Dopo venuti a Trieste. Di Gloria Nemec (2015). Recensione di Monica Marchionni

Storie di esuli giuliano-dalmati attraverso un manicomio di confine 1945-1970.

Gloria Nemec. Alpha & Beta, Verlag, Merano, 2015

 

recensione a cura di Monica Marchionni

 

Nelle nostre radici culturali esiste un accostamento tra la figura di chi emigra e quella dell’eroe, che in ogni caso ha come obiettivo ultimo quello di tornare dopo aver affrontato per via un certo numero di ostacoli e di pericoli anche mortali…dimostrando la propria buona fede, le proprie capacità, riuscendo infine a farsi considerare nella giusta luce, una delle difficoltà che si possono presentarsi all’eroe/migrante nel corso del viaggio è quella di ammalarsi. (N.Losi, Vite altrove)

Perché parlare di Trieste negli anni del dopoguerra e perché parlarne in un libro inserito nella collana180 sulla salute mentale? Ripensare alle esperienze di quella terra in quegli anni può aiutare a riflettere sulle forme possibili di accoglienza dei migranti oggi? Una riflessione sul tema dell’esodo si può leggere nel Report del Convegno internazionale “Passaggi di memoria. La trasmissione generazionale del trauma” organizzato dalla Provincia di Trieste il 14 e 15 maggio 2015.

Gloria Nemec, docente e ricercatrice di storia sociale, con numerose pubblicazioni alle spalle sui processi collettivi dell’area e i relativi passaggi di memorie, con questo libro presenta una ricerca tesa a indagare come il trauma dello sradicamento dell’esodo abbia lasciato tracce nell’identità delle genti istriane – e negli archivi documentali- e quali siano stati i contenitori sociali di elaborazione possibile. Il progetto ha messo in campo e intrecciato competenze, metodologie e linguaggi disciplinari differenti.

Trieste fu uno dei luoghi più investiti dagli spostamenti che ridefinirono il quadro demografico-nazionale europeo all’indomani della seconda guerra mondiale. La città fu attraversata e accolse diverse ondate di migliaia di soggetti diversamente spaesati e traumatizzati. Nella “capitale dei profughi” si addensarono esperienze di lutti, dispersioni e perdite multiple di persone, patrie, beni e identità collettive. Persone ormai fuori contesto, fuori dal contratto sociale, costretti a vivere dentro la malattia, come identità in transito o identità intrappolate, oltre un confine che rendeva irraggiungibile la propria terra: “ogni ritorno era negato”.

Centri urbani industrializzati e costieri – Zara, Fiume, Pola – furono abbandonati in emergenza sotto la spinta di moti espulsivi. La storiografia ha elaborato il concetto di “laboratorio giuliano” riferendosi all’opportunità di studiare fenomeni della contemporaneità europea partendo dalla storia del territorio limitato delle terre alto-adriatiche, e in particolare Trieste, per le numerose sperimentazioni di cui fu culla a partire dai numerosi campi profughi. Sorti per fornire asilo temporaneo e staccati dal contesto cittadino divennero in molti casi residenze per lunghi periodi, in condizioni di straniamento, spaesamento, alienazione, con palesamento della drammaticità della perdita. Come non pensare alla attuale situazione drammatica dei migranti?

Molti di coloro che fecero più fatica a superare le fratture della loro storia, spesso appartenenti a classi più fragili e diseredate, transitarono – per periodi brevi o molto lunghi –  per il manicomio di confine, concepito come il grande manicomio “del Litorale”,  a cui faceva riferimento l’assistenza psichiatrica della Venezia Giulia comprensiva dell’Istria.

Il manicomio, luogo che sancisce e riproduce la rottura del contratto con il mandato di confermare l’esclusione, rende superflua la ricerca dell’origine, della storia personale, riducendo il travaglio personale a poche parole, a una definizione diagnostica. Ma nell’esperienza umana e professionale di Peppe dell’Acqua, – psichiatra a Trieste con Franco Basaglia, già Direttore del Dipartimento di Salute Mentale, direttore della collana “180 Archivio critico della Salute Mentale” – il porsi all’ascolto dell’altro e favorirne il racconto diventa la via maestra nel cercare di ricomporre fratture profondissime nelle storie delle persone e della città. Così quello che era sembrato un delirio psicotico viene compreso come sogno umanissimo.  Si poteva finire in manicomio per svariate “crisi affettive” espressioni di “follia come stato temporaneo di crisi” di cui ci ha parlato Basaglia, “dopo venuti a Trieste” nel dopoguerra, alla fine degli anni ‘40, ci si perdeva nella città vagando senza meta o il contesto familiare e sociale non riusciva a contenere il disagio. Non a caso la de-istituzionalizzazione psichiatrica della rivoluzione basagliana degli anni ‘70 è avvenuta proprio su un campo segnato da tanti confinamenti e lunghe mortificazioni della libertà, per rimettere al centro dell’attenzione la globalità della domanda di quelli che erano stati internati: domanda non solo di cure, ma anche di diritti, di potere e di parola.

Gloria Nemec riesce in questo libro a rievocare immagini emozionanti e commoventi che rischiano di scolorire nella smemoratezza dei nostri tempi, partendo da uno sguardo scientifico rivolto a un enorme materiale archivistico, “gli archivi polverosi di dolore”: le fonti prodotte dall’Ospedale psichiatrico provinciale Andrea di Sergio Galatti, noto come l’ex O.P.P. di San Giovanni. Attraverso un percorso tra documenti ospedalieri e cartelle cliniche degli internati, il lettore sente la voce forte e presente degli internati, della città, di un territorio lacerato dalla violenta crisi sociale e storica. Questo percorso è testimonianza del tentativo di ricomporre le fratture profonde nelle storie delle persone in una ricostruzione identitaria.

Lo studio – caldamente promosso da Livio Dorigo, presidente del  Circolo Istria –non ha valenza epidemiologica, cerca di individuare e distinguere i fattori causali della malattia mentale riconducibili alle conseguenze traumatiche dell’esodo, senza sostenere un nesso deterministico tra esodo e malattia mentale che va contestualizzata in trame complesse. La cartella clinica viene mostrata al lettore come contenitore di possibili scambi o specchio di mutismi e soliloqui, verbale di un incontro mancato in cui lo sguardo del medico non è rivolto al soggetto e ai suoi vissuti, ma è portatore degli aspetti deformanti e prescrittivi della psichiatria istituzionale.

Purtroppo l’istituzionalizzazione massiccia, coinvolgente ampie zone di disagio sociale, ha potenziato gli ambiti segreganti impedendo uno spazio di elaborazione per i lutti e le memorie, singole e collettive. Insieme ad Ambra Cusin abbiamo riconosciuto al libro il merito di indagare le conseguenze psichiche dell’evento storico delle popolazioni giuliano dalmate. Tragedia che non ha avuto l’occasione di elaborazione storico-culturale e psicoanalitica come invece altre tragedie del 900.

Per questo segnalo “Dopo venuti a Trieste” di Gloria Nemec e rimando alla intervista alla Autrice, curata dalla collega Ambra Cusin.

Vedi anche:

Intervista di Ambra Cusin su spiweb “Dialogo con la storica Gloria Nemec”

In Report/Materiali

14 -15 Maggio 2015, TRIESTE, Convegno Internazionale Passaggi di memoria. La trasmissione generazionale del trauma. Report a cura di Monica Marchionni

 

 

Luglio 2016