Crisi del lavoro, lavoro sulle crisi di G. Cocchiarella e P. Cotrufo. Recensione di D. Mervoglino

Crisi del lavoro, lavoro sulle crisi  (Quaderni del Centro Napoletano di Psicoanalisi)

(Franco Angeli, Milano, 2017, p. 137)

Antonio Gramsci sosteneva che “la crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere” e aggiungeva che “in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.

Queste affermazioni sono poste in esergo al lavoro di Paolo Cotrufo contenuto in questa raccolta di scritti, curata da Giovanna Cocchiarella e da lui stesso, che costituisce il settimo Quaderno del Centro Napoletano di Psicoanalisi: “Crisi del lavoro, lavoro sulle crisi”.

Crisi e lavoro, lavoro e crisi, in quello che appare come l’angoscioso gioco di parole dell’ultimo decennio. Ma perché prendo in prestito anche io le parole di Gramsci? Lo faccio perché mi aiutano molto ad esprimere un punto di vista personale. A me sembra che descrivano come la crisi sia precisamente ciò che si oppone al lavoro, inteso come la possibilità di attuare trasformazioni. La trasformazione non è genericamente cambiamento né creazione di qualcosa di totalmente nuovo, ma un processo attraverso cui degli aspetti mutano a fronte di altri che restano invariati. La crisi, dunque, sarebbe ciò che ostacola la trasformazione, ciò che rende difficile il passaggio di aspetti del “vecchio” all’interno di un possibile “nuovo”, ciò che resiste alla possibilità che un lavoro si compia.

In questo senso il binomio lavoro-crisi diventa meno angoscioso e può essere osservato come una dinamica fisiologica non solo del nostro tempo ma strutturale all’essere umano e al suo funzionamento psichico.

Una delle tesi di fondo che si ritrova in questo libro è appunto che, nel pensiero freudiano, il lavoro assume su di sé il significato stesso del funzionamento dell’apparato psichico: “l’apparato psichico è dunque avviato dagli eccitamenti corporei, che ne costituiscono il serbatoio energetico, e compie un’azione trasformativa degli stessi eccitamenti in elementi psichici” (Cocchiarella, p.8, corsivo mio); “si tratta di un’azione trasformativa di materiale di una natura in materiale di altra natura, raffigurabile e rappresentabile, materiale pensabile e comunicabile, esprimibile attraverso il ricorso al linguaggio, all’azione motoria o intellettuale, al sintomo: materiale emotivo sensibile affettivamente” (Cotrufo, pp. 13-14).

A partire da questo assunto di fondo sul funzionamento mentale, le riflessioni si sviluppano in varie direzioni rispetto a cosa metta in crisi quella incessante azione trasformativa che è il lavoro dell’apparato psichico.

E’ precisamente in questo punto, a mio parere, che si colloca una riflessione ulteriore sulla contemporaneità poiché il concetto di lavoro può essere declinato non solo nel senso dell’attività psichica ma anche come attività relazionale, culturale, sociale e professionale. Allora è importante chiedersi come lo  scenario sociale, economico e culturale attuale incontri il funzionamento dell’apparato psichico. Se crisi e lavoro non sono più oggetti reificati specifici di questo tempo, ma di ogni epoca, ci si può chiedere: come si attualizza il rapporto crisi-lavoro/lavoro-crisi nel nostro tempo? Come può essere affrontato dagli psicoanalisti?

I contributi che si soffermano in maniera diretta su tali interrogativi sono quelli di Cotrufo, Dejours, Zontini e Margherita, che ci mostrano come la questione possa essere affrontata da angolazioni anche molto diverse pur rimanendo in un’ottica psicoanalitica.

A questi si aggiungono gli scritti di Marani e Nolfe, che affrontano il rapporto lavoro-crisi rispettivamente in ottica sociologica e di psicopatologia del lavoro, arricchendo la riflessione con ulteriori elementi.

I contributi di De Micco, Garella e Musella rappresentano invece un interrogarsi all’interno della teoria psicoanalitica a partire dal concetto di lavoro psichico e del punto di vista economico in psicoanalisi, mentre lo scritto di Sarracino articola la riflessione teorica sul punto di vista economico con la clinica psicoanalitica, sempre più “messa in crisi” dalle patologie del limite, accentuandone la “domanda di lavoro”.

Rimando il lettore interessato alla densa introduzione di Giovanna Cocchiarella, che compie appunto un primo lavoro di connessione e messa in tensione dei contributi dei vari autori su accennati e costruisce una sorta di mappa, per cominciare il viaggio nella lettura di un testo ricco di spunti diversi. Poi, si sa, ciascun viaggiatore farà il suo viaggio personale.

Io qui vorrei indugiare brevemente su tre diverse tappe del mio personale viaggio di lettura.

La prima riguarda quella che potremmo definire la crisi del punto di vista economico in psicoanalisi, a partire dalle considerazioni di Alessandro Garella che ne sottolineano al contrario l’importanza. Il lavoro dell’analista è, secondo l’autore, caratterizzato da una doppia operazione. Da un lato è estrazione di senso dal corpo, quindi un lavoro che favorisca la rappresentabilità, che fornisca la qualità di rappresentazione ad una quantità d’affetto che trae origine dal corpo.  Dall’altro lato, però, il lavoro analitico è azione di senso sul corpo , fornendo qualità che siano incorporabili, catturabili dal corpo in forma di parole e significati che vengono affettivizzati e vivificati: “La talking cure infatti non si presta a riduzioni, né biologistiche né narratologiche ed ermeneutiche; essa costituisce un modo d’essere della relazione terapeutica, proprio della psicoanalisi, in cui l’uso della parola e la gestione del discorso sono orientate a favorire l’economia del vissuto e della sua espressione psichica” (Garella, p.116).

La seconda tappa a cui vorrei accennare riguarda il peso dell’attività lavorativa nell’economia psichica del soggetto, così come lo  concettualizza Cristophe Dejours. L’autore sottolinea come sia frutto di una concezione anti-psicoanalitica e fuorviante il considerare il lavoro solo come un ambiente o come una fonte di eventi esterni destabilizzante: “Ascoltare il lavoro nel vivo implica la curiosità dell’analista per la materialità stessa del lavoro, o meglio del lavorare, cioè dell’impegno della completa soggettività […] allora si scopre che quando un paziente parla del suo lavoro, parla in maniera perfettamente autentica del rapporto di sé a sé” (Dejours, p. 45). Aggiungerei solo che questo è ancor più vero quando a parlare del proprio lavoro è lo psicoanalista.

La terza infine, è quella in cui ci si interroga sull’importanza di distinguere una crisi della psicoanalisi da una crisi di lavoro degli psicoanalisti, così come propone Paolo Cotrufo, che si sofferma sulla paura degli psicoanalisti di essere fuori tempo, portatori di conoscenze obsolete o di trattamenti dall’efficacia dubbia, tracciando ironicamente (ma non tanto) il profilo di uno “psicoanalista fobico” che, spaventato dalle difficoltà, reagisce impulsivamente per recuperare un supposto terreno perduto: “Credo sia molto importante differenziare i legittimi sforzi personali di un professionista che cerca di essere operativo sul mercato del lavoro dalle iniziative istituzionali che dovrebbero, invece, essere garanti della psicoanalisi in quanto procedimento scientifico” (Cotrufo, p.20).

Come si vede anche dai brevi cenni a queste tre tappe del mio viaggio da lettore, i temi affrontati in questo testo sono ampi, molto diversi e complessi.

In conclusione, a me sembra che questo libro sia il risultato di un lavoro impegnativo e che ponga numerosi interrogativi, senza incorrere nella tentazione di offrire risposte confezionate. Anche per questo ritengo sia importante leggerlo e studiarlo.

Novembre 2017

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