Parole chiave: multiculturalismo, miti delle origini, perturbante
“Dai ginn alla psicanalisi. Nuovo approccio alle pratiche tradizionali e contemporanee” di Jalil Bennani, Poiesis editrice, 2025
Recensione di Daniela Scotto di Fasano
Jalil Bennani è psichiatra e psicoanalista, lavora a Rabat ma si è formato in entrambi i campi in Francia, come racconta in questo libro: “Io eredito una trasmissione plurale, che da una parte va dalle credenze ancestrali alla psicanalisi e dall’altra passa per la medicina accademica araba e la psichiatria classica europea” (p.7). Un libro importante per chiunque voglia comprendere le condizioni in cui la psicoanalisi si è diffusa ed è stata esercitata non solo in Marocco ma in generale nell’Africa del Nord. Bennani è titolare dell’abilitazione a dirigere le ricerche presso l’Università di Nizza Sophia Antipolis ed è cofondatore della prima associazione psicoanalitica in Marocco; attualmente presiede “Le Cercle psychanalytique”. Autore di diverse opere, ha ricevuto nel 2002 il “Premio Sigmund Freud della città di Vienna”.
Partiamo dalla veste grafica della bella pubblicazione in lingua italiana a opera di Antonino D’Esposito: la copertina ritrae due volti: a me paiono un volto femminile e un volto maschile, quello femminile in primo piano e l’altro al suo fianco, in secondo piano, sorta di doppio del primo, maschile.
Si tratta di una piastrella in ceramica sulle mura della Kasbah di Mazara del Vallo (fotografia di Giuseppe Goffredo).
Perché mi sono dilungata su questi dettagli?
Perché a mio parere testimoniano in avant coup – sorta di biglietto da visita – il prezioso contenuto del libro per molte ragioni.
Innanzitutto, una Kasbah in Italia: e Bennani illustra in più di una pagina il ‘multiculturalismo’ del Mare Nostrum, il Mediterraneo.
Scrive Lorena Preta (2015): “Il modello di lettura proposto (1) riesce a tenere insieme le varie realtà geografiche e storiche e i diversi intrecci che le hanno caratterizzate, porta all’ “invenzione” del Mediterraneo. […] È così che un modello riesce ad essere insieme strumento d’interpretazione di una realtà e artefice della stessa.(2) ”. Un po’ la stessa operazione quella di Bennani: la psicoanalisi come modello di decifrazione di una realtà che al contempo crea. E è proprio in questa variegata realtà umana e culturale, geografica e storica che ci addentriamo nelle pagine del testo qui preso in esame. Vedremo tra poco qualche esempio.
Prima, però, torniamo alla copertina che ritrae due volti: uno di una giovane donna e l’altro di un giovane uomo, sorta di doppio ‘laterale’ del primo. L’esperienza delle tradizioni originarie del territorio che l’Autore prende in esame così come quelle della colonizzazione e, poi, della decolonizzazione, investe di fatto entrambi i sessi e ne caratterizza di ciascuno l’esperienza esistenziale, come illustra nelle sue opere con grande efficacia anche emotiva l’arista iraniana Shirin Neshat.
In secondo luogo, se i due volti fossero invece (come potrebbe essere, data l’ambiguità del tratto che li ritrae) un unico volto, ‘doppio uno dell’altro, allora il Doppio dell’Uno descrive immediatamente e con grande efficacia cosa significa essere soggettivamente l’Uno – l’Africano dell’Africa del Nord – e l’Altro: l’Africano colonizzato-decolonizzato.
Un’alterità costante per chi è nato e cresciuto in queste realtà geografiche, che fa da cassa di risonanza all’Altro da noi vivo in ciascuno di noi, qualunque sia la nazionalità, nell’esperienza perturbante dell’Inconscio: lo straniero che ci abita. Anche questo un tema particolarmente esplorato da Bennani e messo in relazione con la – di conseguenza – doppia alterità del soggetto nordafricano: “L’incontro con l’altro di un’altra cultura mette ognuno a confronto con la propria intimità e, allo stesso tempo, rinvia alla nostra propria estraneità. […] l’altro è così inconsciamente in noi. Nell’incontro con lo straniero, ognuno si vede come straniero dell’altro e ciascuno è confrontato a quest’altro in sé.” (pp. 116-117). Nelle stesse pagine Bennani evoca non a caso lo scritto di Freud del 1919 Il Perturbante.
Ma andiamo al libro, che consta di una Introduzione, di tre parti e delle Conclusioni. La parte prima esplora la Presenza delle tradizioni; la seconda affronta il tema di Pensare il coloniale; la terza si occupa di come Trasmettere l’universale.
Nell’Introduzione Bennani offre al lettore un panorama delle questioni che verranno approfondite nel testo; una, molto importante, su cui tornerà approfonditamente nella Parte Prima, riguarda il tema delle rotture epistemologiche che si sono verificate nel corso della storia nelle teorie: “La prima rottura è stata fatta dalla medicina araba che è in particolare erede dei greci ed ha aggiunto i propri concetti e tecniche. La seconda va fatta risalire alla psichiatria classica europea che attribuì la responsabilità della follia all’individuo stesso e non a identità demoniache. La terza rottura è stata condotta dalla psicanalisi europea con l’interesse verso gli effetti delle credenze sul soggetto, il passaggio dall’obiettività alla soggettività della sofferenza.” (p.9).
Ancora nell’Introduzione Bennani sottolinea un elemento che caratterizza specificamente il Marocco. Innanzitutto, il fatto che tra i tre paesi del Maghreb – Marocco, Tunisia e Algeria – “solo il Marocco ha conosciuto un’introduzione della psicanalisi grazie a psicanalisti francesi durante il periodo coloniale. In questo, esso rappresenta un caso particolare nel mondo arabofono.” (p.11).
Inoltre, ancora a proposito di doppio, aggiunge che “il Marocco è il solo paese ad aver assistito a una doppia colonizzazione: francese e spagnola” (p.11).
In tutto il saggio è di grande interesse l’approfondita disamina delle credenze e delle rappresentazioni tradizionali. Trovo significativo appellare con il termine rappresentazioni tutto ciò che ha a che fare con i miti delle origini, che l’Autore mostra pagina dopo pagina quanto possano impregnare la mente all’insaputa dei soggetti stessi e quanto proprio per tale ragione la psicoanalisi si riveli alla prova dei fatti lo strumento più idoneo a permettere al soggetto di entrare in contatto con parti di sé ignote ma in grado di condizionare il suo stato di salute mentale. Esemplari alcuni casi clinici: Khadija (p.19), Malika (p.22), Fatima (p.26), Claire (p.151-152), Maria (p.168), Rachid (p.170). La psicoanalisi, infatti, non pretende di sostituirsi alle credenze ‘applicando’ la supposta ‘razionalità’ della scienza psichiatrica, che però, alla prova dei fatti, non risulta essere capace di ‘contaminazioni feconde’ (Psiche 2004) con la storia del soggetto nel suo luogo di origine e di vita.
Illuminanti le osservazioni sulla pericolosa deriva – oggettivante e per questo sempre più distante dalla realtà – sull’antipsichiatria in contrasto assoluto con le attuali “procedure di normalizzazione sociale che tendono a elevare la ragione economica e la razionalità medica dei comportamenti al rango di valori antropologici superiori” (p.101). Quanto mai opportune, in merito, le riflessioni sul DSM (pp 129-134) e sul suo scopo: “comunicare coi quattro angoli del mondo: ‘one world, one language’(3)” (p. 130).
Notevole, al contrario, la sottolineatura – assolutamente psicoanalitica – della necessità di riflettere sulle derive spesso non adeguatamente prese in considerazione da chi si occupa delle problematiche della ‘esportazione’ di modelli di conoscenza anche nelle loro ricadute e nei loro effetti clinici. Come scrive Bennani stesso, la tesi sviluppata nel suo lavoro è questa: “la psichiatria è venuta a innestarsi sulle rappresentazioni popolari per categorizzarle nelle proprie classificazioni(4), negarne l’efficacia o relegarle al folklore e al ciarlatanismo. Il mio approccio consiste nell’integrare e articolare i contributi dei professionisti e le conoscenze extra-occidentali con quelli della psichiatria e della psicanalisi. Così facendo, posso dare alle tradizioni popolari un’attualità e un presente.” (p.138).
Tali rappresentazioni popolari – i ginn – si manifestano fin dal titolo.
Chi sono i ginn? “Nella cultura tradizionale […] sono delle forze invisibili che si presume abitino i corpi e le anime, che risiedano dappertutto e siano fuori dal tempo. La loro esistenza è riconosciuta dalle popolazioni del Maghreb, come nel resto dell’Africa, e la loro presenza temuta.” (p.15). Io, nata e cresciuta in Africa Orientale, ne ho memoria e ancora oggi ne ricordo l’alone inquietante e spaventoso.
L’Autore mostra come sia non solo possibile ma soprattutto necessario che la psicoanalisi dai ginn si faccia fecondamente contaminare. Preziose a tale proposito le riflessioni su Fanon, Laforgue, Devereux e sull’etnopsichiatria, cui manca a suo parere: “un’articolazione tra due sistemi di credenze e virtù terapeutiche; ciò le avrebbe dato una coerenza suscettibile di condurci al di là dell’aspetto seduttivo di una simile pratica. Inoltre, sarebbe stato evitato un altro rischio: quello del culturalismo che rinchiude degli individui in un sistema” (p.141).
Lavoro in Geografie della psicoanalisi dal 2008 e sento queste ultime parole profondamente impregnate dello sforzo che da sempre facciamo in Geografie di monitorare in noi stessi per primi il rischio di “rinchiudere degli individui in un sistema”. Quanto il ‘coloniale’ non sia scomparso in noi è ben illustrato da un episodio personale. Con i colleghi Livio Boni e Cristiano Rocchi abbiamo curato in Spiweb la finestra AfrichE (5) nell’area di Geografie della psicoanalisi partendo da un’unica intervista da rivolgere a rappresentanti di Eritrea, Etiopia e Somalia. Avevamo pensato a una sola intervista nella speranza di cogliere le differenze connesse alle tre diverse provenienze. Gabriella Ghermandi, intervistata per l’Etiopia in quanto di madre etiope, alla domanda “Come descriverebbe il Corno d’Africa in rapporto alle “amnesie e alle rimozioni” dei Paesi che lo hanno occupato? Rispose: “Beh – glielo dico sorridendo – ma in effetti, già questa riflessione che lei mi sottopone e sulla quale chiede il mio parere, ha un presupposto – sicuramente a vostra insaputa – eurocentrico. Nel senso: concorderà con me sul fatto che si è molto parlato delle amnesie, di quello che non si ricorda, dell’Occidente che non fa i conti con sé stesso, ma mi pare – possiamo discuterne – sempre una modalità che mette al centro della attenzione l’Occidente: l’Occidente invade, l’Occidente dimentica, in una posizione che resta centrale, sorta di squalo – se mi permette l’equazione – che diventa più importante del mare. Scotto di Fasano: “Mi coglie alla sprovvista. Interessante quanto pone alla nostra attenzione. Direi, da un punto di vista psicoanalitico, che l’Occidente, a causa del bisogno di lavare la propria ‘coscienza sporca’, in alcuni casi, oppure, in altri, a causa dei propri sensi di colpa, relativi all’occupazione di Libia e Corno d’Africa effettuata dalle generazioni precedenti, senza volere pone al centro dell’attenzione le proprie amnesie e le proprie rimozioni. Ho capito bene? Ghermandi: Ha capito bene. In effetti, più che sulle rimozioni dell’Occidente, sulle sue amnesie (operazione che comunque ritengo vada effettuata, ma non solo quella), rifletterei sul modo in cui l’Africa vive il presente.” (AfrichE, cit., pp.68-69). Si tratta, con Bennani, che in proposito cita Stuart Hill, anglo-giamaicano, e i Cultural Studies di cui Hill è tra i fondatori, di “decentrare il pensiero occidentale per farne un oggetto di lettura tra gli altri.” (p.68).
Commovente (non trovo termine più adeguato) la descrizione dei “Maristan, luogo di vita e di cure” (pp 37-42), “veri e propri istituti di cura, dei luoghi di vita e di piacere, in cui la malattia era considerata un tutto e le cure coinvolgevano le più grandi autorità, i medici e gli artisti” (p.39). È commovente la rievocazione dell’esperienza condotta da Bennani assieme al pittore Mohammed Kacimi nel 1997 ad animare un laboratorio di pittura e psicoanalisi (durato tre mesi) con adolescenti che soffrivano di varie patologie (pp. 144 seg.)
Illuminanti le pagine sulla schiavitù nell’Africa subsahariana, di cui credo si sappia molto poco essendo “un passato rimosso: quello dello schiavismo arabo -musulmano in Africa” (pp. 103) a danno dei ‘neri’: “Associando lo status di schiavo a ogni marocchino nero, la società marocchina arabizzata ha contribuito alla costruzione di una categoria razziale” (p.107). Come ha dimostrato Tidiane N’Diaye, citato da Bennani, “milioni di africani furono razziati, catturati e deportati verso il mondo arabo-musulmano per tredici secoli nell’Africa subsahariana” (p.108). Nota Bennani che – pur essendo stata in Marocco abolita la schiavitù nel 1922, “Ancora ai giorni nostri, in Marocco, succede che nei confronti degli Africani neri sub-sahariani si esprima una repulsione” (p.108). “N’Diaye indica che «la parola araba ‘abīd (o ‘abd, ‘abdah al femminile), che significa schiavo, a partire dall’VIII secolo è diventata più o meno sinonimo di ‘nero’” (p.110). Nero come, citando Derrida, il continente nero, “nero nel senso del non-viaggiato, dell’inesplorato, del femminile, […], nero come la pelle di alcuni, nero come il nero, nero come l’orrore indicibile della violenza, della tortura o della terminazione(6)”. E non è forse l’uomo nero una delle più comuni paure dei bambini?
Per concludere: un libro che va letto perché testimonia quanto “La psicanalisi lascia spazio a tutti i saperi” (p.167), quanto vi siano non una ma diverse società arabe e quanto sia importante chiedersi: “E se fosse proprio in questi paesi che la psicanalisi può reinventarsi scoprendo altri orizzonti di pensiero, altre tradizioni e altre lingue?” (p.178).
Ma va a mio parere letto anche da chi è attratto da una più approfondita conoscenza di realtà per molti versi ancora per noi occidentali tutte da esplorare. A titolo d’esempio, a sottolineare quanto Dai ginn alla psicanalisi sia di godibile, oltre che preziosa esperienza non solo per noi psicoanalisti, quest’ultima citazione: “gli scrittori e gli artisti ci aiutano a ritrovare le nostre rimozioni, rivelando le tradizioni, le immagini, le tracce, i segni nascosti nel nostro io più profondo. […] Romanzieri come Driss Chraībi hanno rimesso in causa l’ordine stabilito e i tabù nella società patriarcale. […] Alcuni ricercatori hanno introdotto nelle loro opere concetti psicoanalitici, tra di essi Abellah Hammoudi, Abdelfattah Kilito e Abdelkébir Khatibi.” (p.53).
Note:
(1) Da Fernand Braudel nel 1949
(2) Lorena Preta, 2015, La brutalità delle cose. Trasformazioni psichiche della realtà, Mimesis, pag. 47-48
(3) Il corsivo è dell’Autore nel testo
(4) Il corsivo è dell’Autore nel testo
(5) I cui contenuti sono esitati nella pubblicazione a cura di Scotto di Fasano D., Rocchi C., Boni L., 2024, AfrichE. Tra(n)s-formazioni postcoloniali, Armando, Roma.
(6) Jacques Derrida, “Géopsychanalyse, and the rest of the world”, febbraio 1981, Confrontations, p.12.
Bibliografia
Braudel F., 2002, Il Mediterraneo. Lo spazio, la storia, gli uomini, le tradizioni, Newton Compton, 2002
Freud S., 1919, Il perturbante, O. S. F, Vol. N° 9, Bollati Boringhieri.
Preta L., 2015, La brutalità delle cose. Trasformazioni psichiche della realtà, Mimesis, pp. 47-48
Preta L., 2024, L’invenzione di una mappa, in Francesconi M., Scotto di Fasano D., 2024, a cura di, Freud a Gaza. Lo psicoanalista: un testimone auricolare, Petite Plaisance, Pistoia.
Contaminazioni feconde, Psiche. Rivista di cultura psicoanalitica, 1, 2004.