Parole chiave: Setting psicoanalitico; spazio domestico; confini; campo analitico; trasformazioni della cura
Questo contributo di Renata Rizzitelli interroga le condizioni che consentono a uno spazio domestico di diventare un luogo di cura. Ripercorrendo l’evoluzione del concetto di setting da Freud agli sviluppi contemporanei della psicoanalisi, mostra come la funzione analitica nasca dall’integrazione tra cornice esterna e assetto interno dell’analista. Il lavoro da casa, la teleanalisi e gli interventi domiciliari diventano così occasioni per riflettere sul valore clinico e simbolico dei confini.
(Stefania Pandolfo)
Abitare il setting. Spazio domestico, funzione analitica e trasformazioni contemporanee della cura psicoanalitica.
Renata Rizzitelli
Marco Tullio Cicerone, parlando di Socrate, scrive:
«Socrate fu il primo a far scendere la filosofia dal cielo, a collocarla nelle città, a introdurla nelle case e a costringerla a interrogarsi sulla vita, sui costumi, sul bene e sul male.»
(Tusculanae Disputationes V, 10).
Preambolo – La psicoanalisi nasce in casa
Per oltre trent’anni Sigmund Freud riceve i suoi pazienti nell’appartamento di Berggasse 19, a Vienna: uno spazio domestico che diventa uno spazio clinico. Il lettino coperto dai tappeti, le statuette antiche, la luce misurata, la poltrona dell’analista collocata fuori dal campo visivo non sono semplice arredamento, ma un dispositivo simbolico che separa, all’interno della casa, il luogo dell’analisi dalla vita familiare.
Nelle lettere a Wilhelm Fliess affiora la quotidianità di questa convivenza tra abitazione e lavoro; nelle testimonianze dei contemporanei, e poi museali, si riconosce la logica di un confine più rituale che murario, che mostra come tale distinzione non fosse affidata tanto ai muri quanto a una precisa organizzazione della cornice: puntualità degli orari, regolarità dei pagamenti, asimmetria dei ruoli, continuità del dispositivo. Freud istituisce così una distanza “interna” nella propria dimora: una soglia che si attraversa senza uscire dall’edificio: l’analisi comincia nel momento in cui si varca la porta dello studio.
Sándor Ferenczi raccoglie questa eredità e la sviluppa ulteriormente. La questione non è più soltanto come delimitare uno spazio clinico all’interno della casa, ma come preservare la funzione terapeutica quando la cura implica una maggiore prossimità emotiva. Nell’Elasticità della tecnica psicoanalitica e soprattutto nel Diario clinico (1932), la distanza non viene pensata soltanto in termini spaziali, ma come una qualità della relazione: tatto, capacità di modulare la risposta, disponibilità emotiva e, nello stesso tempo, rifiuto di ogni confusione tra i registri relazionali.
Se Freud costruisce il setting attraverso la stabilità della scena analitica, Ferenczi ne esplora la dimensione dinamica: fino a che punto ci si può avvicinare al paziente senza trasformare la vicinanza terapeutica in familiarità? La stanza rimane il contenitore riconoscibile dell’incontro, ma la sua efficacia dipende dalla capacità dell’analista di mantenere il confine anche all’interno della relazione. L’elasticità, in altre parole, vive dentro il setting, non al suo posto.
Questa duplice eredità — la casa come luogo originario della psicoanalisi e il setting come regolazione della distanza clinica — costituisce il punto di partenza delle riflessioni contemporanee sul lavoro analitico negli spazi domestici. La domanda che oggi si pone di fronte alla diffusione degli studi in appartamento, dei dispositivi ibridi e della teleanalisi non è, in fondo, diversa da quella affrontata dai pionieri della disciplina: quali condizioni permettono a uno spazio domestico di diventare un luogo di cura?
Dalla casa allo studio contemporaneo
Da questa duplice radice — la casa come luogo originario della psicoanalisi e il setting come regolazione della distanza clinica — prende forma la riflessione contemporanea sul lavoro analitico negli spazi domestici: studi in appartamento, setting ibridi, teleanalisi e, più in generale, nuove modalità di esercizio della cura. L’interrogativo, tuttavia, rimane sostanzialmente lo stesso: quali condizioni consentono a un lavoro svolto “da casa” di conservare la propria natura analitica, senza ridursi a una semplice vicinanza fisica o relazionale?
Nelle pagine che seguono, a partire dal laboratorio freudiano di Berggasse e dalla sensibilità ferencziana per i confini, possiamo provare a delineare criteri, rischi e opportunità del lavoro clinico quando il domestico è troppo vicino, e come il setting psicoanalitico possa essere utile per una sana gestione del lavoro da casa in generale.
Winnicott e il setting come funzione di holding
Con Donald Winnicott il concetto di setting compie un passaggio decisivo. La cornice analitica non coincide più soltanto con lo spazio della seduta, ma assume la funzione di holding: un ambiente sufficientemente affidabile capace di sostenere l’esperienza psichica del paziente. Non si tratta di un semplice ampliamento teorico, bensì di un diverso modo di concepire la cura. Lo spazio, il tempo, la continuità degli incontri e la postura dell’analista concorrono a creare quelle condizioni che permettono al paziente di sostare nell’area transizionale, tra realtà interna ed esterna, dove può svilupparsi il gioco e prendere forma l’esperienza creativa del Sé.
In questa prospettiva, anche quando lo studio conserva caratteristiche domestiche — un appartamento, un ingresso che ricorda quello di una casa — il suo valore terapeutico non dipende dall’aspetto dell’ambiente, ma dalla costanza della funzione che esso svolge. La prevedibilità della cornice — lo stesso orario, lo stesso percorso di accesso, la stabilità della disposizione dello spazio, l’affidabilità nell’iniziare e nel concludere la seduta — consente al paziente di vivere l’ambiente come sufficientemente stabile e sicuro.
La stanza non è solo “la casa dell’analista”, ma un luogo sufficientemente buono nel quale il paziente possa sperimentare, giocare e pensare senza sentirsi né trattenuto né abbandonato. Ciò che sostiene questa esperienza non è tanto la materialità dello spazio quanto la continuità dell’ambiente, che rende possibile l’integrazione dell’esperienza del Sé e, come metteranno successivamente in evidenza gli autori della teoria del campo, contribuisce a costituire quel particolare campo psicologico condiviso entro cui l’esperienza analitica può prendere forma.
Con Winnicott il tema dei confini, già presente in Freud e sviluppato da Ferenczi sul piano della distanza relazionale, si amplia ulteriormente. Il setting non delimita soltanto uno spazio separato né regola esclusivamente la prossimità tra analista e paziente: diventa esso stesso una funzione dell’ambiente, capace di sostenere il processo evolutivo e di rendere possibile l’esperienza analitica. È su questa trasformazione concettuale che si innesteranno gran parte degli sviluppi successivi della psicoanalisi contemporanea.
Il punto decisivo: la responsabilità del confine
Il punto decisivo non riguarda il decoro dello studio né la semplice osservanza di regole formali, ma la responsabilità che l’analista assume nel custodire il setting. La continuità della cura non è garantita automaticamente dall’ambiente: prende forma attraverso la costanza con cui l’analista mantiene la funzione della cornice, attraversa le inevitabili discontinuità senza smarrirne il significato e preserva quella particolare asimmetria relazionale che distingue l’incontro analitico da ogni altra forma di vicinanza.
In questa prospettiva, il compito dell’analista consiste nel rendere possibile un’esperienza di affidabilità. Egli offre continuità, contiene le rotture, modula la distanza relazionale e protegge il paziente dalla confusione tra intimità e familiarità. L’ambiente facilitante descritto da Winnicott è, in questo senso, un confine vivo: non trattiene né irrigidisce, ma sostiene la spontaneità senza rinunciare alla funzione contenitiva che rende possibile il gioco, il pensiero e il lavoro trasformativo.
Proprio per questo il “lavoro da casa” non rappresenta semplicemente una diversa soluzione organizzativa, ma una prova particolarmente impegnativa della tenuta del setting. Quando lo studio si trova all’interno dell’abitazione dell’analista, i confini non sono più affidati soltanto alla separazione fisica degli spazi: devono essere continuamente istituiti e resi riconoscibili attraverso la qualità della presenza analitica. Orari, modalità di accesso, soglie, pause, uso della parola e gestione delle comunicazioni non costituiscono meri aspetti organizzativi, ma diventano gli strumenti attraverso cui il setting continua a svolgere la propria funzione simbolica, distinguendo l’ospitalità clinica dall’ospitalità privata.
Alla stanza-simbolo di Freud e alla regolazione della distanza elaborata da Ferenczi, Winnicott aggiunge un criterio operativo destinato a orientare la clinica contemporanea: il setting funziona quando rende possibile il gioco. Funziona quando l’analista può essere autenticamente presente senza diventare familiare, quando l’ambiente comunica continuità piuttosto che appartenenza e quando il paziente può affidarsi alla relazione senza essere coinvolto nella vita privata dell’analista.
È questa organizzazione dell’affidabilità — rituale, spaziale e soprattutto relazionale — a trasformare un indirizzo domestico in un luogo di cura. Da qui si apre il terreno delle pratiche contemporanee — teleanalisi, setting ibridi, domiciliarità assistita — nelle quali il compito dell’analista non cambia, ma diventa ancora più esigente. Quanto più la cornice esterna perde la propria evidenza, tanto maggiore diventa la responsabilità di custodirne il significato clinico.
In questa prospettiva, il setting non coincide né con lo studio né esclusivamente con il setting mentale dell’analista. Esso nasce dall’integrazione tra una cornice esterna sufficientemente stabile e un assetto interno capace di sostenerne continuamente la funzione. È dall’incontro tra queste due dimensioni che prende forma quell’esperienza di continuità e affidabilità attraverso cui lo studio inserito in ambito domestico può trasformarsi, per il tempo della seduta, in un autentico luogo di cura.
Dal setting al campo: sviluppi contemporanei nella psicoanalisi italiana
Il contributo di Stefano Bolognini rappresenta uno sviluppo significativo del percorso fin qui delineato. Se Winnicott aveva mostrato come il setting costituisca una funzione dell’ambiente capace di sostenere il processo terapeutico, Bolognini pone l’attenzione sulla qualità dello spazio interpsichico che analista e paziente costruiscono insieme.
Al centro della sua prospettiva vi è l’idea che il processo analitico si sviluppi all’interno della relazione, intesa come un campo intersoggettivo nel quale l’analista mette temporaneamente a disposizione le proprie capacità di pensiero, di comprensione emotiva e di simbolizzazione. Attraverso un’empatia psicoanalitica complessa, che permette di comprendere senza confondersi con l’altro, egli svolge una funzione di “mente ausiliaria”, favorendo l’elaborazione di esperienze emotive che il paziente non è ancora in grado di rappresentare autonomamente.
In questo quadro assume particolare rilievo la distinzione proposta da Bolognini tra coabitazione e convivenza psichica. La prima riguarda la semplice condivisione di uno spazio fisico; la seconda descrive la possibilità che due menti abitino temporaneamente uno stesso spazio interpsichico, mantenendo la reciproca differenziazione pur partecipando a un comune processo di elaborazione emotiva. La convivenza psichica non implica fusione né identificazione, ma una particolare qualità della presenza analitica, nella quale il paziente può progressivamente riappropriarsi della propria capacità di pensare e simbolizzare.
Questa distinzione offre una chiave di lettura particolarmente feconda per il tema dell’home setting. Svolgere il lavoro clinico in un contesto non tradizionale non significa automaticamente creare una convivenza psichica. Quest’ultima dipende dalla qualità del campo analitico che analista e paziente riescono a costituire insieme e che il setting è chiamato a sostenere; la funzione del setting consiste proprio nel rendere possibile quella particolare convivenza psichica che distingue la relazione analitica dalla semplice prossimità.
Per Bolognini, il valore trasformativo dell’esperienza analitica dipende anche dalla continuità e dall’affidabilità del setting. Da questa prospettiva deriva anche il valore attribuito da Bolognini alla continuità della cornice. Orari, rituali, modalità di accesso e scansione del tempo non rappresentano semplici regole organizzative, ma elementi che rendono riconoscibile e affidabile lo spazio dell’incontro, permettendo al paziente di investire emotivamente nella relazione. Il setting mantiene così quella funzione di continuità e contenimento che abbiamo visto delinearsi, con accenti differenti, in Freud, Ferenczi e Winnicott.
Un ulteriore aspetto caratteristico del pensiero di Bolognini è il suo pluralismo tecnico. Pur riconoscendo l’importanza della tradizione psicoanalitica, egli sottolinea come la cornice possa essere rimodulata quando le circostanze cliniche o sociali lo rendano necessario (si pensi per esempio alla pandemia o a particolari condizioni del paziente), purché rimangano salvaguardate le funzioni fondamentali del setting: continuità, contenimento, riconoscibilità e possibilità di pensare l’esperienza emotiva. In questa prospettiva, anche modalità operative differenti, compresi i colloqui online o altri contesti non convenzionali, possono risultare compatibili con il lavoro analitico, a condizione che non venga meno la funzione simbolica della cornice e che siano modulati adeguatamente, a seconda dei casi, con incontri in presenza.
Applicati all’home setting, questi principi suggeriscono alcuni criteri operativi. Lo spazio terapeutico deve mantenersi chiaramente distinguibile dalla vita familiare, non tanto attraverso una separazione architettonica assoluta quanto mediante una coerente organizzazione della cornice: una stanza riconoscibile nella sua funzione, un accesso sufficientemente riservato, orari stabili, modalità definite di apertura e chiusura delle sedute, regole chiare per le comunicazioni e una particolare attenzione alle possibili interferenze ambientali. Rumori, interruzioni o presenze familiari non costituiscono semplici inconvenienti logistici, ma elementi che possono incidere sulla continuità del campo analitico.
Più che prescrivere un modello rigido di studio professionale, Bolognini richiama così la responsabilità dell’analista nel custodire la funzione del setting. Anche quando la cornice esterna si modifica, ciò che deve rimanere costante è la possibilità di offrire al paziente un ambiente entro il quale possa svilupparsi la convivenza psichica che renda possibile il lavoro analitico.
Una prospettiva complementare è offerta da Antonino Ferro che, rielaborando la teoria del campo analitico di Madeleine e Willy Baranger alla luce del pensiero di Wilfred Bion, pone al centro del processo analitico la dimensione trasformativa del campo condiviso tra paziente e analista.
Secondo Ferro, ciò che caratterizza il lavoro psicoanalitico non è tanto il luogo fisico in cui esso si svolge, quanto la capacità del setting di rendere possibile la costituzione di un campo mentale comune entro il quale emozioni, immagini, stati affettivi ed elementi ancora privi di rappresentazione possano essere accolti, narrati e progressivamente trasformati in esperienze pensabili.
Il campo analitico non è quindi soltanto uno spazio di contenimento. È un dispositivo generativo nel quale analista e paziente costruiscono progressivamente narrazioni condivise che permettono agli elementi emotivi non ancora simbolizzati di acquisire forma, significato e rappresentabilità. La funzione dell’analista non consiste semplicemente nel contenere l’esperienza del paziente, ma nel partecipare, attraverso la rêverie e il lavoro di trasformazione del campo, alla costruzione di una trama narrativa capace di rendere pensabile ciò che inizialmente si presenta come esperienza emotiva grezza.
In questa prospettiva, il setting non rappresenta soltanto la cornice dell’incontro, ma la condizione che rende possibile il costituirsi del campo analitico. Anche quando il lavoro clinico si svolge in configurazioni non tradizionali, ciò che ne garantisce la specificità non è tanto il luogo in sé, quanto la possibilità che il setting continui a sostenere quel processo di trasformazione condivisa attraverso cui l’esperienza emotiva diviene progressivamente rappresentabile e pensabile.
Se Ferro mette in evidenza il carattere generativo del campo analitico, mostrando come l’incontro tra analista e paziente possa trasformare gli elementi emotivi non ancora pensati in narrazioni condivise, Civitarese ne approfondisce la dimensione esperienziale ed estetica, interrogandosi su come tale trasformazione affondi le proprie radici in una forma originaria di sintonizzazione emotiva e di riconoscimento reciproco.
Giuseppe Civitarese sviluppa quindi ulteriormente la prospettiva del campo analitico, ponendo particolare attenzione alla sua dimensione estetica ed esperienziale. Il campo non è soltanto il luogo in cui le emozioni vengono trasformate attraverso la narrazione, ma uno spazio simbolico che prende forma nell’incontro tra paziente e analista, consentendo all’esperienza affettiva di acquisire progressivamente rappresentabilità e significato condiviso.
Per Giuseppe Civitarese il campo analitico può essere inteso come uno spazio esperienziale e simbolico che prende forma nell’incontro tra paziente e analista, nel quale l’esperienza affettiva può progressivamente acquisire rappresentabilità e significato condiviso. In questa prospettiva, la dimensione estetica rinvia a quella modalità originaria di riconoscimento reciproco che, all’inizio della vita, può realizzarsi attraverso sensazioni, emozioni e stati affettivi condivisi, in una forma inizialmente non verbale. Questa modalità di incontro non scompare con lo sviluppo, ma continua a operare anche nell’esperienza analitica, sostenendo la qualità del legame terapeutico e la possibilità di una profonda sintonizzazione emotiva. Tale dimensione permane anche nell’esperienza analitica e sostiene la costruzione del legame terapeutico.
La seduta diviene così il luogo in cui le emozioni possono essere “sognate” — nel senso bioniano del termine — e progressivamente trasformate e simbolizzate attraverso la rêverie che si sviluppa nel campo analitico. In quest’ottica, il campo analitico si configura come uno spazio esperienziale e simbolico generato dall’incontro tra paziente e analista, all’interno del quale emozioni, immagini, stati affettivi e pensieri acquistano rappresentabilità e significato condiviso. Il setting non è soltanto una cornice esterna, ma la condizione che sostiene il costituirsi del campo come spazio trasformativo dell’esperienza; esso assume così una funzione di contenimento emotivo e simbolico, favorendo quei processi di rêverie e simbolizzazione attraverso cui l’esperienza emotiva può diventare pensabile.
È proprio questa funzione istitutiva del setting a rendere possibile che uno spazio interno alla casa dell’analista diventi un luogo di cura: non perché cambi la sua collocazione materiale, ma perché vengono istituiti confini simbolici capaci di differenziarlo dalla vita privata e di sostenere il costituirsi del campo analitico.
In generale, possiamo osservare come nella comunità psicoanalitica siano presenti orientamenti, più o meno espliciti, riguardo all’organizzazione dello spazio fisico dello studio analitico. Un elemento frequentemente sottolineato riguarda la necessità di evitare che immagini, oggetti o elementi dell’ambiente richiamino in modo eccessivamente diretto la vita privata dell’analista, poiché potrebbero interferire con il bisogno del paziente di vivere quello spazio come dedicato alla propria esperienza psichica. Ciò non significa negare che l’analista possieda una propria storia personale e affettiva, né che egli sia impegnato in altri trattamenti, ma preservare la possibilità che, durante il tempo della seduta, lo spazio analitico rimanga sufficientemente aperto alla soggettività del paziente.
Diversamente, sulla configurazione estetica dello studio e sulla presenza degli oggetti emergono orientamenti differenti. Freud, ad esempio, manteneva nella propria stanza d’analisi le sue collezioni di antichità, attribuendo agli oggetti non soltanto un valore personale, ma anche culturale e simbolico. Al contrario, altri analisti, come Rosenfeld, privilegiavano ambienti estremamente sobri ed essenziali. Queste differenze mostrano come non sia possibile individuare una configurazione materiale unica e universalmente valida dello spazio analitico.
Dalle considerazioni precedenti emerge che l’efficacia dello spazio terapeutico non dipende principalmente dalle sue caratteristiche architettoniche o dalla collocazione fisica dello studio, quanto dalla funzione che esso riesce a svolgere nel sostenere il processo analitico e il costituirsi del campo. Ciò richiede un ambiente sufficientemente distinto dalla quotidianità, caratterizzato da continuità, affidabilità, riservatezza e disponibilità al pensiero, entro il quale paziente e analista possano condividere un’esperienza emotiva trasformativa.
In questa prospettiva, anche uno studio collocato in prossimità dell’abitazione dell’analista, o inserito all’interno di uno spazio domestico, può preservare la propria funzione terapeutica, purché siano garantiti confini sufficientemente chiari tra vita privata e spazio della cura. Non è quindi soltanto la separazione materiale a determinare la qualità del setting, ma la capacità di istituire una differenziazione simbolica che renda quello spazio riconoscibile come luogo analitico e consenta al processo emotivo di svilupparsi e acquisire progressivamente nuovi significati.
Un ulteriore contributo congruente con questa riflessione è offerto da Cosimo Schinaia, che ha approfondito il rapporto tra psicoanalisi, architettura e dimensione dell’abitare. Secondo Schinaia, lo spazio della cura non costituisce un semplice contenitore neutrale dell’incontro clinico, ma partecipa attivamente alla costruzione dell’esperienza terapeutica. Gli elementi architettonici e abitativi, i percorsi di accesso, la sala d’attesa, la disposizione degli ambienti e le modalità con cui vengono organizzati i confini tra spazio privato e spazio professionale contribuiscono a modellare il vissuto emotivo della relazione analitica.
La stanza d’analisi può essere considerata una soglia simbolica nella quale realtà materiale e realtà psichica si incontrano continuamente. Il passaggio dalla strada allo studio, dall’esterno all’interno, dalla dimensione quotidiana alla dimensione analitica, non rappresenta soltanto uno spostamento fisico, ma accompagna un movimento psichico di separazione e di disponibilità all’esperienza della cura. Lo spazio, attraverso la sua organizzazione, contribuisce quindi a rendere percepibile e abitabile il confine che sostiene il processo analitico.
Richiamando anche la tradizione della psicoanalisi europea, Schinaia evidenzia come numerosi analisti abbiano collocato il proprio studio all’interno dell’abitazione, suggerendo che ciò che risulta realmente decisivo non sia una separazione fisica assoluta tra casa e luogo di lavoro, quanto la possibilità di costruire confini sufficientemente chiari e simbolicamente significativi, capaci di sostenere i principi cardine del processo terapeutico.
In questa prospettiva, l’home setting pone una questione particolarmente delicata: la casa dell’analista non deve necessariamente essere cancellata, ma deve essere trasformata nella sua funzione. Lo spazio domestico può diventare luogo di cura nella misura in cui viene sottratto alla dimensione privata immediata e organizzato come ambiente capace di sostenere il lavoro simbolico della relazione analitica. Non è dunque la presenza della dimensione abitativa a costituire un problema, ma la perdita della differenziazione tra gli spazi e tra le funzioni che essi rappresentano.
Setting esterno e setting mentale nella clinica dell’età evolutiva
Nella clinica dell’età evolutiva questa dialettica tra stabilità e flessibilità appare in modo particolarmente evidente, ma non è certamente esclusiva del lavoro con bambini e adolescenti. Anche il trattamento di pazienti adulti con gravi difficoltà di integrazione psichica, funzionamenti psicotici o particolari condizioni di fragilità può richiedere all’analista una continua elaborazione del rapporto tra la stabilità della cornice e la necessità di adattamento.
Sono proprio alcune situazioni cliniche più complesse a mostrare come il setting non possa essere ridotto alla semplice conservazione di una forma esterna immutabile. Il paziente può infatti mettere in questione la possibilità stessa di abitare lo spazio analitico, di tollerare la distanza, di rispettare i tempi dell’incontro o di riconoscere la differenza tra sé e l’altro. In tali circostanze, l’analista è chiamato a mantenere il confine senza trasformarlo in una barriera, preservando la funzione contenitiva del setting e adattando la cornice alle necessità del processo terapeutico.
Il lavoro con bambini e adolescenti offre tuttavia un osservatorio privilegiato su questa dinamica, perché la relazione tra sviluppo psichico e ambiente rende particolarmente visibile il rapporto tra movimento e contenimento. Il bambino può manifestare il proprio rapporto con lo spazio attraverso il corpo: può alzarsi, esplorare l’ambiente, cambiare posizione, interrompere il gioco o spostare l’attività da un luogo all’altro. L’adolescente può invece mettere alla prova la cornice attraverso modalità che esprimono il bisogno di autonomia e di differenziazione: può sdraiarsi, muoversi nella stanza, utilizzare il cellulare, apparire apparentemente distante dalla relazione.
In queste situazioni il compito dell’analista non consiste nell’applicare rigidamente una regola esterna, ma nel comprendere il significato clinico della variazione. Una cornice troppo rigida rischierebbe di trasformarsi in un sistema normativo incapace di accogliere il paziente; una cornice priva di limiti perderebbe invece la propria funzione contenitiva. La questione centrale rimane quindi quella di mantenere un confine vivo: sufficientemente stabile da offrire sicurezza e sufficientemente flessibile da permettere al processo analitico di svilupparsi.
L’esperienza con bambini, adolescenti e pazienti adulti con particolari fragilità insegna dunque che la tenuta del setting non coincide con la sua immutabilità. Al contrario, la capacità di attraversare le perturbazioni della cornice mantenendo continuità della presenza analitica, della funzione contenitiva e della capacità di pensare l’esperienza rappresenta una componente fondamentale della competenza clinica dell’analista.
Dal setting infantile al setting adulto: continuità e differenze nella funzione del setting
Il confronto tra il setting nella clinica dell’età evolutiva e quello dell’adulto evidenzia differenze che riguardano soprattutto il modo in cui la cornice sostiene il processo terapeutico, più che una diversa tecnica in senso stretto. Non si tratta infatti di contrapporre un setting infantile più flessibile a un setting adulto più stabile, quanto di comprendere come la funzione del setting si moduli in rapporto ai bisogni evolutivi e alle caratteristiche del paziente.
Con bambini e adolescenti il setting svolge frequentemente una funzione di sostegno evolutivo. Riprendendo la prospettiva di Donald Winnicott, esso rappresenta un’estensione dell’holding environment: offre continuità, sicurezza e contenimento, consentendo al minore di sviluppare progressivamente un’esperienza sufficientemente stabile di sé. Per questo motivo la cornice esterna può tollerare alcune modificazioni, purché rimanga integra la funzione contenitiva della relazione.
Nel trattamento dell’adulto il setting assume invece una funzione maggiormente interiorizzata e simbolica. La stabilità della cornice sostiene il lavoro associativo e la possibilità di trasformare gli stati emotivi attraverso la funzione di contenimento dell’analista, secondo la prospettiva di Wilfred Bion. Anche in questo caso, tuttavia, la funzione terapeutica del setting non risiede nella sua immutabilità, ma nella capacità di mantenere continuità, affidabilità e potenzialità trasformativa in rapporto alla specificità del paziente e del processo analitico.
La riflessione psicoanalitica contemporanea ha ulteriormente ampliato il concetto di setting, sottolineando come la sua efficacia terapeutica dipenda non soltanto dalla stabilità della cornice esterna, ma anche dalla qualità dell’assetto interno dell’analista. In questa prospettiva, Stefano Bolognini e Antonino Ferro evidenziano il ruolo del setting mentale quale funzione di ascolto, rêverie e regolazione del campo relazionale, capace di garantire continuità al processo anche in presenza di modificazioni della cornice. Analogamente, Dina Vallino osserva come, nella clinica con bambini e adolescenti, il setting si costruisca progressivamente all’interno della relazione attraverso adattamenti e micro-variazioni che accompagnano il percorso evolutivo del paziente senza comprometterne la funzione contenitiva.
Queste considerazioni assumono particolare rilievo nelle situazioni oggetto delle presenti riflessioni, in cui lo studio professionale dell’analista è collocato all’interno della propria abitazione o in spazi ad essa adiacenti. Nella clinica con bambini e adolescenti, soprattutto nei casi di maggiore compromissione evolutiva, il paziente può rivolgere un’attenzione particolare agli elementi dell’ambiente circostante, cogliendo aspetti della quotidianità dell’analista che nel trattamento degli adulti tendono più facilmente a rimanere sullo sfondo. Rumori provenienti dall’abitazione, oggetti, presenze familiari o altri dettagli dell’ambiente possono entrare nel campo relazionale e acquisire un significato nel processo terapeutico.
In questa prospettiva, la riflessione di Bolognini, Ferro e Vallino acquista particolare rilevanza: ciò che tutela il setting non è l’assoluta impermeabilità della cornice esterna, spesso irrealizzabile, ma la capacità dell’analista di mantenere continuità della funzione contenitiva e di integrare gli elementi che emergono nell’ambiente senza perdere coerenza, affidabilità e presenza psichica. La qualità del setting non dipende quindi dall’assenza assoluta di interferenze, ma dalla possibilità di trasformare ciò che accade nel campo in materiale pensabile all’interno della relazione terapeutica.
Il lavoro con bambini, adolescenti e pazienti adulti con particolari fragilità mostra dunque che l’analista non protegge il setting eliminando ogni variazione, ma mantenendo viva la funzione simbolica della cornice quando il paziente, con la propria presenza e il proprio modo di abitare la relazione, introduce inevitabili trasformazioni nel campo analitico.
L’estensione del metodo psicoanalitico durante la pandemia: continuità della funzione e trasformazione del setting in emergenza
Un esempio particolarmente significativo di come alcune funzioni del setting possano essere preservate anche in assenza della condivisione fisica dello spazio è rappresentato dal Servizio di Ascolto Psicoanalitico promosso durante la pandemia da Anna Maria Nicolò, allora Presidente della Società Psicoanalitica Italiana. Ebbi l’opportunità di partecipare sia alla fase di progettazione sia all’attività clinica di un’iniziativa che coinvolse oltre cento psicoanalisti, impegnati nell’offrire ascolto e sostegno a persone sconosciute, raggiunte esclusivamente attraverso il contatto telefonico.
Pur svolgendosi in una situazione di emergenza collettiva e utilizzando un dispositivo apparentemente molto distante dalla pratica analitica tradizionale, il servizio fu costruito con particolare attenzione alla definizione della cornice: numero limitato di colloqui, tempi prestabiliti, regole condivise e una modalità di ascolto orientata a offrire uno spazio mentale riconoscibile, affidabile e sufficientemente contenitivo. L’obiettivo non era avviare un trattamento psicoanalitico vero e proprio, ma creare un contenitore temporaneo capace di contrastare l’isolamento emotivo, accogliere la sofferenza e favorire la ripresa della capacità di pensare in una fase caratterizzata da forte incertezza e disorientamento.
L’esperienza mostrò come alcune funzioni fondamentali del metodo psicoanalitico potessero essere mantenute anche quando il dispositivo tecnico doveva necessariamente modificarsi. Ciò che risultò decisivo non fu la riproduzione dello spazio analitico abituale, impossibile in quella circostanza, ma la continuità della funzione analitica: la coerenza della cornice, la qualità dell’ascolto e la possibilità di costituire uno spazio relazionale sufficientemente stabile entro il quale l’esperienza emotiva potesse essere accolta, pensata e trasformata.
Quell’esperienza rese particolarmente evidente il valore del setting mentale dell’analista. Quando l’assetto interno di ascolto, rêverie e contenimento viene mantenuto e sostenuto attraverso il lavoro su di sé, il confronto con i colleghi e la possibilità di elaborare le risonanze emotive suscitate dalla clinica, il lavoro analitico può trovare forme di espressione differenti da quelle abituali conservando la sua efficacia. I gruppi di lavoro, confronto e discussione clinica che accompagnarono il Servizio di Ascolto costituirono, sotto questo profilo, un elemento essenziale: offrirono agli analisti uno spazio condiviso di pensiero che contribuì a sostenere la funzione clinica in una situazione di particolare pressione emotiva.
Uno degli insegnamenti più significativi di quell’esperienza riguarda dunque il rapporto tra stabilità della funzione e modificabilità della forma. La pandemia ha mostrato che il setting non coincide esclusivamente con una configurazione materiale prestabilita, ma ha mostrato anche che la necessità di un adattamento del dispositivo non è mai neutrale. Ogni modificazione comporta possibilità nuove, ma anche elementi che vengono inevitabilmente perduti. In generale, il lavoro a distanza può consentire continuità terapeutica in situazioni di impossibilità dell’incontro in presenza, ma modifica la qualità dell’esperienza sensoriale e corporea della relazione: la percezione dell’altro nello stesso ambiente, la comunicazione implicita veicolata dalla postura, dalla prossemica e dalla dimensione non verbale costituiscono infatti componenti clinicamente rilevanti dell’incontro analitico.
La questione non è pertanto stabilire una semplice equivalenza tra presenza e distanza, né contrapporre rigidamente dispositivi tradizionali e nuove modalità operative. Il problema clinico riguarda piuttosto quali funzioni del setting possano essere preservate e quali trasformazioni richieda il lavoro analitico quando il corpo e lo spazio condiviso vengono mediati da strumenti tecnologici e/o da condizioni ambientali eccezionali.
La pandemia ha rappresentato, in questo senso, un’esperienza collettiva nella quale molti analisti sono stati chiamati a confrontarsi direttamente con la differenza tra rigidità della cornice e stabilità della funzione. La necessità di modificare temporaneamente il dispositivo ha reso evidente che il setting non consiste nella semplice ripetizione di una forma esterna, ma non ha eliminato l’importanza della cornice materiale, della presenza corporea e della separazione simbolica garantita dallo spazio analitico. Lo studio professionale rimane il contesto che più facilmente consente di sostenere tali funzioni, grazie alla stabilità della scena, alla tutela della riservatezza e alla chiara distinzione tra spazio privato e spazio terapeutico.
L’esperienza pandemica richiama inoltre come la storia della psicoanalisi abbia già conosciuto situazioni nelle quali la continuità del processo clinico non coincideva completamente con la regolarità formale del setting. Un esempio significativo è rappresentato dal lavoro di Donald Winnicott con la piccola Piggle, nel quale la frequenza non convenzionale degli incontri non impedisce alla relazione terapeutica di mantenere una sorprendente continuità di significato psichico. Ciò non dimostra che la frequenza o la stabilità della cornice siano elementi secondari, ma mostra come la funzione analitica possa mantenersi quando il legame terapeutico e la capacità dell’analista di sostenere uno spazio di pensiero rimangono vivi.
In queste situazioni, ciò che garantisce la tenuta del processo non è dunque l’assenza di variazioni della cornice, ma la possibilità che la funzione analitica continui a operare come spazio di contenimento, elaborazione e trasformazione dell’esperienza emotiva.
Un ulteriore ambito in cui il tema dell’estensione del setting si rende particolarmente evidente è quello degli interventi domiciliari nei casi di ritiro sociale grave, come nelle situazioni di Hikikomori. In questi quadri clinici, l’impossibilità iniziale per l’adolescente di accedere allo studio rende talvolta necessario un primo movimento della cura verso il contesto di vita del paziente, al fine di poter instaurare un primo legame terapeutico e una condizione minima di accessibilità psichica.
In tali interventi, il lavoro domiciliare non rappresenta necessariamente un’alternativa stabile rispetto al setting tradizionale, ma può costituire una fase preliminare e transitoria del percorso terapeutico. L’obiettivo clinico, quando le condizioni evolutive lo permettono, rimane quello di favorire progressivamente il passaggio dallo spazio domestico allo spazio dello studio, che assume un importante valore simbolico di separazione, differenziazione e apertura verso una dimensione più autonoma del Sé.
Se nella pandemia è stato il setting analitico a dover cercare nuove forme per raggiungere il paziente impossibilitato alla presenza, nelle situazioni di grave ritiro sociale è talvolta l’analista a dover compiere un primo movimento verso il luogo nel quale il paziente è bloccato. In entrambi i casi, tuttavia, il problema centrale rimane lo stesso: preservare la funzione del setting come spazio di pensabilità e trasformazione, mantenendo una sufficiente continuità interna dell’analista e una cornice capace di sostenere il processo evolutivo.
L’esperienza pandemica e quella della clinica domiciliare mostrano quindi che il setting non può essere ridotto né alla sola dimensione materiale dello studio né esclusivamente all’assetto interno dell’analista. Esso nasce dall’integrazione dinamica tra spazio, tempo, relazione e funzione mentale: è questa organizzazione complessa a permettere che, anche in condizioni modificate o eccezionali, un luogo possa diventare — o ritornare a essere — uno spazio di cura.
A questo proposito, il contributo di Giuseppe Berti Ceroni, nel suo lavoro sulle “interruzioni fortuite del setting”, offre una prospettiva particolarmente utile per comprendere la funzione del setting proprio nei momenti in cui la sua continuità viene perturbata. L’esperienza della pandemia ha reso questa questione di particolare attualità, costringendo molti analisti a interrogarsi sulla possibilità di mantenere la funzione del setting anche quando vengono meno alcune delle condizioni abituali dell’incontro analitico in presenza.
La riflessione di Berti Ceroni consente infatti di spostare l’attenzione dal setting inteso come insieme di regole e condizioni esterne alla sua funzione clinica e relazionale. Il setting manifesta pienamente la propria funzione contenitiva soprattutto quando viene interrotto o modificato: quando tutto procede secondo la consuetudine, la cornice rimane spesso sullo sfondo dell’esperienza; quando invece un evento fortuito introduce una discontinuità, diventano osservabili le modalità attraverso cui paziente e analista elaborano la perturbazione e ricostruiscono una continuità del processo analitico.
L’aspetto particolarmente interessante della prospettiva di Berti Ceroni è che l’interruzione non viene considerata semplicemente come un ostacolo da eliminare, ma come un evento capace di rendere visibili le funzioni implicite del setting. La risposta alla rottura della cornice, infatti, rivela qualcosa della qualità del legame analitico e della capacità della coppia analitica di trasformare una discontinuità in un’esperienza pensabile. In questo senso, ciò che viene messo alla prova non è soltanto la stabilità esterna del dispositivo, ma la capacità del campo analitico di mantenere continuità simbolica anche quando la continuità materiale viene meno.
Questa prospettiva risulta particolarmente feconda per comprendere l’esperienza pandemica. Pur trattandosi di una trasformazione non fortuita ma imposta da una situazione collettiva eccezionale, la questione clinica rimane analoga: quali elementi del setting devono essere preservati affinché una modificazione della cornice non comporti una perdita della funzione analitica? La pandemia ha reso evidente che la continuità del processo non dipende esclusivamente dall’assenza di perturbazioni, ma dalla possibilità di elaborarle all’interno di una relazione sufficientemente stabile e pensante.
In questo senso, il contributo di Berti Ceroni dialoga con la concezione blegeriana del setting come depositario di aspetti silenti e non pensati della relazione analitica, sviluppandola tuttavia in una direzione eminentemente clinica: ciò che interessa non è soltanto la stabilità della cornice, ma la capacità del dispositivo analitico di attraversare la discontinuità senza perdere la propria funzione trasformativa. L’interruzione, quindi, non coincide necessariamente con una perdita del setting, ma può diventare un momento nel quale se ne rivelano più chiaramente le componenti essenziali: la capacità di contenimento, la qualità della presenza dell’analista e la possibilità di mantenere uno spazio condiviso di pensiero.
Questa prospettiva permette di collocare l’esperienza pandemica all’interno di una riflessione psicoanalitica più ampia sulle modificazioni della cornice. La situazione emergenziale ha rappresentato certamente un evento senza precedenti per estensione e durata, ma ha riproposto una questione già presente nella storia della psicoanalisi: come distinguere ciò che appartiene alla forma esterna del setting da ciò che costituisce la sua funzione clinica fondamentale.
La risposta non può essere individuata né nella difesa di una rigidità formale della cornice, né nella considerazione della cornice come elemento secondario. Il setting analitico nasce infatti dall’integrazione di più dimensioni: uno spazio sufficientemente definito, un tempo riconoscibile, una relazione asimmetrica e la capacità dell’analista di mantenere un assetto interno di ascolto, contenimento e pensabilità. È proprio questa integrazione a consentire al processo analitico di conservare continuità anche quando alcune condizioni esterne vengono necessariamente modificate.
Il setting come modello dei confini nella vita quotidiana contemporanea: trasformazione dei confini psichici e sociali.
Non è un caso che, a partire dall’esperienza pandemica, si sia diffusa socialmente e su larga scala la pratica dell’home working. Se inizialmente essa ha rappresentato una soluzione funzionale e in molti casi vantaggiosa, nel tempo sono emerse anche alcune criticità legate alla progressiva sovrapposizione tra spazio lavorativo e spazio domestico. La riduzione delle occasioni di spostamento e incontro ha favorito forme di isolamento, mentre la compresenza di funzioni eterogenee all’interno dello stesso spazio ha reso più complessa la distinzione tra tempi del lavoro e tempi della vita privata.
In particolare, la perdita di confini netti tra ambiti diversi dell’esperienza quotidiana può comportare una maggiore difficoltà nel “disconnettersi” dal lavoro, con una sensazione di reperibilità costante e una riduzione degli spazi di elaborazione e di riposo psichico. Anche le relazioni familiari possono risultarne condizionate, poiché la presenza fisica non coincide necessariamente con una presenza psichica disponibile e sintonizzata. In questa prospettiva, con la necessaria cautela, può essere richiamata la riflessione di Ferenczi sulla “confusione delle lingue” tra adulto e bambino: non come assimilazione a situazioni traumatiche, ma come metafora della difficoltà che può nascere quando vengono meno confini chiari tra registri diversi dell’esperienza. Il bambino e l’adulto abitano infatti lo stesso spazio fisico, ma non necessariamente lo stesso spazio psichico: il bisogno del bambino di attenzione, gioco e relazione può entrare in tensione con il tempo mentale richiesto dal lavoro dell’adulto, creando possibili fraintendimenti e sovrapposizioni tra linguaggi affettivi differenti.
In questo senso, la riflessione sul setting analitico offre un modello utile per comprendere la funzione dei confini. Il dispositivo clinico non si limita a contenere il lavoro terapeutico, ma introduce una discontinuità rispetto alla continuità indifferenziata dell’esperienza quotidiana, rendendo possibile la costruzione di uno spazio pensabile. Allo stesso modo, nella vita contemporanea, la capacità di distinguere e mantenere confini tra ambiti diversi appare una condizione fondamentale per preservare la qualità dei legami e la possibilità di alternare presenza e assenza, attività e riposo.
Il valore del setting, letto in questa prospettiva, non risiede dunque solo nella sua funzione clinica, ma nella sua capacità di offrire un modello simbolico di organizzazione dei confini psichici e relazionali nella vita contemporanea. Anche quando lo studio analitico è collocato all’interno dell’abitazione o in spazi ad essa adiacenti, la sfida non consiste tanto nel separare rigidamente casa e lavoro, quanto nel costruire e preservare confini sufficientemente chiari da consentire che lo spazio della cura rimanga riconoscibile, distinto e affidabile rispetto agli spazi della vita privata. È forse questo uno dei contributi che la psicoanalisi può offrire oggi: ricordare che la qualità dei confini non dipende soltanto dai luoghi che abitiamo, ma dalla capacità di attribuire loro un significato e una funzione.
Il caso di Richard, analizzato da Melanie Klein in condizioni ambientali profondamente diverse da quelle del suo abituale lavoro clinico, mostra come la solidità del setting non risieda esclusivamente nella stabilità dello spazio materiale, ma nella capacità del dispositivo analitico di mantenere una funzione simbolizzante anche quando la cornice esterna viene modificata.
In un’epoca in cui i confini tra gli spazi della vita tendono a farsi sempre più permeabili, il setting psicoanalitico continua a ricordarci che pensare richiede luoghi, tempi e confini sufficientemente riconoscibili e abitabili. Non per separare rigidamente le esperienze, ma per renderle pensabili e trasformabili.
Conclusioni: dalla casa dell’analista al luogo della cura
Il percorso sviluppato in queste pagine ha seguito una domanda apparentemente semplice: quali condizioni permettono a un lavoro svolto “da casa” di conservare una funzione analitica e di non ridursi a una semplice prossimità domestica?
La riflessione sulla storia del setting mostra come questa domanda non sia nuova. La psicoanalisi nasce infatti in una casa, quella di Freud a Berggasse 19, dove uno spazio abitativo viene progressivamente trasformato in luogo analitico attraverso la costruzione di confini, rituali e differenze di funzione. Fin dall’origine, dunque, il problema non riguarda soltanto la separazione materiale tra casa e studio, ma la possibilità di istituire una soglia simbolica capace di distinguere l’intimità privata dall’incontro terapeutico.
Ferenczi ha mostrato come tale confine non sia semplicemente spaziale, ma riguardi la regolazione della distanza psichica; Winnicott ha successivamente evidenziato come il setting costituisca una funzione ambientale di holding; Bion ha spostato ulteriormente l’attenzione sulla capacità dell’analista di trasformare attraverso la rêverie gli elementi emotivi non ancora pensabili; gli sviluppi contemporanei della teoria del campo hanno mostrato come il processo analitico si costituisca all’interno di uno spazio intersoggettivo e trasformativo condiviso.
Da questa prospettiva emerge che il setting non coincide né con il luogo fisico né esclusivamente con l’assetto interno dell’analista. Esso nasce dall’incontro tra una cornice esterna sufficientemente affidabile e una funzione mentale capace di sostenerla. La stanza, la disposizione degli oggetti, i tempi e i rituali dell’incontro non sono elementi puramente formali, ma partecipano alla costruzione di uno spazio simbolico nel quale il paziente possa sentirsi sufficientemente al sicuro per pensare, ricordare, immaginare e trasformare la propria esperienza emotiva.
La clinica dell’età evolutiva, il lavoro con pazienti gravi, gli interventi domiciliari e l’esperienza pandemica hanno mostrato con particolare chiarezza che la stabilità del setting non coincide con la sua immutabilità. Bambini che si muovono nello spazio, adolescenti che mettono alla prova la cornice, pazienti che richiedono una maggiore flessibilità o situazioni nelle quali l’incontro deve temporaneamente svolgersi attraverso modalità differenti ricordano all’analista che la funzione del setting consiste proprio nel mantenere continuità anche attraverso il cambiamento.
Tuttavia, riconoscere questa flessibilità non significa eliminare il valore dello spazio analitico tradizionale. Lo studio rimane un luogo privilegiato perché rende concretamente visibili e sostenibili quei confini che permettono alla relazione terapeutica di distinguersi dalla vita quotidiana. La questione non è dunque scegliere tra rigidità e libertà, tra presenza e distanza, tra studio e casa, ma comprendere come ogni configurazione del setting richieda una specifica responsabilità dell’analista.
Il lavoro da casa, in questo senso, non rappresenta soltanto una soluzione organizzativa, ma una particolare situazione clinica nella quale diventano più evidenti le condizioni che normalmente rimangono implicite. La vicinanza alla dimensione domestica obbliga infatti a interrogarsi maggiormente sui confini, sulle soglie, sui rumori, sugli oggetti, sulle presenze e sulle assenze che abitano lo spazio della cura.
La domanda conclusiva non è quindi se una stanza domestica possa diventare uno studio analitico, né se un dispositivo modificato possa essere considerato equivalente a quello tradizionale. La questione più profonda riguarda la capacità dell’analista di trasformare uno spazio materiale in uno spazio psichico: un luogo nel quale la presenza, la continuità e il pensiero possano essere preservati.
È questa funzione, più ancora della collocazione fisica, a trasformare una casa in un luogo di cura.
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