Dialogo con la storica Gloria Nemec, autrice di “Dopo venuti a Trieste”

A cura di Ambra Cusin

A. C. Nel dopoguerra più di 250.000 istriani, fiumani e dalmati abbandonarono i loro luoghi d’origine, passati sotto la sovranità jugoslava. Nell’insieme dei fattori determinanti la scelta dell’esodo, grande risonanza ha acquistato nell’ultimo ventennio il tema delle foibe, che la storiografia aveva già analizzato e quantificato, indicando la scomparsa di 5-700 persone nel corso della breve stagione istriana dei governi insurrezionali post-armistizio del 1943. Altre analisi e quantificazioni riguardano invece il 1945 a Trieste e Gorizia, città dalle quali scomparvero migliaia di persone, prevalentemente destinate alla deportazione nei campi di concentramento jugoslavi.

Trieste, amministrata nel dopoguerra dal governo anglo-americano (1945-1954), fu “capitale dei profughi” e successivamente principale luogo di insediamento di più di 60.000 esuli giuliano-dalmati. Gloria Nemec, studiosa di storia sociale, ha indagato sul trauma dello sradicamento di questa popolazione e sulla fatica dell’integrazione, anche attraverso gli archivi dell’Ospedale psichiatrico triestino. Ne ha tratto un libro: Dopo venuti a Trieste: storie di esuli giuliano-dalmati attraverso un manicomio di confine 1945-1970, Circolo Istria – Collana 180, ed. Alphabeta Verlag, Trieste, 2015.

Incontro Gloria Nemec una mattina di fine dicembre. Il dialogo sarà lungo e coinvolgente.

Il tema degli istriani a Trieste è stato esplorato da diversi punti di vista, soprattutto localmente. Purtroppo come psicoanalisti abbiamo indagato poco questa tragedia per cui trovo molto interessante questa tua ricerca sul disagio mentale degli istriani che, venuti a Trieste, sono stati ricoverati a lungo in ospedale psichiatrico. La prima domanda che mi viene da porti è come si fosse giocato, all’epoca, il processo di  integrazione tra istriani e triestini? Perché,  diversamente per esempio dagli ebrei, non abbiamo storie sul disagio mentale, conseguente al trauma vissuto, degli istriani?

G. N. Credo che la pratica dell’analisi sia una questione urbana, colta, borghese. Devi pensare a quanti venuti dalla campagna povera, ricorsero alle forme gratuite di assistenza e – per la gran parte – si integrarono con silenzioso dinamismo. Non era nella loro mentalità andare dallo psicoanalista, credo che per questo non abbiate materiale per un’ elaborazione del loro disagio, come avvenne nel caso degli ebrei. La parte che finì in OPP rappresenta un sottoproletariato privo di risorse, la punta emergente di sofferenze e spaesamenti che dovevano essere diffusi, ma magari altri avevano altre possibilità di superamento delle crisi.

A. C. Come ti sei avvicinata a questo tema, la tua storia sembra non essere intrecciata con la questione…

G. N. Non ho origini istriane, sono arrivata alla storia degli esuli e dell’esodo in virtù del fatto che mi occupavo di storia sociale cittadina, ove la componente istriana non era piccola parte irrilevante, ma non era quasi  mai stata ascoltata dagli storici,  con le metodologie della storia orale. A metà anni ‘90 è cominciata per l’ IRCI, (Istituto Regionale per la Cultura Istriano, Fiumano, Dalmata), una prima raccolta di testimonianze che ha portato a Un paese perfetto, libro apripista per altre ricerche  con testimonianze del mondo della diaspora. Dell’esodo si era parlato più in termini di storia politica, della “questione di Trieste” e dei confini sul piano internazionale, ma non si era guardato alla memoria dei soggetti, della gente semplice. Era diffuso, anche tra le persone colte, lo stereotipo dell’esule-fascista, fatto che non invogliava alla ricerca. Poi c’erano diverse conflittualità nazionali e stereotipi, anche di guerre tra poveri del tipo “Sono venuti qui a portarci via il posto di lavoro!”  Più tardi ho avviato – sempre tramite fonti orali – la ricerca dalla quale ho tratto Nascita di una minoranza, sui “rimasti”  nell’Istria diventata jugoslava. Tra le tante storie raccolte,  un po’ di qua e un po’ di là, compariva questo riferimento al manicomio, mi veniva raccontato di parenti o compaesani internati…così bisognava andare a vedere sulle carte dell’OPP,  quanti… come  e perché. Importante è stato l’ incontro con Livio Dorigo,   presidente del Circolo Istria, e che da anni voleva fare questa ricerca. Lui diceva “questi sradicati hanno perso il loro contesto delle origini, hanno perso l’anima, una pianta se sradicata muore…, non è solo un problema di beni abbandonati!” Dorigo mi ha spronata a fare questa ricerca e aveva anche parlato più volte con Peppe Dell’Acqua. Lui, in Non ho l’arma che uccide il leone, aveva raccontato una storia poi diventata “virale”,   circolata moltissimo: la storia  di Giovanni Doz esule da  San Giovanni di Umago. Gli psichiatri basagliani, giunti a Trieste, tra il 1971-72 trovarono Giovanni dentro da più di vent’anni, cercarono di ricostruire la sua storia per reinserirlo nel contesto delle origini, dove lo riportarono e riuscirono a ricucirgli addosso dei rapporti e situazioni accoglienti.  E’ una storia esemplare, divertente e commovente. Rappresenta un  esemplare fallimento del progetto  dell’esodo, in quanto integrazione mancata, ma contemporaneamente un successo terapeutico. Giovanni tornò a vivere e, non più tra quattro mura manicomiali, poté riprendere a giocare a carte in osteria, buttare le reti e pescare, ecc. Tra l’altro è comico perché Peppe racconta come all’inizio, credo la cognata, avesse un attimo di perplessità, lo avesse preso da parte e gli avesse chiesto: “Ma forse è pericoloso??” In fin dei conti era appena uscito dal manicomio…! Eppure questa stessa donna, tempo dopo, siccome il marito era un po’arteriosclerotico e un po’alcoolista, chiese a  Peppe… “Ma no lo podesimo ricoverar un poco che ghe ga fato cussì ben a Giovanni…? ( ma non potremmo ricoverarlo un po’, che a Giovanni  ha fatto così bene?)”  Peppe allora spiegò che non c’era più il manicomio, ma lo ricoverarono credo per un periodo di disintossicazione. Allora succedeva che Giovanni lo andava a trovare! La storia finisce con la grande commozione di quando Peppe ricevette da un nipote la notizia che Giovanni era morto. Gli era venuto un attacco cardiaco in mare, nel suo mare, sulla sua barca. Una morte più bella era impensabile, era morto da uomo libero!

A. C. Però credo che in questo racconto che fai tu adesso e che è stato riportato da Dell’Acqua, è presente questo conflitto che penso possiamo, mutatis mutandis, utilizzare nella realtà della migrazione di oggi…

È importante, necessario, fare un grosso lavoro sull’ esodo affinché queste persone possano riuscire ad integrarsi con noi e a vivere bene qui, oppure il loro disagio mentale può essere visto come un segnale di un bisogno di essere aiutati a rientrare nelle loro realtà, come fatto per Giovanni, che certamente è un successo terapeutico e al contempo un fallimento del processo di integrazione?

G. N. E’ una domanda fondamentale, tutti  tendono ad attualizzare sui movimenti migratori di oggi… ma ogni movimento di popolazione è diverso, il mondo di oggi è diverso, come si fa a paragonare quello che succedeva nel dopoguerra e quello che accade oggi? C’è fior fior di etnopsichiatria che indica come in qualunque movimento migratorio ci sia una concreta possibilità di disagio psichico: è più facile ammalarsi se si è un migrante e si ha lasciato tutto alle  spalle. Ma ogni  caso va ricontestualizzato in trame specifiche. Bisogna chiedersi cosa avessero gli esuli alle spalle, da che vicende venissero fuori, da che territorio, da che famiglie, da che mentalità… Di loro noi sappiamo abbastanza, mentre di quelli che arrivano oggi non sappiamo praticamente niente!

A. C. Un’immagine nel libro che mi aveva colpito era quella del campanile di Marcellinara di cui parla De Martino e mi sono chiesta se questo campanile oggi potrebbe essere abbinato un po’ ad un minareto di Kabul. Ovvero: queste persone che arrivano da  realtà più simili alla realtà rurale di un tempo rispetto alla città occidentale di oggi, alle grandi metropoli attuali, si possono trovare disorientati, smarriti, spaesati anche  perché manca loro il “minareto di Kabul” che era per loro un punto di riferimento chiaro per cui, non vedendolo più, si prende coscienza di essere in una terra straniera?

G. N. Certamente la categoria dello spaesamento è una categoria che aiuta ad interpretare però è una categoria, come tale è vuota di contenuti e per capire cosa ci sia dentro bisogna, di volta in volta, ricontestualizzare. Anche perché altrimenti si crea questo link tra migrazione e malattia mentale che è dogmatico, non deve esserci. Chissà se erano veramente matti questi esuli che venivano ricoverati in manicomio? In altri contesti forse non sarebbero stati ricoverati, sarebbero rimasti a casa e gestiti dalla comunità di origine, forse avrebbero avuto dei disturbi o forse nulla… Arrivati a Trieste, bastava ubriacarsi e dare in escandescenze, che si veniva presi e portati nell’Astanteria dell’Ospedale Maggiore – sede  del Pronto Soccorso – e magari messi nella “cheba” ( gabbia dove gli alcolisti venivano  chiusi)  e portati poi all’OPP. Cosa avevano queste persone? Quali patologie? Oltre allo sradicamento e allo spaesamento?

A. C. Oltre evidentemente all’alcolismo… come forse diretta conseguenza…

G. N. In Istria era normale bere forte, davano il vino anche ai bambini, si cresceva con il vino perché dicevano che faceva bene…a Trieste c’è tutt’altro contesto. L’alcoolismo è una componente importante nei ricoveri, ma ce ne sono diverse altre, posso anche ipotizzare un uso strumentale del manicomio.

A. C. Infatti tu accenni a questo fatto: si denunciava una sorta di malattia mentale per poter venire facilmente via dall’Istria, il disagio veniva usato come strategia di fuga per avere il permesso di andarsene.

G. N. C’era gente infatti  che stava dentro solo pochi giorni. Era sprovvista di documenti e  non  aveva potuto esercitare il diritto di opzione…questo suscita sospetto…dato che la questione delle opzioni è assai problematica, non a tutti veniva riconosciuto il diritto.

A. C. Spiega meglio questa storia del diritto di opzione…

G. N. La prima tornata di opzioni si aprì nel 1947-48, dopo i trattati di pace, per i giuliano-dalmati che non volevano rimanere sotto la Jugoslavia. In Istria c’erano situazioni molto diverse:  in alcuni paesi  fu una porta  spalancata e se ne andò tutto un paese… in altri invece vennero trattenuti…

A. C. Perché?

G. N. Molto dipendeva dal rapporto tra italiani e poteri popolari locali. Alcuni furono trattenuti,  impediti, per diverse motivazioni: per esempio perché avevano delle professionalità che in quel momento per la Jugoslavia socialista erano indispensabili, poi le cittadine si svuotavano, le campagne anche… era imbarazzante per il nuovo regime.  Venivano poi trattenuti perché sospettati di cominformismo: ci fu questa sciagurata sovrapposizione nel 1948, tra opzioni e crisi del Cominform (ricordo come  il Cominform sia stato l’Ufficio di Informazione dei Partiti Comunisti e Laburisti, organizzazione internazionale di movimenti comunisti, costituita in Polonia nel settembre del 1947, succedendo al Comintern sciolto nel 1943, allo scopo di scambiare informazioni tra i partiti comunisti dei vari paesi europei. Erano considerati “cominformiste” le persone sospettate di essere traditori” del partito comunista rimasti fedeli all’URSS invece che alla Jugoslavia di Tito). Per cui c’era una grande confusione. In certe situazioni ci furono pesanti azioni di trattenimento, pestaggi, malversazioni, sequestro dei documenti… situazioni incomprensibili, tipo famiglie numerose a cui il decreto di opzione venne dato ad una persona sì e ad una no. Questo  spaccava le famiglie. Una signora mi ha raccontato “Ero giovane e bella…non ho potuto godere del diritto di opzione perché una guardia popolare si era invaghita di me”. C’è una pletora di motivi…certi che si sentivano praticamente sequestrati fuggirono, con grave rischio. Poteva esserci una situazione di costrizione tale per cui uno dava di matto, e aveva quasi la certezza che se era certificato come “pericoloso a sé e agli altri” entro 24 ore veniva preso e portato dalla Croce Rossa a Trieste.

A. C. E come mai venivano portati a Trieste, che era in un altro stato, e non per esempio a Pola, che in Istria era la città più importante?

G. N. A Pola non c’era assistenza psichiatrica specialistica. Devi pensare che l’Istria, almeno per metà, ha gravato tradizionalmente sugli ospedali triestini, e l’altra metà, diciamo da Rovigno in poi, su Pola.

A. C. Quello che mi chiedo è come mai le persone vengono ricoverate a  Trieste che è in uno stato ormai straniero, anche se è la città più vicina. Come se io oggi avessi bisogno di un ricovero e invece di farlo a Milano, venissi spedita, dal mio stato,  a Lubiana.

G. N. Quelli che vengono mandati all’OPP di San Giovanni, sono prevalentemente persone più vicine a Trieste. C’era anche la grande capacità attrattiva, l’appeal di questo “magnifico frenocomio”, era il  Manicomio del litorale… capisci? Si possono vedere  alcuni ricoveri rapidi, nei quali  la persona esce dopo pochi giorni… magari fanno qualche elettroshock perché non lo si negava a nessuno…

Ma restano a Trieste, non tornano indietro, magari trovano subito lavoro. Sono “guariti”.

A. C. Io ho letto le storie e mi sono chiesta quanto questi stati mentali,  descritti come deliri, siano in realtà delle verità raccontate in maniera delirante. In merito penso alla Valeria di p. 187 che dice di come le persone venissero  messe “… tutti in fila per farli sparire…” ! era un racconto  delirante o semplicemente  stava raccontando quello che certamente era una verità scomoda? Noi ora sappiamo che con le foibe era avvenuto proprio così… venivano tutti messi in fila e fatti sparire…

G. N. Non si può saperlo, come si fa ad entrare nei contenuti del delirio? Certo il delirio può essere un riflesso del trauma subito (rammento che la prof. Nemec racconta storie che ha reperito prevalentemente estraendole dai documenti delle cartelle cliniche)

A. C. Ecco quello che trovo interessante è che in questo materiale si può notare come le storie di queste persone invece di essere ascoltate, comprese e accolte, come dicono Basaglia e Ongaro, vengono piuttosto utilizzate per costruire la malattia, la diagnosi. Per confermare la malattia.

G. N. Certo, anche perché sembra che i medici non sappiano niente di quello che sta accadendo o che è accaduto. Ad un certo punto, nel leggere questi documenti, ti chiedi: ma come? Questi medici erano quasi tutti triestini, avevano vissuto la guerra, sapevano quello che stava succedendo a Trieste, all’epoca considerata la capitale dei profughi, dovevano sapere  ciò che stava avvenendo o era avvenuto in Istria… leggevano pure i giornali! Avranno pur avuto parenti, amici, conoscenti istriani, ecc. eppure gli arrivano queste persone nell’ OPP e non chiedevano loro nulla. Non prestavano attenzione alle loro storie… Interessante è anche osservare come compilavano le cartelle cliniche. Avevano solo il bisogno di inquadrare subito il tutto in una categoria nosografica da far corrispondere al padiglione dove ricoverare i pazienti… sembrano amministratori più che terapeuti.

A. C. Non solo, io credo anche che, il singolo medico, come dici tu, pur sapendo tutto quello che stava accadendo al di là del confine, non poteva pensarlo. C’era proprio  un’incapacità a pensare perché  vivendo nello stesso contesto ci si era abituati a questa violenza, senza riuscire a pensarla. Se invece il medico  avesse potuto ascoltare questa verità, avrebbe  forse capito di più della persona, di quello che stava accadendo in quelle terre e delle conseguenze di quello che stava accadendo. Quanto forte era la spinta in Italia a non trattare questo argomento?

G. N. Loro erano prima di tutto medici, con un impianto duro, di stampo positivista,  per questo cercavano la terapia che poteva risolvere quel problema in quel momento, si rifiutavano di svolgere una funzione psicologica. Qualcuno era più attento alle storie dei ricoverati, come ad esempio la psichiatra Evelina Raviz che scriveva di più perché ascoltava di più,  altri invece del  colloquio iniziale riportavano solo due righe, giusto per riempire la voce nella cartella clinica.

A. C. Quello che mi chiedo è se il clima persecutorio, che era reale a livello sociale, si trasforma e diviene una paranoia nelle storie di questi pazienti, nelle “voci” che per esempio sente la bella Eleonora. “Le  pettegole” di cui lei parla. Quanto queste “pettegole”, sono al fondo l’immagine del clima nel quale si sta vivendo, tutti, perché tutti noi abbiamo vissuto, all’epoca, come triestini,  questo clima almeno tra il ’45 e il ’60. Anche questi poveri, come il caso dell’uomo che descrivi, il quale viene preso, tenuto una notte e rilasciato poi al mattino, e al suo rientro manifesta ancora paura che lo possano riprendere e infoibare. Era una paura vera, questa, non era un delirio!

G. N. Paura vera che continua, anche nel dopo ’48! Ho sentito storie di persone che si nascondevano, che vivevano terrorizzate… traumatizzate. Magari il riflesso del trauma se lo portavano dietro tutta la vita da “normali”, entrava nella loro personalità, diventava un elemento patologico quando e se entravano nell’OPP e questo produceva documentazione clinica.

A. C. Non dobbiamo far divenire tutto patologia, ma mi chiedo quanto noi potremmo utilizzare proprio questo libro, e l’attenzione per queste storie, per capire quanto ci sia il bisogno di ascoltare questi nostri migranti, oggi, invece di istituzionalizzarli, categorizzarli magari, non tanto con una diagnosi, quanto piuttosto con una branda da profugo e  un farmaco, che è ben più forte e a volte coercitivo di una branda in manicomio….

G. N. La società stessa nei momenti di emergenza invoca le istituzioni. La società triestina è stata molto istituzionalizzata, soprattutto negli anni del GMA (il Governo Militare Alleato) quando era stata divisa in categorie bisognose di assistenza e controllo: tubercolotici, sifilitici, ragazze discole, donne a rischio, i minori, gli orfani… oltre ai campi profughi. Allora ci fu una risposta istituzionale forte e quale istituzione poteva essere più forte dell’OPP? C’era  bisogno dell’OPP per contenere quello che le altre istituzioni non riuscivano a contenere, era anche un’istituzione rinomata, cui si rivolgeva una domanda sociale in tal senso. Aveva fama di poter raddrizzare una mente storta,   rimettere in careggiata. La normalità, all’epoca, voleva dire lavorare. Nella logica dell’integrazione degli esuli tutti dovevano lavorare.

A. C. Ma forse il contenimento veniva dato anche ad una verità di cui non si voleva parlare e allora quale forma migliore che metterla chiusa dentro ad un manicomio. Ed è questo che ti domando: il manicomio può essere servito anche a questo? Per rinchiudere una verità storica sulla quale abbiamo taciuto per tanti anni? Abbiamo così collaborato al silenzio?

G. N. Questo è molto interessante, il manicomio storicamente ha svolto questa funzione: isolare quello che non si vuole né vedere né tantomeno sentire. Noi oggi possiamo ragionare in altri termini ed offrire ascolto a queste persone, alle loro paure e sofferenze, ma le logiche dell’emergenza sono logiche che categorizzano, dividono e istituzionalizzano: queste sono state le politiche dell’accoglienza triestina, logiche che devono tracciare dei confini. Noi oggi con la nostra cultura, la nostra sensibilità e fuori dall’emergenza, perché noi non siamo in emergenza, possiamo ragionare in termini di ascolto. Quella volta chi vuoi che ascoltasse un matto?

Possiamo riflettere sulle logiche dell’assistenza: oggi ascoltiamo i matti, con il disagio psichico abbiamo sviluppato capacità di ascolto, ma quando un migrante arriva chi presta ascolto alla sua storia? Chi si fa carico del disagio pensa piuttosto ai bisogni  immediati: le burocrazie, il permesso di soggiorno, l’alloggio…

A. C.  Leggendo il capitolo sulle ragazze discole, mi chiedevo quanto in realtà più che discole fossero ragazze ingenue con molta voglia di vivere. Oggi come oggi sarebbero state ragazze assolutamente normali che avevano semplicemente il desiderio  di fare all’amore… quella volta invece, lo scrivi anche tu, la salute mentale veniva valutata in base  alla capacità che si aveva di  controllare e reprimere autonomamente gli impulsi sessuali per adeguarsi alle convenzioni dominanti…

Il caso della “bella Eleonora” di cui tu parli nel testo, è un caso che, in proposito,  fa proprio orrore… è tremendo.

G. N. Sì è tremendo. Per queste ragazze che arrivavano qui, Trieste poteva essere una metropoli… con tante occasioni di incontro e approccio con i maschi. Il caso di Eleonora è tremendo perché la sua unica “malattia”  di fatto è un’ingenua, confusa  e vivace sessualità, per la quale viene “curata” con 44 elettroshock, cinque narcoanalisi, 50 coma insulinici. Ad un certo punto non riesce più a parlare… borbotta! Le terapie da shock sono state paragonate da Basaglia al dare un calcio ad una radio perché riprenda a funzionare! E pensa che ancora oggi ci sono persone che lo praticano e che lo richiedono.

A. C. C’è quel discorso sull’igiene pubblica, sul controllo e redenzione delle giovani. All’inizio degli anni ’50 ci sono ancora le case chiuse….

G. N. Nella Trieste del GMA le case chiuse funzionavano sotto stretto controllo sanitario, ma era più che altro la prostituzione clandestina e diffusa a creare allarme. C’erano luoghi di ritrovo, bar, cinema cittadini dove c’era un’offerta costante di prostitute non abituali, saltuarie, che lo facevano per arrotondare un magro reddito, per le calze di nylon, la stecca di sigarette…C’era una forte preoccupazione morale e sanitaria per salvaguardare le giovani da queste abitudini, da questi giri, dal rischio di “finire sulla strada” o “cadere nel fango”, come si diceva quella volta.

A. C.  C’erano paure di contagio nei residenti?

G. N. Dalle fonti che noi vediamo c’era a livello delle autorità un grosso sforzo per la prevenzione del contagio della tubercolosi e delle malattie veneree. Non credo che nei residenti ci fosse la paura del contagio nel senso di una paura tipo quella dell’untore. Erano patologie endemiche, chiaramente aumentate in proporzione alla massa di profughi.

A. C. Cosa il tuo libro ci può insegnare, facendoci riflettere su queste storie, e imparare per questi migranti che arrivano oggi  e che provengono da realtà totalmente diverse dalla nostra, certamente diverse da quelle degli istriani, ma come queste, con ruoli solidamente definiti, come avviene nei paesi islamici, ma anche tra i cinesi, tra gli africani delle diverse tribù.

G. N. Immaginiamo persone che vivevano in ambiti ristretti, senza grandi contatti con il vasto mondo, sapendo solo ciò che  succedeva loro attorno, in famiglie solide, nel senso di ruoli chiaramente stabiliti, magari con violenze e odii, ma dove tutto reggeva con la forza della tradizione. Dentro sistemi economici  tradizionali c’era un’etica del lavoro e dell’onore che consisteva nel sacrificio personale, nell’essere  tutti forti lavoratori ma a vantaggio della famiglia. Funzionava, ma il sistema con l’esodo si è spaccato. I vincoli patriarcali o clanici, che per secoli erano stati gravati da fatiche e conflitti paurosi, caratterizzati da dolore e lacerazioni, all’interno di un processo migratorio inevitabilmente si sciolgono. Da un lato questo garantisce una maggiore libertà agli individui e dall’altro lato priva i soggetti di punti di riferimento fondamentali, esponendoli a confusioni identitarie, all’anomia, al disagio psichico. Perché entro un sistema anche violento ed autoritario sei comunque collocato, ma se questo sistema si dissolve ci si può perdere. Per qualcuno è l’inizio di un percorso molto felice. Certi a Trieste si tirano fuori da situazioni stantie, da  vincoli troppo stretti, altri invece no. Dipende da tante variabili: se si è uomini o si è donne, che età si ha, dal mestiere che si sta facendo e si sa fare.

A. C. Mi verrebbe da dire che si incontra  una libertà che rischia di far impazzire…

G. N. Una libertà che viene intuita ma non può essere veramente vissuta in anni di campo profughi… bisogna avere la forza di progettare il proprio percorso di vita, individuale o di coppia.  Tanti sono privi della  forza necessaria per farlo.

A. C. Vorrei anche domandarti qualcosa sulla “patologia del confine”, della zona A e della zona B, in cui il nostro territorio era stato diviso e che per noi, che ci siamo cresciute, era vissuta  normalmente. Si diceva: vado in zona B per dire che si andava oltre confine, a pochi chilometri da casa. Ancora oggi, io per dire che vado al mare in Slovenia, dico vado in Jugo… Noi siamo cresciute con una Gorizia divisa come Berlino, ma non tutti lo sanno in Italia…

G. N. La Jugo è divenuta una categoria dello spirito, non morirà mai per noi! Siamo noi la Jugo. Sarebbe da leggere il libro di Cattunar, “Il  confine delle memorie”su Gorizia divisa da un confine, su come sia stata costruita Nova Gorica, su come la gente si sia arrangiata a incontrarsi sul confine con i parenti,  come abbia messo in atto tentativi di resistenza alla divisione.

Esiste una “patologia del confine”? Voi parlate di borderline, ma questo è altro. Se ti passano sulla testa cinque passaggi statali nell’arco di un secolo, se questa astrazione politica che è lo stato è anche ballerina e provvisoria, credo che le comunità si radichino di più nel territorio, investito da profondi legami affettivi, il territorio non cambia, non cambia il paesaggio. Il legame con il paesaggio è fortissimo, altro che campanile di Marcellinara! Il senso profondo dell’autoctonia è: io voglio stare qui, qui ci sono i miei morti, la mia terra, il mio paesaggio! Che viene visto come vivo, animato e anche più  sicuro delle mutevolezze della storia.

A. C.  Certo i nostri occhi hanno bisogno di vedere qualcosa di conosciuto e riconoscibile, un qualcosa in cui si è depositata una sicurezza, delle emozioni che si rinnovano alla vista di alcuni posti.

G. N. I cimiteri… i cimiteri sono luoghi dell’autoctonia, qui c’è il mio ceppo, qui ci sono le mie radici. Una delle prime forme di civiltà è costituita dal seppellire i morti e dove si seppelliscono, lì si resta e si costruiscono le città. Quindi la radice profonda dell’autoctonia sono i morti. Per questo  è un  problema per gli esuli il non poter rientrare nelle loro terre e così non poter andare nei cimiteri.

A. C. Per questo mi dico quanto sia ancora più potente per i migranti di oggi, che abitano migliaia di chilometri lontani dalla propria terra nella quale forse non potranno tornare mai, lo sradicamento e lo spaesamento.

G. N. Non sappiamo nulla dei loro significati o del culto dei morti. Dovremmo interrogarci assieme a loro su questo…è lavoro antropologico e ci vuole un linguaggio comune per capirsi.

A. C. Quando sono arrivati gli istriani si sono trovati, qui da noi, schiacciati da una conflittualità frutto dei vecchi irredentismi e nazionalismi, del fascismo, delle due guerre mondiali, della presenza di famiglie disgregate e di triestini, sloveni e ora istriani sullo stesso territorio e sono sorte così situazioni di grave disagio mentale. Quanto la nostra conflittualità oggi, soprattutto a livello europeo e non solo nazionale, per la quale non ci si riesce a mettere d’accordo a livello politico in maniera condivisa sulle leggi per la gestione e l’accoglienza dei migranti, finisce per favorire, contribuendo allo sviluppo – ovviamente assieme ad altre e anche del tutto nuove componenti –  un disagio che poi nel tempo diviene un disagio mentale che crea le basi per quelle conflittualità fatte di terrorismo e violenza che vediamo attualmente? Quanto dovremmo investire in queste azioni?

G. N. Certamente il lavoro di integrazione consiste anche nel riuscire a capire quanto queste persone vogliano essere integrate, perché magari non lo vogliono preferendo continuare con i loro usi, costumi e tradizioni nella comunità immigrata e quindi restare tra di loro e fare quasi come facevano prima perché così preservano la loro identità, la loro alterità rispetto al contesto.  Le donne velate, ad esempio, desiderano preservare i loro usi e costumi. Io ho cercato di analizzare il perché mi dia fastidio vederle velate, mentre mi è normale vedere velate le suore. Forse perché penso che quel loro velo rappresenti la negazione della loro sessualità, che posso accettare in una suora, ma non in una giovane ragazza che frequenta l’università. E anche perché penso che se loro sono velate e vedono me con i capelli sciolti possono pensare che io sono vergognosa. C’è sempre un  doppio sguardo da considerare…

Anche le comunità di istriani si stringono tra di loro, tendono a ricostruire una qualche comunità e tengono vicino a sé molto i giovani, li controllano perché considerano le ragazze triestine, molto libere,  poco serie. Sono, le triestine, libere di fumare, si truccano, vanno a ballare, stanno ore sedute al bar senza fare nulla, spendono per comperare vestiti e così non sono compatibili con l’immagine della donna istriana, “onesta” e lavoratrice. Quindi c’è questa duplicità dello sguardo.   Ci sono i due aspetti: chi vuole integrarsi e chi vuole restare chiuso nella sua comunità. Tante ragazze giovani, nel dopoguerra, non volevano  si sapesse che erano di origine istriana! Proprio perché istriano voleva dire povero, voleva dire campi profughi, voleva dire persona da compatire.

A. C. Secondo te perché si è potuto iniziare a parlare di questo argomento, dell’Istria, solo in questi ultimi dieci anni?

G. N. Forse all’inizio degli anni ’90 quando ho iniziato a lavorare attorno a questo tema,  ho sentito un certo fastidio in alcuni ambienti, ma se ne poteva parlare. A Trieste non si può dire che non si sia parlato di foibe! Ma non in Italia: via via che ci si allontanava da questo territorio, dal vecchio confine, la gente non sapeva nulla. Il problema era che l’argomento delle foibe era diventato il cavallo di battaglia ideologico delle destre, così che le persone moderate o di sinistra tenevano a distanza questo tema. Ma comunque la  storiografia ha fatto grandi passi in avanti, anche inserendosi in un contesto transfrontaliero e internazionale di collaborazione sugli spostamenti forzati di popolazione a seguito della guerra, che in Europa riguardarono circa 20 milioni di persone. Un grande propulsore è stata certamente l’istituzione, nel 2004, della giornata del Ricordo che ha portato nella cultura di massa, gli argomenti che prima circolavano tra noi. Le memorie, prima conservate all’interno delle comunità, per così dire “si sono sdoganate” e oggi di foibe parlano tutti, anche a sproposito: una studentessa a Roma ha parlato di “foibe ardeatine”! Sono entrate nell’immaginario della nazione.

Anche portando avanti il progetto di questo libro ci siamo scontrati con gli stereotipi. Anche l’equipe formatasi attorno a Basaglia ne aveva: di là c’era il progetto di una società nuova e socialista,  di qua il fascismo e il capitalismo. Una mentalità che lo stesso Dell’Acqua,  collaboratore di Franco Basaglia,  definisce manichea. Era una mentalità dura a morire, retaggio dei blocchi della guerra fredda. Ora mi sembra significativo che nel libro si rompano questi stereotipi, che il libro parli di esuli ma sia inserito nella collana 180, che è un archivio critico della salute mentale, segna un  passo avanti nella ricerca.

La recensione del libro “Dopo venuti a Trieste” a cura della collega Monica Marchionni, è pubblicata su questo sito.

Bibliografia

Cattunar A. (2014). Il confine delle memorie. Le Monnier- Mondadori

Dell’Acqua P. (2016 nuova edizione).  Non ho l’arma che uccide il leone. Ed. Alpha Beta Verlag

Nemec G. (1998), Un paese perfetto. Ed. LEG, Gorizia, 2015

Nemec G. ( 2012 ). Nascita di una minoranza. Ed. Centro Ricerche Storiche di Rovigno, HR

Nemec G.(2015), Dopo venuti a Trieste. Ed. Alpha Beta-Verlag, Merano.

Dicembre 2015