa efficacia”.
Qui Freud appare pienamente consapevole dei corretti criteri che si dovrebbero seguire nel momento di redigere un accertamento peritale in campo psichiatrico- forense. Sottolineando infatti che la perizia della facoltà medica di Innsbruck rinunzia a stabilire l’”efficacia” del “complesso edipico” richiama implicitamente il principio cardine che la mera individuazione, a posteriori, di una qualsiasi condizione psichica, anche grave, non è mai di per sé sufficiente, a farne discendere una diretta incidenza sull’assetto mentale di una persona, riguardo sia ai moventi che alle capacità, al momento di un fatto reato. Come dice Freud il punto rimane sempre quello della reale “efficacia” di quella condizione nel produrre un particolare stato mentale in relazione ad un particolare reato. Stando alla mia esperienza quella reale “efficacia” è estremamente difficile da provare anche a fronte di quadri conclamati di sofferenza mentale. Al proposito si consideri che Bowlby (1944) nelle conclusioni del suo fondamentale studio sulle caratteristiche, da un punto di vista psicoanalitico, di quarantaquattro minori, autori di varie tipologie di furto, afferma, anche lui con estremo rigore, di non avere la possibilità di “accertare” in che misura le caratteristiche psicologiche di questi ragazzi, peraltro estremamente suggestive per quanto riguarda la presenza di una sofferenza legata a gravi traversie nei primi anni dello sviluppo, abbiano effettivamente contribuito al prodursi dei comportamenti reato.
Ritornando al Freud del processo Halsmann vediamo poi che affronta di fatto anche lo spinoso tema della liceità di un accertamento peritale psichiatrico là dove la persona si dichiari innocente e dove non vi siano prove sufficienti a individuarla con buona certezza come colpevole del reato.
Usare l’accertamento peritale psichiatrico per trovare le motivazioni di un reato che può apparire incomprensibile, usare cioè la perizia come un possibile elemento di prova per poter attribuire quel fatto ad una persona che si dichiara innocente, stravolge completamente il senso dell’accertamento peritale che dovrebbe rimanere uno strumento della difesa[8]. Certo è possibile, anche se molto raro, che il processo di negazione della responsabilità di un fatto reato sia il prodotto dello stesso processo psicopatologico che può aver contribuito al prodursi dell’evento, ma allora, una volta di più, si deve essere in grado di provare sia l’esistenza, al momento del fatto, sia l’efficacia, per dirla con Freud, sempre al momento del fatto, di quella condizione che ha prodotto sia il reato che la sua negazione. La perizia della Facoltà medica separa invece le due dinamiche. Da una parte c’è il complesso di Edipo, come “movente”, dall’altra, alla base della negazione del fatto da parte di Philipp Halsmann, ci sarebbe invece un processo di “rimozione”.
Anche riguardo a questo Freud interviene con fermezza “Devo dire che una simile rimozione piombata dal cielo in una persona adulta che non presenta alcun segno di grave nevrosi…sarebbe davvero una rarità di prim’ordine”.
Quello che ho brevemente cercato di delineare è, per me, il grande Freud psichiatra forense.
Mi sono sempre domandato come mai sia intervenuto solo due volte in campo forense quando le sue straordinarie capacità cliniche, la sua dialettica stringente e, perché no, la sua progressiva fama internazionale gli avrebbero consentito di giocare un ruolo di assoluto rilievo come perito oltre a garantirgli una buona fonte di guadagno. La domanda risuona ancora di più, dentro di me, se solo considero questo episodio narrato da Jones (1953 b) e ripreso più di recente, e con più particolari, da Brett Kahr (2005).
A metà del 1924 Freud ricevette l’invito a occuparsi del caso di Nathan Leopold e Richard Loeb, due ricchi ragazzi americani che, provando a realizzare, per sfida intellettuale, il cosiddetto “delitto perfetto” sequestrarono e uccisero Bobby Franks, un ragazzo di 14 anni, sfortunata cavia del loro esperimento criminale.
Il delitto e il processo ebbero una straordinaria eco negli Stati Uniti.
A Freud fu offerta la somma di 25.000 dollari per occuparsi del caso, offerta che Freud rifiutò sia per motivi di salute, l’anno prima gli era stato diagnosticato il cancro alla bocca, sia temendo di doversi esprimere solo sulla base di notizie giornalistiche e non in base alla conoscenza diretta dei due ragazzi assassini (altra grande lezione di rigore metodologico).
Kahr (2005) ritiene che alla base del rifiuto di Freud ci siano state una serie di ragioni oltre alla malattia: il timore di venire coinvolto nel circo mediatico che si stava sviluppando attorno al caso e una sorta di pregiudizio antiamericano.
Personalmente credo che Freud temesse innanzitutto l’utilizzo strumentale della psicoanalisi in campo cosi delicato e controverso come quello penale (si pensi appunto al caso Halsmann) pronto, pur di difendere l’immagine e l’integrità della sua creatura[9],a rinunciare anche a lauti guadagni.
Discutendo del caso Halsmann Freud riporta la famosa frase di Dostoevskij “la psicologia è un’arma a doppio taglio”: il rischio che, in campo forense, metaforicamente, si possa, e ci si possa, far male se non si segue il rigore metodologico e la prudenza freudiana è, a mio avviso, ancora oggi veramente alto.
Bibliografia
Aichhorn T. (2014)”Ein Schuß gegen der Vater.Attentat eines studenten” Sigmund Freud und der Fall Erns Haberl”. Luzifer-Amor 27 (53) :108-121.
Bowlby J. (1944) Forty-Four Juvenile Thieves: Their Characters and Home Life. Int. Journal of Psychoanaliysis 25:107-128.
Goldstein R.L. (1983) Sigmund Freud: Forensic Psychiatrist. Bull. Am. Acad. Psychiatry Law.11 (3): 273-277
Freud S. (1930) “La perizia della Facoltà medica nel processo Halsmann. OSF XI Torino Boringhieri 1978.
Jones E. a) (1953)The Life and Work of Sigmund Freud. Trad It Vita e Opere di Freud, Milano, Casa Ed. Il Saggiatore, 1966, III vol. pag. 112 e seg.
Jones E. b) (1953)The Life and Work of Sigmund Freud. Trad It Vita e Opere di Freud, Milano, Casa Ed. Il Saggiatore,1966, III vol. pag. 127 e seg.
Kahr B. (2005) Why Freud Turned Down $ 25.000. Mental Health Professionals in the Witness Box. American Imago, 62:365-371.
Marco Marchetti, Psichiatra e Psicoanalista SPI – IPA, Associato CPB, già Professore Ordinario di Medicina Legale e Psicopatologia-forense.
[1] Goldstein parlando delle due perizie di Freud parla di “applicazioni pratiche” della psicoanalisi in campo forense.
[2] A.A. Ehrenzweig, insigne giurista, autore dell’affascinante e complesso trattato “Giurisprudenza Psicoanalitica. Da Platone a Freud e oltre” (Ed It. Milano, La Salamandra, 1982) afferma che Freud non ha mai tentato “di addentrarsi in speculazioni psicogiuridiche” (pag.185).
[3] L’esistenza di questa memoria è peraltro confermata da Anna Freud (Aichhorn, 2014).
[4] Per una ricostruzione minuziosa dei fatti e del complesso procedimento penale vedi Grasl C.A.(2020)”The Halsmann Tragedy(1928/29) and the Vienna Law Faculty” Univ. Vienna Law Review,4 (2): 1-45.
[5] Interessante lo scritto di Fromm che, all’epoca, intervenne discutendo psicoanaliticamente delle ragioni che possono aver indotto Halsmann ad assumere, durante il processo, una posizione certamente non utile alla sua stessa difesa (cfr. Fromm E. (1930) ”Oedipus in Innsbruk” Zum Halsmann-Prozeß. Psychoanalytische Bewegung 2(1): 75-79.
[6] Ricordiamoci il Freud che dichiara nel processo Haberl: “che ogni tentativo di cercare motivi più profondi non avrebbe che oscurato i fatti”.
[7] Vi è un dato criminologico che supporta in modo solido la posizione freudiana: il parricidio è un reato estremamente raro.
[8] Marchetti M. (2007): La Psichiatria Forense. In A. Siracusano, M. Balestrieri, C. Bellantuono, D. Berardi, M. Di Giannantonio (a cura di), Manuale di Psichiatria, Roma, Pensiero Scientifico editore pag. 967 e seg.
[9] Kahr (2005) alla fine del suo lavoro si domanda se Freud in realtà non protesse “fin troppo” l’integrità della psicoanalisi.