Parole chiave: legame sociale, complementarismo, psiche, psicoanalisi e cultura
“Verso una psicoanalisi sociale” di Lynne Layton, Alpes, 2025
Recensione di Patrizia Santinon
Lynne Layton, Ph.D., è psicoanalista e docente presso il Dipartimento di Psichiatria della Harvard Medical School, ha pubblicato nel 2020 “Toward a social psychoanalysis” a cura di Marianna Leavy-Sperounis Authorised, edito da Routledge.
La traduzione italiana è arrivata nel 2025 a cura di Fanny Guglielmucci, psicoanalista e professoressa associata di Psicologia Dinamica e Filosofia della Psicoanalisi all’Università Roma Tre, dove dirige il laboratorio di ricerca-intervento in Psicoanalisi contemporanea (PSYLab) e il Master internazionale in Psychoanalytic Studies.
Per Layton “l’azione terapeutica […] consiste nel riconnettere i pazienti con la loro storia e nel ripristinare il legame sociale interrotto in un modo che contrasta l’individualizzazione istituzionalizzata e la negazione neoliberale dell’aggregazione” (Capitolo 5, p. 70). Per facilitare questo, l’autrice invita ad allargare la cornice terapeutica per includere “non solo […] i differenziali di potere di razza, classe, genere e sessualità, ma anche […] il modo in cui l’individualizzazione istituzionalizzata si è articolata con il neoliberismo e segna le versioni consce e inconsce della soggettività” (Capitolo 5, p. 72).
Secondo l’autrice il lavoro clinico è spesso dissociato dal proprio contesto politico e rischia di crescere soggetti che non mettono in discussione le disuguaglianze sociali: non solo le disuguaglianze che mantengono inconsapevole il privilegio della classe media, ma anche le disuguaglianze che ci tengono oppressi e senza potere (Capitolo 2, p. 32). L’eco ferencziana è evidente quando Layton mette in guardia sul fatto che “Molte scuole psicoanalitiche danno l’impressione che più siamo bravi a non farci turbare dal comportamento del paziente […] come se l’essere agitati indicasse un fallimento della capacità empatica” (Capitolo 12, p. 183).
I clinici fanno un grave torto non solo ai loro pazienti, ma anche al bene collettivo quando la loro attenzione e le loro indagini si limitano a nozioni apparentemente depoliticizzate dell’intrapsichico.
La sua prima teorizzazione psicoanalitica femminista si era concentrata sul genere perché era il luogo in cui aveva subito le maggiori ferite della sua vita: come donna bianca, di classe media, eterosessuale e cisgender, nata nel 1950 e diventata maggiorenne alla fine degli anni ’70, aveva la consapevolezza che i conflitti inconsci, le sue fantasie, le lotte relazionali, i modi di vivere il corpo, la dipendenza, la vergogna e l’affermazione erano tutti segnati dal sessismo.
Come Marie Rose Moro nel suo esercizio di etnopsicoanalisi, fondata sul complementarismo e sull’attenzione alle dimensioni socioculturali che costruiscono i nostri sistemi di interpretazione e costruzione di senso, così Lynne Layton ci invita a ribaltare il vertice osservativo, riconoscendo che non può esistere la clinica senza il retroscena sociopolitico e culturale. È questo che informa la sofferenza psichica e relazionale e determina l’agire terapeutico nei contesti intraculturali e transculturali. Mettere in relazione psiche, psicoanalisi e cultura implica aprire le strade al molteplice e alla complessità, ma anche situare la riflessione e la prassi nella contemporaneità che abitiamo. L’originalità del lavoro di Lynne, che raccoglie circa trent’anni di studi sul tema, sta nel tenere insieme tre pilastri: una forte etica della cura centrata sulla dignità del paziente; una critica culturale che smaschera le retoriche del neoliberismo – autoresponsabilizzazione, meritocrazia, colpevolizzazione della vulnerabilità – e una teoria dell’inconscio che non abdica alla complessità, sottraendolo dal rischio di un suo isolamento privatistico. Non si tratta dunque di una ‘politicizzazione’ della psicoanalisi ma del riconoscimento delle condizioni reali in cui l’inconscio prende forma.
Fanny Guglielmucci nella sua introduzione ricorda Elvio Fachinelli con le sue critiche in difesa della psicoanalisi contro il rischio dell’ortodossia incarnata dalle istituzioni psicoanalitiche, impegnate nel tramandare “la gabbia di Freud” (Fachinelli, 1992b) e una “formazione affiliativa” che promuove dipendenza e conformismo (Fachinelli, 1983). Il rischio segnalato da Fachinelli è lo stesso di cui parla Lynne Layton di fronte a logiche di potere dogmaticamente impermeabili all’innovazione, che sacrificano la libertà e la soggettività individuale sull’altare dell’appartenenza e dell’identità gruppale allargata e “l’identificazione a massa” (Gaburri, Ambrosiano, 2003). La clinica si fa spazio dove si rinegoziano con creatività le appartenenze e i legami. Non c’è cura senza verità relazionale e non c’è verità senza responsabilità istituzionale. Fanny Guglielmucci ha scelto di tradurre questo testo perché “possa diventare anche in Italia, come già negli Stati Uniti, il manifesto per una cura pubblica: una pratica di verità e responsabilità che restituisce dignità alla complessità della sofferenza umana e che chiede alle istituzioni e alle scuole impegnate nell’arte di trasmettere la psicoanalisi di essere all’altezza dei loro fini dichiarati”.
Allo stesso modo quando prendiamo in considerazione una comunità che soffre, oltre a considerare il contesto e le ragioni socioeconomiche che alimentano questa sofferenza, dovremmo raccontare la storia dei singoli individui e raccoglierne le rappresentazioni culturali che danno forma alla sofferenza per capire che cosa questo significhi realmente.
Cosimo Schinaia ha mostrato con chiarezza come la sofferenza psichica e quella ambientale siano inseparabili: i traumi ecologici penetrano nella vita psichica, generando nuove forme di angoscia, mentre le difese psichiche collettive si traducono in pratiche distruttive verso l’ambiente. Sulla scorta dei pioneristici contributi di Searles (1972; 1972/1979), ci ricorda che l’ambiente compartecipa alla vita psichica, influenzandone contenuti e modalità espressive. Interrogandosi sull’attuale emergenza ecologica, egli afferma che «Noi siamo circondati dall’ambiente, respiriamo l’ambiente, dipendiamo dall’ambiente, ma al tempo stesso lo teniamo dentro di noi, nei nostri sogni, nei nostri conflitti, nelle nostre menti.” (2020, p.15),
Allo stesso modo quando prendiamo in considerazione una comunità che soffre, oltre a considerare il contesto e le ragioni socio-economiche che alimentano questa sofferenza, dovremmo raccontare la storia dei singoli individui e raccoglierne le rappresentazioni culturali che danno forma alla sofferenza per capire che cosa questo significhi realmente e come tali elementi delineino un’economia psichica del potere: ci sono momenti in cui un’intera popolazione si paralizza, configurandosi una sorta di patologia sociale, con la conseguente sfiducia nella propria capacità di produrre soluzioni e alternative. Una sorta di vincolo della malinconia allontana dallo spazio della partecipazione politica ricordandoci traumaticamente l’impotenza, l’incapacità di trasformare e far andare le cose diversamente (nelle istituzioni politiche, nelle istituzioni psicoanalitiche). Come sostengono Layrargues e Lima (2014) “diventa possibile e necessario incorporare le questioni culturali, individuali e soggettive che emergono con le trasformazioni delle società contemporanee, la risignificazione della nozione di politica, la politicizzazione della vita quotidiana e della sfera privata, espressa nei nuovi movimenti sociali e nella genesi dello stesso ambientalismo”.
Una psicoanalisi che si fa sociale e ambientale riconosce che non c’è soggettività sana in un mondo malato, e che la cura dell’umano passa attraverso la cura del vivente tutto. Ogni gesto di ascolto, ogni legame rigenerato è un piccolo atto di decontaminazione. Una psicoanalisi che respira con il mondo non si limita a comprendere il dolore ma lo trasforma in aria nuova. Lynne Layton e Fanny Guglielmucci, attraverso la scelta di tradurre questo testo, ci consegnano l’affermazione di una psicoanalisi come pratica di trasformazione sociale e culturale.
Riferimenti:
Fachinelli E. (1983). La bottega dell’anima. In Claustrofilia (pp. 149–163). Milano: Adelphi.
Fachinelli E. (1992b). La gabbia di Freud. In Al cuore delle cose. Scritti politici (1967–1989) (pp. 93–96). Roma: DeriveApprodi.
Gaburri E., Ambrosiano L. (2003). Ululare coi lupi. Conformismo e rêverie. Torino: Bollati Boringhieri. Gramsci A. (1975). Quaderni del carcere (Ed. critica a cura di V. Gerratana). Torino: Einaudi.
Layrargues P.P., Lima G.F.C. (2014). As macrotendências político- pedagogicas da educação ambiental brasileira. Rivista Ambiente e Società, p. 33
Schinaia, C. (2020). L’inconscio e l’ambiente. Psicoanalisi ed ecologia. Milano: Mimesis.
Searles, H. F. (1972). Unconscious Processes in Relation to the Environmental Crisis. Psychoanalytic Review, 59:361–374.
Searles, H.F. (1972/1979). Processi inconsci relativi alla crisi ecologica. In Id., Il controtransfert. Torino: Bollati Boringhieri, 1994.