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“S. Freud, C.G. Jung, Sabina Spielrein e la ‘faccenda nazionale ebraica’ “di David Meghnagi. Recensione di Roberta Guarnieri

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Presentazione del libro:  S. Freud, C.G. Jung, Sabina Spielrein e "la faccenda nazionale ebraica" di  David Meghnagi. Milano, 26/01/2026 1

Parole chiave: Questione razziale, origini della psicoanalisi, pulsione di morte, antisemitismo.

“S. Freud, C.G. Jung, Sabina Spielrein e la “faccenda nazionale ebraica” di David Meghnagi, Bollati Boringhieri, 2025
Recensione di Roberta Guarnieri

David Meghnagi con il suo “S. Freud, C.G. Jung, Sabina Spielrein e la “faccenda nazionale ebraica” (Bollati Boringhieri,2025) ha scritto un libro che ritengo importante da diversi punti di vista.
Un libro che è frutto di letture e riletture di una parte rilevante di ciò che riguarda le “origini” della psicoanalisi e del movimento psicoanalitico: l’incontro tra Freud e Jung, il loro legame di amicizia e collaborazione e la rottura che ne seguì e, al centro di tutto ciò, la presenza di Sabina Spielrein.
 La rottura tra Freud e Jung produsse una lacerazione verticale all’interno della cultura dalla quale la scoperta psicoanalitica era nata. È questa lacerazione che viene interrogata: essa riguarda la posizione che l’ebraismo, la sua cultura e la sua tradizione, aveva alle origini del movimento psicoanalitico e gli intrecci con le vicende storiche della prima metà del secolo scorso, caratterizzate dall’esplosione dell’antisemitismo fino alle estreme conseguenze.
Conseguenze che colpirono direttamente il movimento psicoanalitico.
Nel Prologo al volume l’Autore, con una scelta assai opportuna cita una lettera di Freud a Ferenczi in cui si fa “una chiara distinzione tra le origini di un sapere psicoanalitico e la sua oggettività” (op. cit. p. 18). Parlando delle differenze tra ‘semitismo’ e ‘spirito ariano’, Freud afferma: “(…) Ciò non significa che possa esistere una particolare scienza ariana o giudaica. I risultati dovrebbero essere identici, e soltanto la loro presentazione potrebbe variare. (….. ) Se queste differenze riguardassero la concezione dei rapporti oggettivi della scienza, allora significherebbe che qualcosa non va” (S. Freud, S.Ferenczi Lettere. Volume primo (1908- 1914) a cura di A.A. Semi, Raffaello Cortina, Milano, 1993, pp.510-11).
La lettera si conclude con il riferimento alle conferenze di Jung in America, nelle quali egli affermava che la psicoanalisi non era una scienza ma una religione.
Per gli analisti freudiani e, immagino, per gli psicoterapeuti junghiani, l’attraversamento di questa vicenda, personale e scientifica, mi pare sia un passaggio ineludibile e la sua conoscenza dovrebbe far parte del patrimonio di conoscenze, in particolare, delle nuove generazioni di psicoanalisti e psicoterapeuti.
Dunque, perché una nuova ricerca, perché di ciò si tratta, su Freud, Jung e Spielrein?  il sottotitolo, “la faccenda nazionale ebraica”, si tratta di una locuzione di Freud (lettera di S. Freud a K. Abraham, 3 agosto 1908, in S. Freud e K. Abraham A Psychoanalitic Dialogue.
The Letters of Sigmund Freud and K. Abraham (1907-1926), a cura di H. C. Abraham e E. L. Freud, Hogarth press, London, 1965, p.34, Nota 1 .
Il carteggio Freud-Abraham è stato recentemente tradotto in italiano: “Sigmund Freud, Karl Abraham Lettere 1907-1925, Edizione integrale” Edizione italiana a cura di M. Bottone, R. Galiani, e F. Napolitano, Alpes2024, ed è il riferimento che organizza questo percorso di ricerca e di riflessione.
Per chi immaginasse un libro che procede “a tesi “, attorno a delle posizioni già acquisite, si troverebbe deluso: si tratta di un lungo e molto articolato procedere attraverso materiali, prima di tutto scambi epistolari e altri materiali documentali, oltre che testi già usciti sull’argomento, con un apparato di note ed una bibliografia molto consistenti: ciò ne fa un libro di studio ed anche di consultazione. L’Autore propone questa sua ricerca da psicoanalista, quale egli è, ed anche da storico della psicoanalisi e storico delle idee.
L’exergo utilizzato è di Maurice Blanchot e le sue parole le ritroviamo anche a chiusura del volume, nell’epilogo: “A ‘farci sentire’ che gli ebrei erano fratelli”, scrive Maurice Blanchot in una lettera a Salomon Malka, “e che l’ebraismo era qualcosa di più che una ‘cultura’ e ‘una religione’, ma “il fondamento della relazione con l’altro” furono le persecuzioni” (D. Meghnagi, op. cit., p. 166).
Il libro si compone di undici capitoli che ripercorrono, in parte cronologicamente, la vicenda del rapporto tra Freud e Jung, all’interno del quale la figura di Sabina Spielrein, come sappiamo, fu centrale. Spielrein era russa, era ebrea, era giovane, intelligente e sofferente. Al Burgholzli, dove fu ricoverata e dove Jung la curò con il ‘metodo’ psicoanalitico, si laureò in medicina e, in seguito, divenuta psicoanalista freudiana, diede notevoli contributi scientifici: in particolare fu lei ad anticipare la nozione, che dal 1920 in poi divenne centrale nel pensiero freudiano, di pulsione di morte. Morirà assassinata dalle truppe naziste, insieme alle due figlie e a tutta la popolazione ebraica di quella città, nella sinagoga di Rostov sul Don.
Ripercorrendo gli inizi della relazione scientifica e personale tra Freud e Jung, emerge quanto fosse potente in Freud la doppia necessità da un lato di uscire dalla ristretta cerchia dei suoi primi ‘adepti’ viennesi, costituita quasi interamente da ebrei, medici e uomini di cultura, ma nessuno psichiatra, e dalla necessità, appunto, di essere riconosciuto dal mondo della psichiatria, tedesca prima di tutto: di entrare nella “terra promessa della psichiatria” (lettera di S. Freud a C. G. Jung, 17 gennaio 1909, in Lettere tra Freud e Jung (1906-1913), a cura di W. Mc Guire, trad. it. di M. Montinari e S. Daniele, Bollati Boringhieri, Torino (1990). In questa lettera, a suo modo famosa, Freud, nei panni di Mosè, designa Jung/Giosuè come suo erede: sarà lui a conquistare alla ‘causa’ della nuova scienza, la psicoanalisi, il mondo della
psichiatria. Tale era il potente desiderio di Freud: fu ciò che gli impedì di dare, per gli anni in cui il rapporto con Jung durò, il peso che meritavano alle sue posizioni, accanto ad aspetti della sua personalità certamente problematici, che erano sempre state, e così rimasero, espressione di atteggiamenti antiebraici presenti nel mondo scientifico e intellettuale di quella parte di Europa che si poteva considerare la più avanzata. Proprio in quegli anni il gruppo dei primi seguaci della nuova scienza si arricchì di una figura del tutto rilevante, Karl Abraham, anch’egli psichiatra e figura dallo spessore scientifico e personale molto consistente, e, si potrebbe dire, agli antipodi di Jung. La triangolazione che emerge da questa ricerca è perciò anche quella di Freud-Jung-Abraham: fu proprio con Abraham, come si deduce dalla corrispondenza, che Freud si permetteva di esplicitare più direttamente le sue idee. In nota l’Autore riporta per esteso una lettera di Freud a Abraham:” (…) se vogliamo cooperare con altra gente, dobbiamo, in quanto ebrei, dimostrare un po’ di masochismo ed essere pronti a sopportare un po’ di ingiustizia (…)” (lettera di S. Freud a K. Abraham, 23 luglio 1908, ibid. pp.46-47).
In pochi anni non sarebbero certo bastati la sopportazione né il masochismo evocati da Freud, per affrontare la virulenza dell’antisemitismo in Germania, Austria ed anche, in una certa misura, Svizzera. Le divergenze tra Freud e Jung, dopo la rottura tra i due, si manifestarono in tutta la loro irriducibilità: Jung, che divenne presidente dell’Istituto Goering,m dopo che l’Istituto di Berlino, fondato da Eitingon (emigrato nel frattempo in Palestina) fu smantellato, si spese pubblicamente, oltre che con i suoi scritti, per affermare una “psicologia ariana” contrapposta alla “psicologia ebraica”. Di fatto Jung sostenne il nazismo e contribuì alla sua affermazione. Non posso, su questioni così importanti e dalle conseguenze
catastrofiche, che rimandare ad una lettura attenta del libro e alle fonti alle quali l’Autore fa riferimento, in particolare alla letteratura riferita allo studio storico delle vicende della psicoanalisi in Germania durante il Terzo Reich e nel dopoguerra.
L’antisemitismo, all’ascesa del nazismo e durante gli anni terribili del Terzo Reich, permeò tutti i livelli e le articolazioni della società tedesca (ed austriaca) e il mondo della scienza e della cultura non solo non ne fu immune, ma fu protagonista attivo della nazificazione della scienza, a tutti i livelli. Ricordo su questi aspetti, il libro di Jean Chapoutot, La rivoluzione culturale nazista (editori Laterza, Cultura storica, 2019). Sintetizza efficacemente Meghnagi: “Con l’ascesa del nazismo e la trasformazione di una irriducibile opposizione “razziale” fra ebrei e non ebrei, in un programma politico di esclusione, il problema divenne una questione di vita o di morte, caricandosi di significati più ampi” (op. cit., p.19).
È importante mettere a fuoco il fatto che la prospettiva psicologica di Jung, già dagli inizi della sua collaborazione con Freud, era permeata dalla insistente presenza di una contrapposizione tra una psicologia ‘ebraica’ e una psicologia ‘germanica”. Il contributo di Jung alla definizione di una ‘psicologia ariana’ che sarebbe stata praticata all’interno dell’Istituto Goering, totalmente nazificato, ebbe un peso decisivo. 
La ‘vicenda’ che coinvolse Freud, Jung e Sabina Spielrein va perciò letta all’interno di questa prospettiva. Per un lettore avvertito, questo volume, a mio avviso, ha il pregio di evitare totalmente il rischio di un approccio aneddotico: il ricorso agli Epistolari tra Freud e Jung e tra Freud e Abraham, al Diario di Spielrein, alle opere degli Autori stessi e alla bibliografia di riferimento, tracciano dei percorsi complicati, a volte tortuosi e ciò permette di dare forma alla lacerazione che si produsse nella cultura europea. Noi possiamo interrogarci ora su che cosa di quelle incomprensioni, differenze, di quegli scontri e di quelle lacerazioni appunto, permanga nella nostra cultura e, per ciò che ci riguarda come psicoanalisti e perciò eredi di Freud, all’interno del pensiero psicoanalitico. Abbiamo fatto nostro il senso di quella rottura e in quale modo? 
Sabina Spielrein: abbiamo imparato a conoscerla e a capire psicoanaliticamente la sua vicenda di ragazza sofferente e piena di talento; per chi, anche recentemente, ha voluto ripercorrere gli scritti freudiani a partire dal 1920, il suo contributo sulla presa in considerazione della distruttività nello psichismo umano – quello che diventerà la ‘pulsione di morte’ – appare in tutta la sua rilevanza. Qui interessa in particolare la sua posizione di donna ebrea che, in quegli anni e in quelle condizioni (l’ospedale Burgolzli, gli psichiatri svizzeri, l’intreccio familiare, naturalmente la grave trasgressione commessa da Jung che ne divenne amante e la ricevette privatamente, sua madre e la moglie di Jung, le menzogne di Jung stesso e le difficoltà iniziali di Freud di capire con che cosa e con chi avesse a che fare) sviluppò un’idea eccessiva come lo possono essere le idee e le fantasie supportate da transfert erotici non governati dal setting e dall’integrità morale del terapeuta: desiderava un figlio dal suo amante e il figlio, Sigfrido, sarebbe stato colui che avrebbe potuto tenere assieme ebraismo e cristianesimo. Sul piano intimo, malgrado l’elaborazione psichica che Sabina Spielrein affrontò e le scelte di vita, il matrimonio con un medico ebreo e la nascita delle due figlie, in lei rimase sempre attivo un nucleo passionale legato alla figura di Jung, un legame interno inestinguibile. Comunque, mai Spielrein ebbe dubbi sulla centralità nella scoperta freudiana, in particolare dei desideri risalenti alla prima infanzia e della sessualità infantile, e cioè della base pulsionale dello psichismo umano, aspetti dai quali Jung si era via via sempre più allontanato.
Per chi, da psicoanalista, si avvicina a questa storia che si è intrecciata con vicende collettive di estrema rilevanza, non risulta strano che anche i dettagli più personali dei legami intensi tra i protagonisti, possano essere letti anche come manifestazioni di ciò che, sul piano collettivo, si stava manifestando. In particolare, tra gli anni Venti e gli anni Trenta del secolo scorso, la storia europea attraversava le maggiori turbolenze e ciò che adesso a noi può apparire estremo, esagerato, eccessivo, non lo era in quegli anni. Le questioni erano di vita o di morte e anche per la psicoanalisi, la nuova scienza, era così.
   Al centro del volume l’Autore dedica un intero capitolo al saggio, che possiamo considerare il testamento di Freud, L’uomo Mosè e la religione monoteistica. Nei tempi “strazianti” come li chiama Peter Gay citato in exergo del capitolo “La ballerina su la punta di un piede” (op. cit., p.119) Freud decide di dare forma a quel fantasma che lo aveva da lunghissimi anni ‘perseguitato’, la figura storica di Mosè, per cercare, sul piano dei fatti storici, di dare conto del suo, di Freud e della psicoanalisi, mito fondativo del processo di umanizzazione: il mito dell’orda primitiva e dell’assassinio dell’Urvater a fondamento del patto tra gli uomini e della Legge. 
Mi permetto una breve digressione: a Berlino – da poco era caduto il Muro e l’Europa di allora ricominciava a fare i contri con il suo passato – vi fu, organizzata da Alain De Mijolla, psicoanalista e studioso di storia della psicoanalisi, un incontro tra psicoanalisti e psicoterapeuti tedeschi, freudiani delle due Società IPA presenti nella Germania post-bellica e analisti junghiani; furono letti, alla presenza del Sindaco di Berlino e di altre figure rappresentative del mondo culturale tedesco, i nomi degli analisti morti assassinati nei campi; fu detto che alcuni furono denunciati dai colleghi ‘ariani’ e comunque non protetti in momenti di pericolo vitale. Fu un momento di grandissima tensione emotiva, una sorta di rito collettivo.
Un momento che si iscrisse nella memoria dei molti presenti. 
Vorrei cogliere qui l’occasione per menzionare, dato che in Italia e tra gli psicoanalisti italiani non è conosciuta, una pubblicazione uscita nel 1987 a cura dell’Association International d’Histoire de la Psychanalyse: “Ici, la vie continue d’une manière fort surprenante…”.
Contribution à l’Histoire de la Psychanalyse en Allemagne. La traduzione dal tedesco fu opera di analisti dell’associazione diretta da A. De Mijolla.
La SPI non era ufficialmente presente: da allora ho personalmente considerato che la nostra, di psicoanalisti italiani, assenza in un momento di tale rilevanza, fosse il segno che noi, in Italia e perciò dentro le nostre istituzioni scientifiche e culturali, non avevamo ancora avuto la forza e il coraggio di fare conti con quel passato che ci riguardava direttamente.
Fu in quell’occasione che uno psicoterapeuta junghiano disse – l’incontro aveva una valenza commemorativa ma anche scientifica – che si potrebbe leggere l’opera di Freud dagli anni Dieci del Novecento in poi, come una continua ‘risposta’ al pensiero e agli scritti di Jung, dopo la loro rottura e l’esempio principe era appunto Totem e tabù. Ritengo che la ricerca che David Meghnagi ci propone vada proprio in questa direzione.
 Possiamo dunque leggere questo libro come un modo di riconoscere e ripensare quell’iniziale dialogo che divenne, nel corso del tempo, uno scontro a distanza. Come abbiamo già visto, nello scambio con Ferenczi, da un lato Freud rimane fermamente ancorato, e con lui la psicoanalisi, alla Weltanschauung scientifica, dall’altro, proprio nella ripresa delle questioni aperte da Totem e tabù, e in un momento di crollo della civiltà europea, egli rilancia la questione dell’universalismo nella sua prospettiva di psicoanalista:  mentre sembra infliggere una ferita direttamente al suo popolo, proprio nel momento in cui esso si trova nel massimo pericolo, affermando che Mosè non era ebreo ma egizio e portatore di una
religione monoteistica già presente in Egitto e poi scomparsa, egli affida all’uomo Mosè e alla legge di cui egli si fa portatore, il compito di offrire all’umanità tutta la possibilità di produrre un “ progresso nella spiritualità” (il termine tedesco, Geistigkeit non è facilmente traducibile in italiano: Freud ne parla in modo esteso nel par. C del Terzo saggio de L’uomo Mosè e la religione monoteistica dal titolo Il progresso della spiritualità).
Sull’altro versante, la lunga vita di Jung, morto nel 1961, permette di attraversare ciò che nel dopoguerra fu raccolto dal movimento junghiano e ciò che fu occultato, silenziato e che necessita di una rinnovata ricerca storica, così come di una maggiore consapevolezza all’interno del nostro mondo culturale, prima di tutto europeo.
È in particolare attraverso la figura dello psicologo Erich Neumann, figura di tutto rilievo tra i seguaci di Jung in Europa, tedesco, ebreo, emigrato in Palestina e lì rimasto fino alla sua morte a soli 55 anni a Tel Aviv nel 1960, che la presenza di Jung nel dopoguerra viene indagata. I due capitoli del libro, “Appartenere ad un popolo che sta morendo” e “Convivere con l’Ombra’, sono dedicati a ciò ed io mi sento di rimandare alla lettura dei capitoli per avvicinare la questione spinosa del legame di Jung con il nazismo ed i suoi passaggi elaborativi negli anni del dopoguerra.  “Pur da posizioni universalistiche, Neumann condivideva con Jung una visione degli archetipi ancorata all’idea di “razza” che avrebbe
posto non pochi problemi a chi cercava di ancorare la psicologia analitica agli sviluppi del pensiero scientifico contemporaneo. Il rapporto fra gli archetipi e la vita dei singoli erano per Neumann aspetti distinti e tra loro irriducibili, che faranno da sfondo alla sua diversa e opposta lettura della tragedia del nazismo e ai futuri sviluppi della psicologia analitica, non più ancorati a Zurigo e ai grandi centri europei con le loro ‘illusorie certezze’” (op.cit. p.151).
Ho trovato interessanti per me, che non sono addentro alle vicende del movimento junghiano del dopoguerra, le osservazioni e i riferimenti, in particolare alla figura di Aniela Jaffè, segretaria personale di Jung, per ciò che riguarda le ambigue posizioni di Jung negli anni Trenta; altrettanto importante è comunque ciò che emerge negli ultimi capitoli riguardo il movimento junghiano in generale e il modo in cui quelle vicende storiche incrociarono la figura del fondatore della psicologia analitica.
Mi sembra che sia proprio attorno all’iscrizione nello psichismo individuale della dimensione collettiva dello psichico che possiamo ritrovare quel dialogo-scontro tra Freud e Jung e la loro distanza irriducibile. Ricorda Meghnagi in una nota come le questioni della trasmissione- eredità-migrazione-tradizione di contenuti psichici, centrali nella concezione degli archetipi junghiani, si ritrovino proprio alla fine dell’opera freudiana, nei saggi sul “L’uomo Mosè”.  
Voglio chiudere questa mia lettura del denso libro di D. Meghnagi citando questa parte del suo Epilogo. Il protagonista è il figlio di Neumann, Micha: lui scoprì solo dopo la morte che suo padre aveva tentato di “convincere Jung del terribile pericolo rappresentato dal movimento nazista (…)”, ma Jung “credeva nelle qualità dell’Inconscio tedesco e insisteva sul fatto che da quella situazione avrebbe potuto emergere qualcosa di positivo” (M. Neumann, La relazione tra Erich Neumann e C. G. Jung, in Maidenbaum e Martin, Wotan e Mosè. Jung, Freud e l’antisemitismo” trad. it. Di M. I. Wuhel, Milano 1997.). Così si esprime l’Autore “Era come se nel passaggio da una generazione all’altra un nucleo inespresso di protesta e di rabbia, che suo padre aveva tenuto accuratamente a bada in nome di una causa più grande
(liberare la psicologia analitica dalla sua Ombra), avesse trovato nel figlio la possibilità di esprimersi” (D. Meghnagi, op. cit., p.165).
“Dipanare una matassa così complessa con i soli strumenti della psicologia del profondo rischia di banalizzarla. Il passaggio dall’individuale al collettivo comporta salti irriducibili che chiamano in gioco saperi diversi”. Ma, ci ricorda l’Autore, “la condanna da parte del mondo zurighese della psicologia junghiana, degli eccessi del nazismo e del razzismo antisemita, non ha permesso e non permette di metterne in discussione i fondamenti” (ibid.p.166).
È inquietante che si possa parlare degli eccessi del nazismo: come se di quella vicenda si potesse salvare qualcosa, come se essa non fosse il segno indelebile lasciatoci in eredità che si può produrre da parte di uomini la disumanizzazione dell’uomo, appoggiandosi a idee fondate sulla ‘razza’, sul ‘sangue e il suolo’, idee alle quali ha contribuito una parte consistente del mondo intellettuale, professionale e accademico tedesco e austriaco.

“S. Freud, C.G. Jung, Sabina Spielrein e la ‘faccenda nazionale ebraica’ “di David Meghnagi. Recensione di Roberta Guarnieri Monica Castellini

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