La Cura

Storie di coming out, storie di outing. Laura Porzio Giusto

Età Adulta
Storie di coming out, storie di outing. Laura Porzio Giusto
James Ensor, Autoritratto con maschere (1899)

Parole chiave: coming out, outing, riconoscimento, sguardo, visibilità

Storie di coming out, storie di outing

Laura Porzio Giusto

Ma più di tutto credo che abbiamo paura della visibilità
senza la quale però non si può davvero vivere (Lorde, 1984).

Il presente lavoro inizia tracciando le differenze tra coming out e outing. A partire da alcune vignette cliniche e nel dialogo tra clinica e ricerca, entra nei processi di coming out e di outing e nelle loro relazioni con le dinamiche di riconoscimento e (in)visibilità. Il tema dello sguardo risulta centrale per comprendere come l’analista si posiziona nella stanza di analisi.

Facciamo innanzitutto un po’ di chiarezza, laddove spesso si fa confusione. Non è raro infatti sentire o leggere i termini coming out e outing usati come sinonimi, non solo dalla gente comune, ma anche su testate giornalistiche e tra colleghi della salute mentale.

Coming out è il termine che indica il gesto consapevole e volontario di rivelare la propria identità sessuale ad altri. Non è un singolo evento ma un processo che dura tutta la vita, che le persone LGBTQ+ fanno di volta in volta, nei diversi contesti, con persone diverse, con modalità differenti. È un’abbreviazione di coming out of the closet, che significa uscire dal ripostiglio. Si può essere out of the closet o in the closet in differenti contesti e con persone diverse.

L’outing, invece, ha un significato molto diverso. È un termine che indica la rivelazione pubblica della identità sessuale di una persona queer senza il suo consenso e/o contro la sua volontà. Significa subire la violazione di qualcuno all’interno della propria vita intima. L’outing porta sempre con sé una componente di violenza che la vittima riporta con sentimenti di violazione, di grande imbarazzo, di rabbia, ansia e in taluni casi – come in ogni dinamica violenta- sensi di colpa (se sono stato scoperto è colpa mia, avrei dovuto dirlo io prima, ecc).

Coming out

Decidere se, come e con chi fare o no coming out dipende da una serie di fattori.

Il livello di coming out, ossia il grado di visibilità del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere, è spesso correlato al livello di omofobia interiorizzata. Dunque se una persona ha un alto livello di omofobia interiorizzata tenderà a rimanere per lo più nascosta (Lingiardi, 2016). Il livello di coming out, e dunque anche di omofobia interiorizzata, dipende a loro volta dal livello di minority stress e dunque dai diversi contesti. Se un contesto è percepito come minaccioso la persona, per proteggersi, tenderà a non fare coming out. Viceversa un contesto percepito come accogliente favorirà la scelta di venir fuori.

 La propria vita affettiva non è un fatto privato. Le persone continuamente parlano delle proprie relazioni, nominando mogli, mariti, figli, persone che frequentano. Le persone omosessuali hanno sviluppato fini strategie per parlare di sé non nominando il sesso del/la partner, utilizzando ad esempio il termine “persona”: “L’altra sera sono uscito con una persona per andare a vedere un film”. Così le persone non cisgender attraversano grandi difficoltà se non vogliono rivelare la propria identità di genere, dovendosi falsificare e nominare come se appartenessero al genere assegnato loro alla nascita.

Un tema molto frequente che attraversa i processi di coming out è protezione/autenticità:

Mia madre mi ha fatto una battuta sul mio trovarmi una ragazza con cui avere dei figli. Pensavo avesse capito, ma evidentemente il mio comportamento, come io sono non sono sufficienti a comunicare. Sto pensando di dirglielo. Ho molta paura perché so come la pensano ma così la relazione con lei e con tutta la mia famiglia è totalmente inautentica (Gianni, comunicazione in seduta).

Gianni sta cercando di negoziare dentro di sé tra paura di essere invalidato e rifiutato e desiderio di autenticità. Ha fatto un lungo e faticoso processo per essere out con il resto del mondo, ma affrontare la propria famiglia è ancora un gradino difficile. Dopo un primo periodo di analisi:

Quando venni qui la prima volta non potevo nemmeno dire sono gay. Ci sono voluti anni per dichiararmi a me stesso, a lei, e a ormai gran parte del mio mondo. Non tutti però, come sa.

In una recentissima ricerca (Scandurra et al., 2026) vengono esaminati i concetti di queer social safety e unsafety attraverso le narrazioni di 97 partecipanti adulti (18-67 anni). Per social safety si intende la percezione di essere accettati, connessi e protetti con l’ambiente sociale, mentre rifiuto e esclusione possono attivare vigilanza e risposte auto-protettive (Diamond and Alley, 2022).

Viceversa, per social unsafety ci si riferisce a quando la valutazione dell’ambiente sociale non fornisce elementi sufficienti relativi a riconoscimento, legittimità, protezione e alla presenza di un autentico supporto sociale. Esperienze di social unsafety possono emergere sia dalla presenza di elementi di minaccia sociale sia dalla assenza di elementi di sicurezza.

Il senso di sicurezza sociale, sottolineano gli Autori, non si riferisce soltanto al supporto sociale, a una connessione con la comunità, a resilienza e affermazione relazionale, ma cattura uno spettro più ampio di fattori che hanno a che fare con un ambiente abitabile, affidabile, di supporto ma anche validante e legittimante.

Ancora Gianni sottolinea:

Il punto non è solo che mia madre possa reagire con un rifiuto, ma che possa essere invalidante, dirmi che è solo una fase, o roba del genere. Il fatto che non ho un ragazzo potrebbe non essere un elemento di favore, come qualcosa che lo testimonierebbe.

Con qualcosa che lo testimonierebbe il ragazzo intende qualcosa di concreto che possa validarlo e impedire all’altro di dirgli “è solo una fase” o qualcosa del genere.

Ci sono coming out che portano a una vera e propria minaccia per il sé, seppur comportino l’acquisizione di relazioni più autentiche:

Quando a 16 anni feci coming out in famiglia, i miei genitori mi mandarono da uno psicologo amico loro che mi disse che ero malato ma che potevo guarire (Paolo, comunicazione in seduta).

Nonostante questo, Paolo trova il coraggio di lasciare quella terapia e chiedere nuovamente un aiuto da un’altra parte. Il suo racconto del suo coming out è particolarmente toccante, laddove il ragazzo ancora minorenne coglie nella madre uno sguardo di disprezzo che sembra letteralmente trafiggerlo.

Il lavoro terapeutico gli consente lentamente di diminuire il livello di diffidenza iniziale, facendo gradualmente esperienza di stare in una relazione sufficientemente sicura. Si avvicina alla comunità gay, dove non solo stringe nuove amicizie con cui può identificarsi e confrontarsi, ma gradualmente ne entra a far parte, impegnandosi attivamente al suo interno.

Ancora una minaccia rappresentata dalla reazione dell’altro:

[…] fu proprio mentre puliva che mi chiese “come mai conosci tutti quei ragazzi gay?”. Sorrisi. Ingenuamente perché pensai che volesse, con affetto, estorcermi un coming out […]. Pensai a tutto questo e pensai male, buttandomi felice “Mamma, perché sono gay anche io, sono già dieci mesi che sto con un ragazzo, è una cosa seria”. Il tempo si fermò. Mia madre si portò le mani alla faccia, ma non pianse. Iniziò a dirmi delle cose atroci, poi mi chiese di non dirlo a nessuno […] (Hutz, 2021, p. 37, 38).

Questa testimonianza illustra una situazione di coming out forzato, al limite dunque con l’outing, in cui il ragazzo sente positivamente il presentarsi di un’occasione, che decide di cogliere, per poi cadere dentro una reazione di rifiuto.

Se solo quando ero adolescente qualcuno mi avesse ascoltato come fa lei, invece di dirmi chi ero, non avrei passato tutto questo dolore (Maria, comunicazione in seduta).

Maria parla del suo dolore, di aver subito un outing dalla sua precedente terapeuta da cui era seguita in adolescenza, che rivelò il suo orientamento sessuale ai suoi genitori, i quali non recepirono o finsero di non sapere nulla. Al contempo la terapeuta le diceva che era solo una fase, che sarebbe passata.

Negli anni della nostra terapia Maria tenta un coming out con i genitori, i quali però fingono di non capire e si mettono a parlare di uomini, donne e relazioni eterosessuali.

È stato un coming out impossibile, commenta tristemente Maria. Ma anni dopo, quando ha una relazione, ci riprova portando la sua compagna a casa, la quale è accettata benevolmente e finalmente Maria può beneficiare degli elementi positivi del suo coming out andato a buon fine.

Ci sono poi coming out che non hanno bisogno di essere fatti come il caso di Giorgio, cresciuto in una famiglia molto aperta, in cui è sempre stato chiaro e ben accettato il suo orientamento sessuale.

Non c’è mai stato bisogno di dire sono gay, l’hanno sempre saputo e io ne ho sempre parlato apertamente. Mi rendo conto di essere molto fortunato.

O ancora coming out a più riprese, non compresi.

Alex ha ora 18 anni, è un ragazzo transgender e tenta a più riprese di parlarne con la madre, prima intorno agli 11 anni, poi verso i 14 e, infine alla soglia dei suoi 18 anni. Solo quest’ultimo tentativo sembra essere stato parzialmente recepito, seppur la madre continui a chiamarlo con nome e pronomi femminili. Alex vuole iniziare una terapia ormonale, ma appare molto disorientato, non ha supporti né in famiglia, né tra i suoi pari e si rivolge a me per essere aiutato. La madre invece mi dà il mandato di rimettere a posto questa “figlia confusa”.

Ascoltiamo infine il coming out di Ambra, ricco di sfumature emotive e di temi che ritroviamo in tanti altri racconti:

Ce l’ho fatta!! ieri ho parlato con i miei, ho detto loro che sto con Giulia.
Se guardo la cosa lucidamente è andata bene, mi hanno detto frasi del tipo: “per noi non cambia niente, ti vogliamo bene come prima e più di prima” oppure “non c’è niente di strano”.
Insomma dovrei essere contenta invece ho un’ansia pazzesca. Non so bene perché.
Forse quello sguardo di mia madre, durato una frazione di secondo, quando glielo ho detto, come se, -lei lo immaginava  me l’ha confermato –  fino all’ultimo sperasse che non fosse così. Oppure una frase un po’ infelice di mio padre: “meglio così che soli”, anche se il tono non indicava un senso dispregiativo.
Ho pensato anche che quest’ansia sia dovuta a un meccanismo del tipo: “se lo dico allora è vero”, dove dirlo ai miei, a differenza degli amici, ha certamente significati più profondi, implicazioni più complesse. Sento come una sorta di vergogna, come se ora il loro sguardo si posasse su di me in modo differente, anche se loro dicono che non è così.
Poi mi sono fatta prendere molto dall’emotività, ho pianto tutto il tempo, mentre avrei preferito mostrarmi più salda. Ma credo che tutta la tensione accumulata in questi anni si sia sciolta senza che io potessi farci niente.
Ci sono stati anche molti silenzi, avrei voluto che mi chiedessero qualcosa (nemmeno da quanto tempo stiamo insieme!) ma è pur vero che vedendomi così emotiva avranno sentito che non era il caso di approfondire oltre. E poi sarà stata anche una loro difesa dal sapere di più.
Insomma forse fantasticavo questo giorno in modo diverso, non so nemmeno io come.
Quando l’ho detto, e il momento che l’ha preceduto, ho avuto la sensazione di buttarmi nel vuoto, anche fisicamente ho sentito un effetto tipo montagne russe. Che cosa strana! Non ho altre esperienze paragonabili nella mia vita che mi abbiano fatto provare cose simili.
Dovrei potermi dire: ce l’hai fatta! sentirmi orgogliosa e sollevata, e invece non è così, almeno per ora. Evidentemente ho bisogno di tempo, per digerire, per realizzare, perché ho anche un po’ una sensazione mista tra realtà e irrealtà, del tipo: l’ho fatto davvero?

Il giorno dopo il famoso coming out, quell’ansia a cui non sapevo dare un nome preciso si è concretizzata nella reazione di mia madre che ci ha tenuto a dirmi che lei non accetta tutto questo, anzi lo rifiuta. Ed è stata molto ingrata nei miei confronti: prima ero la figlia perfetta che si era occupata di lei e dei nostri problemi familiari laddove spesso mi diceva “se non ci fossi tu non so come farei”, e ora ha disconosciuto tutto, “non sei più la stessa”, mi ha detto. E mi ha in qualche modo rimproverato di averne parlato, avrebbe preferito che non dicessi nulla. Che cosa tremenda! Così, mentre quella sera pronunciava parole rassicuranti (per noi non cambia niente, ti vogliamo bene come prima, ecc), quel suo sguardo che avevo colto, tradiva la sua reale reazione.
Ho sempre cercato il senso rotondo della vita, dove i diversi aspetti di me e degli altri, sentimenti, affetti e legami potessero incontrarsi in modo armonioso. A volte questo succede ed è bellissimo, ma non può accadere sempre e con tutti, madri incluse.
Viceversa mio padre è stato e continua a essere meraviglioso. È stato molto accogliente e autenticamente amorevole, per lui davvero ciò che conta è la mia felicità. Mi ha scritto parole molto commoventi, e il rapporto tra me e lui non è cambiato di una virgola. Mi chiedo come mia madre prenderà la notizia che vogliamo avere un bambino
. (Ambra, comunicazione in seduta).

La madre non le parlerà per alcuni mesi e, inizialmente, non prenderà bene la notizia di diventare nonna. Quando Ambra comunica di essere incinta “mia madre aveva uno sguardo vitreo, come se volesse distogliere da sé la lieta novella, si è girata e ha iniziato a parlare di altro. Tanto che ho dovuto ripeterle: mamma hai capito che sono incinta?” Con l’arrivo del nipotino tuttavia gli animi si placheranno e la madre di Ambra lo accoglierà con molto affetto e contentezza.

Questo racconto tocca diversi temi: lo sguardo, le ambivalenze, il desiderio di un “senso rotondo della vita”, opposto a stati del sé poco integrati che spesso le persone queer si trovano a vivere in relazione ai diversi contesti quali lavoro, famiglia, amici, ecc (Lingiardi, 2016), ansia, emotività che scoppia, timori, reazioni di rifiuto, ma anche di accettazione (da parte del padre), nascita di un figlio che spesso rimette a posto le cose, e tanti altri.

Voglio qui mettere in luce il tema dello sguardo che si ritrova in moltissimi racconti di coming out e del desiderio di una vita armoniosa e autentica. Lo sguardo, al di là delle parole, è ciò che le persone colgono come reazione autentica e che poi, come nel caso di Ambra, si rivela tristemente tale. Il desiderio di una vita armoniosa e di relazioni autentiche è spesso il motore che fa prendere questa scelta e fa superare le resistenze.

Outing

Mettiamoci nuovamente in ascolto di altre storie:

L’allora mio ragazzo, quando lo scoprì, mi fece outing ai miei genitori. Fu terribile. Mi sono sentita sola e scoperta. E negata di una grande possibilità: di dirlo io. Da allora i rapporti con i miei genitori sono come dire… fintamente normali, ma io percepisco il loro disprezzo. C’è un muro tra di noi, vorrei essere aiutata ad aprire una finestra (Francesca, comunicazione in seduta).

“Mio padre quando ha scoperto che sono transgender [lo scopre guardandogli il telefono] mi ha messo la valigia davanti alla porta della stanza. Le scelte erano due o la riempivo e me ne andavo o accettavo di essere curato anche farmacologicamente per la mia situazione di instabilità e malattia mentale, come la definiva lui”. Avevo 18 anni.

Bisogna immaginare la scena, pensateci un momento. Il giorno prima la cena di compleanno con gli amici e i genitori, regali e candeline da soffiare, selfie e abbracci. Il giorno dopo non rimane più nulla. La strada. Solo quella. (Alliva, 2020, pp. 48-49).

È successa una cosa terribile. Ero al lavoro, in un momento di pausa, saremo state una decina di persone, e a un certo punto una collega mi ha fatto outing. Sì, proprio così, in pubblica piazza! Sono rimasto frizzato, il cuore mi stava uscendo dal petto, tutti sono rimasti in silenzio, un grande imbarazzo. Io sono stato forzatamente messo di fronte a scegliere se mentire, dicendo che non era vero o fingere tranquillità e andarle dietro. Ho scelto la seconda. È stato un incubo. Peraltro mi ha dato un’etichetta nella quale nemmeno mi riconosco completamente. Mi sono sentito forzato, violato nella mia sfera personale, messo a nudo, in modi e tempi che non erano i miei e in un contesto che non sento veramente sicuro. Sì, in apparenza tutti tranquilli, “tipo guardiamo questo animale da circo e diciamo quanto è carino”, ma io lo sento quando un contesto non è davvero autentico e legittimante (Marco, comunicazione in seduta).

Ciò che emerge è il carattere violento di queste situazioni, non un gesto volontario e consapevole, magari ambivalente come abbiamo visto, ma l’essere messi a nudo contro la propria volontà e subirne gli stati interni e le reazioni esterne. In tutte e tre queste storie appare un contesto non safe, in cui la persona cioè non si sente al sicuro, e, specie nel caso della testimonianza raccontata da Alliva, si trova a essere gravemente minacciata nella propria integrità psichica e fisica.

Nel racconto di Marco troviamo un outing improvviso che lo mette di fronte a un forzato coming out, pena mentire e sentirsi ancora più in imbarazzo. La rivelazione in pubblica piazza congela Marco e tutti i colleghi. Potremmo ipotizzare che si congeli la possibilità di pensare, di intervenire, come quando si subisce uno shock e si rimane immobili. E poi questa apparente tranquillità dove però Marco coglie qualcosa di sottostante: l’essere guardato come un animale da circo, che descrive come “quanto è carino”: l’altra faccia della medaglia dell’omofobia. Quando dice “io lo sento quando un contesto non è davvero autentico e legittimante” penso alla ricerca sopraccitata in cui gli Autori sottolineano che non è sufficiente non percepire elementi minacciosi ma è necessario percepire fattori legittimanti e autenticamente validanti.

La storia di Francesca aggiunge un altro elemento: l’outing priva della possibilità di fare coming out con propri tempi e modalità. Le persone che subiscono outing riportano spesso sentimenti di shock, di aver subito una violenza, di impotenza, di essere stati scoperti, di essere ora guardati con sguardi di disapprovazione o disprezzo, di aver subito un’ingiustizia, di non sentirsi al sicuro.

Alcune considerazioni per la clinica

Molto spesso pazienti queer arrivano nelle nostre stanze con una certa dose di sfiducia e sospettosità. Ciò non significa che questi pazienti siano intrinsecamente più sfiduciati o sospettosi di altri, ma tali fattori derivano da esperienze fatte nel corso della loro vita. Inoltre, come ogni persona, possono portare questi vissuti anche in relazione ad altre esperienze e propri funzionamenti. In genere questi diversi canali si fondono. Per questi motivi non è raro che ci sottopongano a un test silenzioso, una sorta di valutazione sul nostro essere più o meno omotransfobici. Sono sotto test quella qualità dello sguardo, il nostro modo di porci che è espressione di ciò che pensiamo e sentiamo, i termini che usiamo (ad esempio se confondiamo coming out con outing!) e tante altre cose che generalmente la persona coglie per poi farne una deduzione. Tempo fa mi chiamò una ragazza dicendomi al telefono: “Vorrei fare un colloquio di prova”.

Isay (2000) sostiene che per condurre una buona analisi con un paziente gay bisogna essere autenticamente convinti che essere gay è una condizione naturale. Ritengo qui racchiuso il nucleo fondante di tutto il discorso sulla clinica. Ne deriva dunque che ciascun clinico dovrebbe profondamente interrogarsi su propri eventuali pregiudizi, sulla propria formazione, sulle proprie conoscenze, su ciò che pensa e sente nei confronti delle persone LGBTQ+. Se scopre dentro di sé pregiudizi, anche impliciti e sottili – i più insidiosi invero – dovrebbe inviare il paziente ad altro collega.

La formazione, in grado di attivare nuovi pensieri e fornire nuove conoscenze, è un utile strumento per sciogliere i pregiudizi e avvicinarsi ai temi che attraversano la vita di queste persone. Naturalmente anche la supervisione con un collega esperto è un altro utile strumento.

È importante anche la conoscenza della storia della comunità LGBTQ+ perché le generazioni attuali poggiano i loro piedi sulle spalle di chi li ha preceduti, c’è una trasmissione transgenerazionale che continua il suo corso e che va sempre di più in direzione di nuovi cambiamenti. Tuttavia dobbiamo poter riconoscere le ripetizioni della storia che non si arrestano e che ostacolano la via delle trasformazioni (per una rassegna storica e il concetto di ripetizione si veda Cordioli & Porzio Giusto, 2024).

Nelle nostre stanze dovremmo riuscire a fornire un ambiente sicuro, non solo non minaccioso, ma in cui sono presenti elementi di validazione, di legittimazione, di comprensione e supporto. In fondo non è diverso da quello che facciamo con tutti gli altri pazienti, anche se qui ci troviamo di fronte ad alcuni temi specifici quali appunto coming out e outing.

Seguire i processi interni che portano a fare la scelta di fare coming out o meno significa ascoltare con rispetto le valutazioni sull’ambiente esterno (che a volte può essere molto pericoloso, come nella storia raccontata da Alliva) e i propri timori che bloccano questo processo. Significa altresì lavorare sulla omofobia interiorizzata, sul proprio senso di disprezzo di sé, di valere meno, di sentirsi a nudo e in imbarazzo, ecc. È importante poi, come in ogni altra situazione, non prendere parte – coming out sì/coming out no – ma aiutare la persona a sciogliere i propri pregiudizi ascoltando paure e desideri.

E ancora sostenere e validare i sentimenti che si provano a fronte dell’aver subito un outing, comprendendo la portata emotiva di ciò che la persona si è trovata ad affrontare, i sentimenti che prova per sé, la possibilità di ricevere supporto dalla comunità. Si è riscontrato infatti che ricevere e dare sostegno alla comunità LGBTQ+ è un fattore protettivo. A sua volta esso però può dipendere di nuovo dall’omofobia interiorizzata (se il livello di questa è alto difficilmente la persona si iscriverà a un’associazione), dunque è su questi contenuti interni che occorre lavorare. Le persone queer non sono solo queer ma sono innanzitutto persone e come tali hanno una loro particolare storia che può derivare ad esempio da una sfiducia di base nell’altro che va a mescolarsi con le loro traversie rispetto all’essere persone appartenenti a una minoranza e marginalizzate.

“La narrativa del coming out è un ponte dal senso di vergogna a quello dell’autostima” (Lingiardi, 2016, p.154). Vergogna e autostima si connettono con il tema dello sguardo. Lo sguardo, nella sua accezione concreta e nei suoi significati simbolici, coglie e rappresenta i vissuti che caratterizzano l’omofobia sociale e interiorizzata, in stretta relazione con quello che si può chiamare il trauma dell’in-visibilità (Porzio Giusto & Vagnarelli, 2020).

I pazienti spesso si trovano in quella dimensione, che spesso ci capita di osservare in situazioni cliniche anche molto diverse, di impossibilità di scegliere tra perdere se stessi o perdere l’altro, ovvero essere se stessi conservando il legame con l’altro. È evidente che entrambe sono rinunce che non possono attuarsi, se non ad enormi costi psicologici ed emotivi e che si traducono per lo più in continui e dolorosi compromessi, falsificazioni, perdite.

Su questo terreno Paolo, ad esempio, in un primo tempo costruisce la convinzione che l’amore non potrà mai far parte della sua vita, convinzione che si fonda su un modo di sentirsi visto e di guardare a sé caratterizzato da disprezzo, insicurezza e vergogna: “Se mia madre non mi ama per quello che sono, chi lo farà?”.

Questo si traduce e si conferma nel non aver mai avuto alcuna relazione sentimentale né sessuale. Il timore di ripetere esperienze di rifiuto lo tiene lontano da qualsiasi possibilità relazionale: in un primo periodo dell’analisi infatti, non frequenta la comunità gay e lesbica e, a parte pochi vecchi amici, appare piuttosto isolato socialmente. Col tempo comincia a pensare e a fare fantasie sulla possibilità di innamorarsi, avere un compagno e costruire una famiglia. Accede così alle sue prime relazioni sessuali e sentimentali. È alla conquista del suo diritto all’amore, non perché l’abbia trovato, ma perché ora sente di poterlo avere.

Due grandi temi che si intersecano sono l’(in)visibilità e il (non)riconoscimento.

Autori provenienti da approcci teorici e clinici differenti, pur non riferendosi specificamente ai vissuti delle persone LGB, hanno sottolineato quanto esperienze di non riconoscimento possano inficiare lo sviluppo armonico della personalità.

Bromberg (1998/2001) parla di trauma relazionale, trauma evolutivo o trauma del disconoscimento riferendosi a esperienze ripetute, nel corso della crescita, di non riconoscimento di aspetti del Sé all’interno di relazioni significative. Tali aspetti, in quanto non riconosciuti, divengono “illegittimi” e possono venire relegati in una parte dissociata della personalità del soggetto: “…la «disconferma», in quanto non negoziabile sul piano relazionale, è traumatica per definizione, e ritengo che questo spieghi buona parte di quello che definiamo trauma evolutivo o […] trauma relazionale” (Bromberg, 2012, p.58).

Durante l’intero corso di vita, la possibilità di rendere relazionali, comunicandoli, i propri affetti e il proprio vissuto è ciò che permette di dare senso all’esperienza, significandola e rendendola perciò reale e viva. Quando questa esperienza è, invece, intrisa di vergogna, diventa indicibile, invisibile, non esistente: “[…] il salutare desiderio del bambino di comunicare la propria esperienza soggettiva a un altro di cui ha bisogno, viene infuso di vergogna, perché l’altro di cui si ha bisogno non riconosce, o non riconoscerà, l’esperienza del bambino come qualcosa di legittimamente «pensabile». Il legame di attaccamento che organizza la stabilità del bambino è messo a repentaglio. Ora sente non che ha fatto qualcosa di sbagliato, ma che vi è qualcosa di sbagliato in se stesso, vale a dire, qualcosa di sbagliato in lui come persona. Per sopravvivere a questa destabilizzazione del senso del Sé, sequestra la parte della sua esperienza soggettiva che diventa così «illegittima»” (Bromberg, 2012, p.43).

Anche nel concetto di disturbo traumatico dello sviluppo complessoci si riferisce all’aver vissuto in età precoce esperienze traumatiche multiple e/o croniche, protratte nel tempo, spesso di natura interpersonale, che hanno inciso negativamente sullo sviluppo. Tali esperienze hanno spesso avuto luogo all’interno del nucleo familiare del bambino ed i vissuti che ne derivano sono di impotenza, disperazione, isolamento, solitudine, ingiustizia, sofferenza (Van Der Kolk, 2005).

Khan (1963) con la sua definizione di “trauma cumulativo” teorizza che la ripetizione di eventi o situazioni che non appaiono francamente traumatici possano determinare un effetto patogeno sul processo di strutturazione dell’Io. Così Kohut (1978) sostiene che più frequentemente sono atmosfere croniche e ripetuti atteggiamenti e modalità degli oggetti Sé a lasciare un segno sullo sviluppo del Sé piuttosto che eventi chiaramente traumatici.

Secondo Steele e Van der Hart, la dissociazione e l’indicibilità sono indissolubilmente legate e, dunque, la via per l’integrazione delle parti dissociate del Sé passa invariabilmente attraverso la creazione di una propria, personale, narrativa: “la condivisione con gli altri dei processi più significativi di realizzazione è un modo per rafforzare la nostra consapevolezza e creare una narrativa riguardante l’impatto che tali processi hanno avuto sulle nostre vite e le nostre relazioni” (Van der Hart et al., 2006 p.164).

In un certo senso il coming out è silenziosamente presente anche quando la persona sceglie di rimanere nel ripostiglio, rappresentando l’altra alternativa possibile. Restare in the closet può comportare da un lato un senso di sollievo dato dal non dover affrontare lo stigma sociale temuto, ma dall’altro può far sentire la persona estremamente arrabbiata e addolorata per essersi (nuovamente) dovuta falsificare (Porzio Giusto & Vagnarelli, 2020).

Conclusioni

La dicibilità e la condivisibilità della propria narrativa, il riconoscimento di diversi aspetti della propria personalità e dei propri affetti, la soddisfazione dei bisogni di attaccamento, di essere sostenuti e visti per ciò che si è, sono aspetti fondanti per la promozione e la costruzione della salute mentale. Appare evidente che, per le persone LGBTQ+, queste dimensioni possano essere fortemente messe a rischio.

La possibilità di pensare e condividere la propria trama intrapsichica ed interpersonale, costellata di eventi potenzialmente traumatici, ma anche di risorse più o meno consce, passa attraverso la creazione di una relazione psicoterapica accogliente e validante, che permetta di ri-costruire la propria visibilità, a se stessi e agli altri, integrando tutte quelle parti eventualmente dissociate perché ritenute inconciliabili con un sé amabile e di valore.

Le conoscenze che derivano dalla letteratura scientifica sullo sviluppo armonico della personalità e sui suoi possibili esiti psicopatologici, sembrano andare nella stessa direzione di quanto evidenziato dalle ricerche sul minority stress, sui concetti di queer social safety e unsafety, sulle omofobie e sulle politiche di discriminazione sociale.

Mi auguro dunque un continuo dialogo tra ricerca e clinica, capace sempre di più di colmare eventuali lacune, scardinare pregiudizi e aiutarci con i nostri pazienti.

NOTA DI ANONIMIZZAZIONE

L’autore ha preso tutte le misure necessarie per garantire che nessuna delle persone di cui si scrive possa essere identificata da terzi e per ridurre al minimo la probabilità che il paziente o i pazienti si riconoscano.

Bibliografia

Alliva S. (2020). “Caccia all’omo. Viaggio nel paese dell’omofobia”. Fandango Libri, Roma.

Bromberg P.M. (1998/2001). Standing in the spaces. Essays on Clinical Process, Trauma and Dissociation. Mahwah: The Analytic Press, Inc, trad. it. Clinica del trauma e della dissociazione. Milano: Raffaello Cortina, 2007.

Bromberg P.M., (2012). L’ombra dello tsunami. La crescita della mente relazionale. Raffaello Cortina, Milano.

Cordioli A. & Porzio Giusto L., (2024). Cento anni di omotransfobia … per non ripetere. In Cardia R., Colucci Mc. (a cura di),Gruppo: Omogeneità e differenze. Crudeltà e follia nell’epoca dell’incertezza catastrofica del tempo digitale e della intelligenza artificiale. ARGO Onlus – Associazione per la Ricerca sul Gruppo Omogeneo Roma/Milano/Padova, dicembre 2024, 10, pp. 219- 246. https://www.argo-onlus.it/la-rivista/

Diamond L.M. & Alley J. (2022). Rethinking Minority Stress. A Social Safety Perspective on the Health Effects of Stigma in Sexually-Diverse and Gender-Diverse Populations. In Neuroscience & Biobehavioral Reviews 138: 104720.

Hutz L. (2021). Avevo dato il primo bacio ad un ragazzo ad agosto del 2002. In “Quella volta che ho detto tutto. Storie di coming out”, pp.37-40.

Khan M. (1963). Il concetto di trauma cumulativo. In Lo spazio privato del sé. Torino: Bollati Boringhieri, 1979.

Kohut H. (1978). The Search for the Self. Selected Writings of Heinz Kohut: 1978-1981. Vol. 3,4 New York: Int. Univ. Press, 1988.

Lingiardi V. (2016). “Citizen gay. Affetti e diritti”. Il Saggiatore, Milano.

Lorde A. (1984). “Sister outsider”. Crossing Press, Berkeley.

Isay R. (2000). L’analista omosessuale. In “L’omosessualità nella psicoanalisi”, a cura di Bassi F e Galli P. F. Einaudi, Torino, pp. 89-116.

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Scandurra C., Mezzalira S., Rea D., Geremicca A., Cruciani G., Carone N. and Bochicchio V. (2026). Towards a conceptual model of queer social safety: insights from LGBTQ+ narratives of safety and unsafety. In Culture, Health &Sexuality. Taylor & Francis, pp. 1-15.

Van der Hart, O., Nijenhuis, E., Steele, K. (2006) The Haunted Self: Structural Dissociation and the Treatment of Chronic Traumatization, New York: Norton & Co.; trad. It. Fantasmi del sé. Trauma e trattamento della dissociazione strutturale. Milano: Raffaello Cortina, 2011.

Van der Kolk, B.A. (2005), Developmental Trauma Disorder: Toward a rational diagnosis for children with complex trauma histories. Psychiatric Annals, 35(5), 401-408.

Storie di coming out, storie di outing. Laura Porzio Giusto Monica Castellini

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