Parole chiave: Tempo, Negazione, Psicosi, Non pensiero, Esistenza, Sparizione
“Il furto del tempo e altre sparizioni” di Riccardo Lombardi, Alpes, 2025
Recensione di Giuseppe Martini
È da poco apparso in libreria, per i tipi della Alpes, un nuovo libro di Riccardo Lombardi, il cui titolo bene rappresenta la sua tesi di fondo, che l’autore tratta in modo articolato a partire dal materiale offerto dai numerosi pazienti che popolano i diversi capitoli. Primo merito del volume è proprio quello di sviluppare una rigorosa riflessione pressoché esclusivamente attraverso una serrata esposizione di materiale clinico, venendosi così ad attivare un circolo virtuoso tra clinica, tecnica e teoria che si incentra attorno a punti nodali tra loro strettamente interconnessi, spesso in dissonanza con alcuni common ground della psicoanalisi di cui l’autore non manca di evidenziare il rischio di convertirsi in luoghi comuni.
Cercherò di illustrare, anche valendomi di alcune citazioni chiarificatrici, quelli che a mio avviso rappresentano i nodi teorici di maggior rilievo.
Innanzi tutto, il tema del furto che dà titolo al volume, inteso come una modalità per «ripristinare, nell’illusione onnipotente del pensiero, una situazione di possesso e controllo totale» (p.1). Il furto rappresenta il filo rosso che congiunge almeno cinque pilastri teorici che sorreggono l’impalcatura del volume: 1) la concezione di stretta derivazione bioniana del sogno inteso non come espressione del processo primario bensì come quanto «esprime al meglio le potenzialità del processo secondario» (p.4); 2) la centralità del tema dell’odio, e in particolare della «difficoltà a pensare l’odio con strumenti mentali» (p.12), su cui tornerò discutendo della tecnica; 3) il tema del corpo e della relazione corpo-mente che Lombardi sviluppa a partire da Armando Ferrari, ma fornendone uno sviluppo originale per cui talora nei pazienti gravi (vedasi Rosa al cap. quinto) è «come se il mondo emotivo [sia] completamente affondato nelle manifestazioni concrete del corpo» e possa esprimersi solamente laddove si sia pervenuti a un «abbassamento della pressione sensoriale del corpo e alla sua eclissi» (p.45); di qui l’importanza fondamentale di riuscire in analisi ad «avviare una relazione corpo-mente» in quanto «pre-condizione per l’attivazione di una funzione mentale nell’analizzando» (p.68), di cui l’autore aveva già trattato in suo precedente testo (Lombardi 2016); a seguire 4) la questione del tempo, oggetto elettivo del furto, in quanto solo «la valorizzazione della relazione del soggetto con la temporalità [è] in grado di facilitare il cambiamento come meta del processo psicoanalitico» (p.15). Entriamo in tal modo in un terreno molto complesso e affascinante al confine tra psicoanalisi, filosofia ed epistemologia. Per porre una chiosa al problema del tempo, potremmo ricordare come la dialettica nel tempo/fuori del tempo sia stata da molti autori intesa come costitutiva dell’umano, in primis da Mircea Eliade in campo antropologico e da Proust in campo letterario. Se il primo ci ha resi edotti dei rituali di rigenerazione attraverso l’annullamento del tempo di certe società arcaiche, il secondo ha evocato i «frammenti di esistenza sottratti al tempo» come generatori d’una contemplazione estatica che «sebbene d’eternità, era fuggitiva» (1929, p.553). Ma non bisogna dimenticare la negazione del tempo da parte della fisica contemporanea e naturalmente la atemporalità dell’inconscio posta da Freud. Lombardi si inserisce implicitamente in questo dibattito asserendo con decisione il rischio cui espone l’annullamento del tempo e la necessità di recuperarne il senso e la contingenza per approdare alla salute psichica. Solo allora, nelle situazioni in cui la mente è più integrata, possono trasparire momenti di estasi atemporale, ad es. attraverso l’esperienza musicale, che può anche tradursi come la comparsa di un vissuto musicale in seduta nella mente dell’analista (cfr. pp.32-33 e più in generale al cap.4). Ecco così emergere il tema cardine del testo che tutti i precedenti riassume: 5) quello del limite (che ci riconduce a sua volta a quello della morte), già specificatamente esplorato nel suo ‘Formless Infinity’, dove il limite è considerato «il concetto chiave della psicoanalisi moderna» (Lombardi 2015, p.13). L’autore perviene così a quanto a ragione può definirsi l’orizzonte non solo psicoanalitico, ma anche filosofico del suo testo e del suo lavoro clinico: «Tempo e morte sono interconnessi perché entrambi connessi alla percezione del limite e della natura limitata dell’essere umano: questa situazione viene ribaltata nella psicosi, per cui si può realizzare un vero e proprio furto del tempo, come abbiamo visto: con la falsa soluzione della sparizione del tempo e della vita, la morte apparentemente cessa di essere un limite reale e fonte di angoscia» (p.65).
Terrei a sottolineare l’importanza di questo passo e della riflessione che ne segue anche per un buon utilizzo della psicoanalisi come strumento per confrontarci, al di fuori della clinica con alcuni stupefacenti cambiamenti del pensiero (o non pensiero?) contemporaneo. Ad es., l’ asserzione sopra riportata di Lombardi ci dà molto da riflettere a proposito di quel movimento, all’interno della galassia del post umano, che si definisce ‘transumano’ e che rappresenta non solo una corrente radicalizzata del pensiero post moderno, ma anche un programma operativo che vede in campo soprattutto la Silicon Valley, miliardari americani e russi (il “Movimento 2045”) e alcuni capi di Stato, volto, come hanno ricordato Alberto Carrara e Claudio Bonito nel corso di un recente seminario dedicato a tale tematica (2026), al re-brain, cioè alla acquisizione dell’immortalità cibernetica, cui seguirebbe in un secondo momento il raggiungimento dell’immortalità digitale (dopo che il trapianto di testa previsto per il 2017 da un fantasioso neurochirurgo italiano è risultato fallimentare). È dunque palesemente il tema dell’immortalità, o in termini meno altisonanti ma equivalenti del “vivere senza scadenze” che si pone al centro di questo movimento, per cui, per riprendere Lombardi, «la morte apparentemente cessa di essere un limite reale». E allora come catalogare questi fantasmi del pensiero? Innocenti astruserie filosofiche? Espressioni della parte psicotica della personalità? O infine progetti nei quali la volontà di (onni)potenza si combina con un nuovo ordine statale assai poco democratico, sensibile all’eugenetica e infiltrato dall’odio? Siamo forse in presenza di un pensiero che, mentre ambisce all’immortalità, si pone invece al servizio della pulsione di morte?
Messa da parte una tale disgressione e poste nel modo di cui sopra le coordinate teoriche del testo, vengo a quelli che sono i punti centrali della tecnica dell’autore, spesso, come sopra si accennava, in controtendenza con certe concezioni un po’ “generaliste” del mainstream psicoanalitico.
In primo luogo, viene proposto un uso critico della interpretazione di transfert, nella convinzione spesso ribadita che «la specificità dell’intervento dell’analista non va concepita in relazione a una sistematica interpretazione del transfert, quanto piuttosto sulla capacità di “unisono” dell’analista rispetto alle dinamiche emozionali profonde del paziente, congiuntamente all’attivazione di una “funzione di traduzione”» (p.92). Ne consegue che alla interpretazione di transfert viene preferita una interpretazione centrata sull’asse verticale che, come tale e in linea con quanto sopra, trova nel corpo un referente privilegiato: occorre «dare precedenza al bisogno dell’analizzando di incontrare e scoprire sé stesso quale primo interlocutore del suo funzionamento mentale» (p.93)». Di qui una posizione critica verso l’aspetto relazionale della psicoanalisi usato come passe-partout, di cui l’autore evidenzia piuttosto il rischio «di entrare in una sorta di paradigma intersoggettivo della genesi della soggettività […] che indebolisce l’idea della responsabilità personale» (p.117). Coerentemente con tale posizione Lombardi coglie la condivisione emozionale della relazione analitica soprattutto nei riflessi intensi e drammatici che il «continuo dialogo interno dell’analista tra la tendenza all’identificazione con i livelli psicotici e la parallela attivazione delle proprio risorse non psicotiche» (p.114) viene ad avere sul piano somatico, dove più immediatamente si riflettono le angosce di morte che circolano per la stanza d’analisi (cfr. p. 47).
Questo aspetto viene sviluppato soprattutto nel capitolo finale, che rappresenta una quanto mai appropriata e stimolante conclusione sin dal titolo: Esiste una psicoanalisi ontologica? Qui l’autore si confronta soprattutto con Thomas Ogden, sulla base del dialogo che i due intrattengono da anni. Nel differenziare il proprio modello di psicoanalisi ontologica da quello di Ogden, Lombardi tiene a differenziare la rêverie, centrale nella teoresi dell’autore californiano, dal “controtransfert” somatico, che il nostro autore preferisce enunciare invece come transfert sul proprio corpo da parte dell’analista, attraverso il quale si articola la sua partecipazione alla relazione analitica. Come nota Paola Ferrigno, nel testo di Lombardi il corpo è declinato «come un corpo costantemente coinvolto e drammaticamente invaso da esperienze sensoriali disorganizzanti», ma nel contempo «ri-suona con il paziente attraverso un intreccio suggestivo tra partecipazione somatica, sensazioni e vissuti musicali» (Ferrigno, 2026).
Se ora, a fronte della piena condivisione delle posizioni esposte nel volume a proposito della mitologia dell’interpretazione di transfert e della valorizzazione della dimensione verticale, mi provassi a definire, in un confronto con l’autore, i punti che più mi stimolano a un dibattito, inizierei proprio dalla dizione di psicoanalisi “ontologica”, non per esprimere una divergenza, quanto piuttosto una differenza di accenti. Se infatti il modello ontologico, centrato sull’essere e il divenire, mi pare altamente meritorio nel contrapporsi a uno epistemologico centrato sull’interpretare e il comprendere (Ogden, 2019), da parte mia mi sentirei di radicalizzare ancora e di ipotizzare piuttosto un modello di psicoanalisi ‘ontica’, nella misura in cui nel fare psicoanalisi la nostra attenzione non è volta all’essere degli enti e al significato dell’essere (l’ontologia!), bensì, assai più modestamente, riguarda i singoli enti, cioè le persone che abbiamo dinanzi, pazienti e analizzandi, nella loro ineludibile individualità e ‘gettatezza’ mondana (Il Da-sein dei fenomenologi). Detto in altri termini, il mio timore è che la psicoanalisi ontologica, sia pur meritoria per aver segnato il superamento del modello tradizionale, presenti il rischio di una deriva mistica cui una certa lettura del pensiero bioniano può rendere inclini. Preciso che nulla di tutto questo ritrovo nelle formulazioni di Lombardi che piuttosto rimangono ancorate alla concretezza della corporeità e in quanto tali sono ben al riparo da tale deriva. Al contrario di quello ontologico, il modello ontico si rivolge all’ente e si sviluppa con una “attestazione di vicinanza” che non si traduce in un co-essere che giunga ad una assolutizzazione della relazione analitica secondo il modello della intersoggettività forte di molti autori postbioniani (su cui pure Lombardi esprime forti riserve: cfr. p.117), ma si limita piuttosto ad una intersoggettività “debole” che mantiene una attenzione privilegiata all’asse verticale e trascura l’interpretazione di transfert e più in generale considera l’interpretazione non come un fattore mutativo, bensì come la forma propria del dialogo analitico, la quale consente che nell’ambito della relazione si dia una trasformazione emotiva.
Ci sono poi altri due punti che penso meritori di confronto e riflessione.
Il primo riguarda il concetto stesso di psicosi di cui l’autore, sulla scia del pensiero bioniano, fa un uso decisamente “allargato”. Al contrario, personalmente ho sempre pensato necessario distinguere in modo netto da un lato i disturbi psicotici (i quali presentano a loro volta una complessa variegatura e diversificazione al loro interno, sia in termini psicopatologici, che di tecnica del trattamento, che infine prognostici) e dall’altro le aree o parti psicotiche, che contraddistinguono più o meno ogni persona, al pari di quelle nevrotiche (oggi non più di moda) e di quelle dissociative (che invece lo sono tornate ad essere). Proprio perché le parti così dette psicotiche sono a diffusione universale e talora fonte di creatività, tanto nello psicoanalista come nell’artista, come del resto in tutti gli esseri umani, preferisco parlare di aree ‘irrappresentabili’ della mente, rinviando alla altrettanto universale dimensione dell’inconscio non rimosso (Martini, 2011). Certamente al di là della terminologia utilizzata, rimane quella complessa e multiforme area intermedia cui si riferisce parte dei casi presentati dall’autore in cui senza essere in presenza di un disturbo psicotico nosograficamente definibile (altri casi pure descritti del libro rientrano invece in tale ambito) ci troviamo dinanzi a funzionamenti mentali gravemente compromessi e fonte di una forte sofferenza soggettiva.
Di qui muove la seconda divergenza, che ha un carattere non solo teorico ma piuttosto tecnico. Personalmente sono propenso a cogliere a fondamento delle psicosi non tanto l’odio, cui Lombardi rimanda frequentemente, quanto una perdita della dialettica tra aree rappresentabili e irrappresentabili della mente, o in altri termini una perdita della articolazione tra il vuoto e l’assenza, con il concomitante emergere di una anti-dialettica tra il vuoto dell’autismo e il pieno del delirio, di cui ha parlato ad esempio Salomon Resnik (1972), ma prima di lui anche Eugène Minkowski (autismo ricco e autismo povero: 1923) e, in ambito psicoanalitico, James Grotstein (1991), che in modo lapidario ha colto nel non senso, nel nulla e nella morte psichica la configurazione essenziale della schizofrenia. Più esplicitamente, quanto voglio sostenere è che sia il vuoto e non l’odio alla base della configurazione di molte psicosi (non di tutte!). Nella mia prospettiva l’odio si genera solo sulle fondamenta gettate (per così dire) dal vuoto e lo fa in modo differente nelle varie forme di psicosi, da un grado minimale nelle schizofrenie a un grado massimo nella paranoia. Di concerto, sorge l’interrogativo se l’interpretazione dell’odio possa essere generalizzabile o piuttosto se per essere efficace (e non iatrogena, come già segnalava Otto Kernberg [1984] con riferimento a certi gravi pazienti borderline) debba paradossalmente richiedere la preservazione di buone capacità riparatorie (equivalenti, penso, a quella che Lombardi definisce e valorizza come “parte sana”). Occorre tuttavia dar atto all’autore che la stretta correlazione tra la questione dell’odio e quella della irrappresentabilità e del pensiero viene ribadita nel corso dell’intero volume, non solo laddove afferma come il non pensiero (che mi pare possa intendersi come un equivalente del nulla) sia alla base delle psicosi e il pensiero abbia, all’opposto, «un ruolo di organizzazione e contenimento nei confronti della disorganizzazione emozionale» (p.89), ma anche laddove mostra (si vedano in particolare i casi di Gerardo e Rosa) il lavoro di tessitura rappresentativa sopra il vuoto e l’irrappresentabile condotto in analisi.
Forse è proprio quando l’odio si sgancia dall’irrappresentabile per saturare la rappresentazione e così facendo diviene una caratteristica centrale della personalità, che non siamo più in presenza di una struttura psicotica, bensì ‘criminotica’, come tale decisamente insensibile al nostro trattamento. Ritengo importante mantenere questa distinzione perché l’assenza nelle seconde di una capacità riparatoria che controbilanci la pulsione di morte (nella declinazione di destrudo e aggressività) implica la intrasformabilità dell’odio. A questo proposito, mi piacerebbe invitare l’autore a esplorare ulteriormente nei suoi prossimi lavori, anche su di un versante teorico, quel rapporto tra odio e pulsione di morte cui pure fa cenno nell’introduzione per poi spostare l’interesse su di un piano più clinico approfondendo in modo davvero interessante, con il caso di Rosa, la complessa dinamica tra mancata percezione della morte attraverso la simmetrizzazione come fattore contribuente a rafforzare il vuoto psicotico e l’elaborazione della morte come elemento organizzante e distanziante dal marasma psicotico.
In conclusione, Il furto del pensiero e altre sparizioni è un testo che fa riflettere e sollecita il confronto in una prospettiva critica, che non si piega a una modalità di formale condivisione che rischia di smussare le differenze e di condurre a una omogeneizzazione in cui tutte le vacche sono nere. Il lavoro di Lombardi stimola il lettore non solo a dialogare con l’autore ma anche a pensare dialetticamente, a testimonianza ancora una volta di come la psicoanalisi possa rimanere viva e svilupparsi solo attraverso la trasformazione di paradigmi che, se assunti in modo conformistico, conducono inevitabilmente, nonostante possiedano un nucleo di verità, a una sclerotizzazione della disciplina.
Bibliografia:
Carrara A., Bonito C., Aversa L. (2026), Il transumano, https://www.fattoreumano-lapef.com/
Eliade M. (1949), Il mito dell’eterno ritorno, Borla, Roma 1975.
Ferrigno P. (2026), Cosa ci insegna la psicosi per la cura psicoanalitica contemporanea? A proposito di ‘Il furto del tempo e altre sparizioni’ di Riccardo Lombardi, https://www.spiweb.it/la-cura/riflettendo-sulla-cura-psicoanalitica-nella-contemporaneita-maria-paola-ferrigno/
Grotstein J. S. (1991), Néant, non sens, chaos et le ‘trou noir’, Rev. Franc. Psychoanal., vol. 4, pp. 871-892.
Kernberg O. F. (1984), Disturbi gravi della personalità, Boringhieri, Torino 1987.
Lombardi, R (2015) Formless Infinity. Clinical explorations of Matte Blanco and Bion, Routledge, London.
Lombardi R (2016): Metà prigioniero Metà alato. La dissociazione corpo-mente in psicoanalisi, Boringhieri, Torino.
Lombardi R. (2026), Il furto del tempo e altre sparizioni, Alpes, Roma.
Martini G. (2011), La psicosi e la rappresentazione, Borla, Roma.
Minkowski E. (1927), Le schizofrenie, Bertani, Verona 1980.
Proust M. (1927), Il tempo ritrovato, Mondadori, Milano 1993.
Resnik S. (1972), Persona e psicosi, Einaudi, Torino 1976.
T. H. Ogden, (2019), “Ontological Psychoanalysis or ‘What Do You Want to Be When You Grow Up’?”, The Psychoanalytic Quarterly, vol. 88, 4, pp. 661-684.