Parole chiave: antropologia, etnopsicoanalisi, cultura, gruppo, società
“L’inconscio culturale. Antropologia psicoanalitica della contemporaneità”. Alfredo Lombardozzi, Mimesis, 2025.
Recensione di Laura Ravaioli
“È importante che la psicoanalisi con i suoi paradigmi conoscitivi si presenti come un sapere che, non rinunciando all’autorevolezza che le conferisce la sua “esperienza storica”, non si traduca in una forma, anche se ammorbidita nelle sue declinazioni, di autoritarismo culturale.”
(Lombardozzi, 2025, p.122)
Quando ero bambina, talvolta facevo un gioco prima di addormentarmi che consisteva nell’immaginare la mia collocazione nello spazio rispetto al resto del mondo, in una serie di allargamento progressivo per anelli concentrici che includevano casa mia, poi la città, l’Italia, l’Europa, il resto del mondo e infine la galassia. Questo mi dava un senso di vertigine nel riconoscermi così infinitesimamente piccola, ma anche di meraviglia per la possibilità di esplorare ciò che avevo attorno.
Mi è tornato in mente leggendo l’ultima pubblicazione di Alfredo Lombardozzi: “L’inconscio culturale. Antropologia psicoanalitica della contemporaneità”, forse perché in ogni capitolo l’attenzione si allarga dalla psiche individuale a quella gruppale e sociale.
In queste mie riflessioni mi prendo la libertà di partire dalla fine, perché Lombardozzi regala nell’ultimo capitolo conclusivo una sistematizzazione teorica dei contributi che hanno fatto dialogare, talvolta in un modo piuttosto vivace e polemico, la psicoanalisi con l’antropologia. “Il punto cruciale (…) è un gioco di rovesciamenti di prospettive (…) Gli antropologi tendevano a restare in superficie dando rilievo a fattori diversi e complessi interagenti tra soggetti appartenenti a culture e credenze condivise, mentre gli psicoanalisti ritenevano che l’inconscio (…) determinasse la struttura della psiche umana in tutte le culture sottovalutando le differenze” (p.224).
Sono ricordati i contributi dei protagonisti più importanti di questo incontro: Sigmund Freud e l’“antropologia freudiana”, per cui “sarà inevitabile dopo la pubblicazione di Totem e tabù per gli studiosi di antropologia ed etnologia doversi confrontare con la presenza di dinamiche inconsce che costituiscono uno sfondo ineliminabile della vita sociale” (p.220). Successivamente Theodor Reik, Otto Rank, Ernest Jones, Marie Bonaparte hanno avuto “l’intento, da loro francamente esplicitato” di confermare “il tema edipico con la sua posizione centrale nel funzionamento psichico (…) confermato dalle ricerche sul campo degli antropologi” (p.221). La definizione dei limiti e dei meriti della “psicoanalisi applicata” consente a Lombardozzi di approfondire il confronto con Malinowski, che portò un ampliamento rispetto alla versione edipica con le sue osservazioni sull’organizzazione matrilineare.
Il paragrafo sulla “antropologia psicoanalitica” ricorda invece tra gli altri lo straordinario lavoro sul campo di Géza Roheim con gli aborigeni australiani e un ulteriore spostamento della riflessione dal piano paterno a quello materno.
A George Devereux è riconosciuta la differenziazione tra un Inconscio etnico e un inconscio idiosincratico, ma soprattutto della “relazione di complementarità” (p. 229) tra i due, che permette di dar vita ad una “etnopsicoanalisi complementarista” “che implica una compresenza, non necessariamente contraddittoria ma neanche di assimilazione, tra fattori culturali e aspetti più legati alla condizione individuale che non è del tutto riconducibile a questi fattori” (p. 230).
Passando attraverso il progetto terapeutico di Tobie Nathan con gruppi di pazienti immigrati da diverse zone dell’Africa, e la citazione di altri antropologi e psicoanalisti italiani e stranieri che si sono dedicati al tema della relazione tra cultura e inconscio (Bateson, Geertz, Rosaldo, Matera, Mattalucci, Sökefeld, De Micco), approdiamo alla parte più originale della proposta concettuale del libro “per un’Antropologia psicoanalitica del Sè”: “un arricchimento importante nel rilanciare la ricerca interdisciplinare relativamente al rapporto tra antropologia e psicoanalisi” (p. 237).
Qui Lombardozzi riprende dallo psicoanalista e scrittore indiano Sudhir Kakar, scomparso nell’aprile del 2024, il concetto di Inconscio Culturale, “sufficientemente insaturo” (p. 1) che “corrisponde a quelle manifestazioni dello psichico che si correlano all’Immaginario culturale” e che si intreccia “inestricabilmente” con l’inconscio individuale dinamico, e lo amplia per includere “tutti quei fattori consci e inconsci che hanno a che fare anche con la vita biologica che in quest’ottica non è contrapposta alla dimensione culturale, piuttosto è in continua interazione con essa” (p. 238). Lombardozzi rielabora anche il concetto di Inconscio culturale con uno sguardo alla teoria bioniana, in particolare al concetto di Cultura di gruppo e alla lettura del mito di Edipo come funzione di relazione da una dimensione privata a pubblica (p.241), e ai concetti di Sé di gruppo e oggetti-sé culturali di Heinz Kohut (p.243). Altrove propone anche per quest’ultimo concetto una ridefinizione di oggetto-sé-culturale/ambientale, al fine di includere “una relazionalità con le forme “naturali” non percependole solamente come “forme di estraneità” ma anche nell’articolazione dinamica del profondo intreccio tra natura e cultura” (p.181).
Se quindi partirete dal capitolo conclusivo, avrete un’ottima mappa per muovervi lungo le riflessioni che riguardano i molti fenomeni sociali e della contemporaneità che il libro affronta. Avrete, per così dire, un percorso già impostato sulla meta da raggiungere, ma forse vi perderete il gusto della sorpresa e di quei panorami che si scoprono strada facendo, passo passo.
“L’inconscio culturale” infatti raccoglie diversi contributi che Lombardozzi, psicoanalista individuale e di gruppo, antropologo di formazione, ha scritto per riviste e congressi nella sua lunga esperienza: ogni tema è sempre osservato con un duplice sguardo, psicoanalitico e antropologico, e i concetti teorici sono impreziositi con frequenti esempi di clinica psicoanalitica in setting sia individuale che gruppale.
Grazie alla prima parte, intitolata “Figure della vita: paterno vecchiaia morte”, scopro il saggio-analisi di Erikson su Il posto delle fragole di Bergman, rivaluto nella vecchiaia l’importanza dell’“ansia di incompletezza, paradossalmente più accentuata proprio perché il tempo che rimane si riduce via via in modo progressivo” (p. 44).
La seconda parte “Sensi passioni pensiero” tratta l’esperienza migratoria, il significato del dolore e l’utilità di pensare ancora.
La terza parte si addentra in modo più approfondito sul tema centrale del libro “La psicoanalisi tra cultura e identità” e fornisce diversi concetti che saranno ripresi nelle pagine successive e più rimandi al lavoro dell’antropologo Francesco Remotti, che “si esprime contro l’identità e le ossessioni identitarie, fino ad arrivare, nelle sue formulazioni più recenti, a sostenere che è meglio disfarsi dell’identità e che dobbiamo, viceversa, riferirci alla somiglianza” (p.102). Lombardozzi osserva che “non si possa fare a meno dell’identità che si pone oggi come problema centrale in cui “inciampiamo” in ogni momento e contesto” e propone una visione che “sottolinea la natura imperfetta e insatura dell’identità che è “mobile” e si definisce nei confini e sulle frontiere” e “attiene sempre a un campo di negoziazione e tutto ciò diviene sempre più evidente in un’epoca di globalizzazione, di flussi globali e processi di ibridazione culturale” (p.102-103).
Anticipando quello che leggeremo più esplicitamente nei capitoli seguenti, l’identità è considerata come “un termine che indica un’interfaccia tra interiorità ed esteriorità, tra dinamica intrapsichica e realtà esterna, riferita in particolare alle componenti sociali e culturali, mediate dai vari assetti delle configurazioni gruppali intermedie. In quest’ottica l’identità non coincide ma è, per alcuni versi, assimilabile al concetto di Sé per come è stato formulato in psicoanalisi” (p.103-104).
La quarta e ultima parte è anche quella più consistente in numero di pagine e varia in termini di temi. “Panorami della contemporaneità. Mitologie, ritualità e clinica psicoanalitica” tratta del rapporto tra psiche e cultura, di cambiamenti climatici e delle modalità difensive per non accorgerci della crisi ambientale. Parla anche dell’influenza delle tecnologie mediatiche sul mondo intrapsichico non limitandosi al periodo adolescenziale o a una mera critica svalutativa, ma riconoscendo ad alcuni eroi della rete lo status di miti a bassa intensità, come definiti da Ortoleva, e non negando a videogames e social network la possibilità di essere utilizzati in modo creativo, suffragato da esempi di clinica psicoanalitica.
Ogni tema potrebbe diventare oggetto di polemiche sterili, per la “tendenza ormai prevalente a favorire le “polarizzazioni”, ostacolando le possibilità di confronto e dialogo e l’analisi della complessità (p.18), eppure Lombardozzi riesce a creare ogni volta quella stessa magia dell’incontro tra psicoanalisi e antropologia, con un tocco delicato e umile. Così l’’identità di genere diventa “la costruzione antropo-poietica della forma di umanità a cui si aderisce” e la psicoanalisi in un mondo in crisi può aprire alla dimensione della Speranza, quando in grado di trasformare la catastrofe in cambiamento catastrofico, secondo la definizione di Bion (p.203).
Grazie Alfredo Lombardozzi, per avercelo ricordato.
Approfondimenti
Lombardozzi, Culture di gruppo. Per un’antropologia del gruppo psicoanalitico. Alpes, 2021.