“Filosofia e psicoanalisi” di D. D’Alessandro. Recensione di R. Valdrè

Filosofia e psicoanalisi

Le parole e i soggetti

 A cura di Davide D’Alessandro

 (Edizioni Mimesis, 2020)

 Recensione a cura di Rossella Valdrè

 

“Ascoltare uomini e donne di pensiero abituati a contenere l’urlo della mente degli altri, talvolta della propria, è un’esperienza rilevante, capace di metterti in contatto con diverse interiorità per illuminare la tua”. Con queste parole Davide D’Alessandro apre la premessa al suo originalissimo ultimo libro, Filosofia e psicoanalisi. Le parole e i soggetti, una ricca raccolta di interviste a filosofi e psicoanalisti italiani che, a detta dell’autore, nasce senza una previsione precisa, quasi per caso, poi si arricchisce via via, intervista dopo intervista, di esperienze, racconti, riflessioni, confidenze che finiscono col comporre un affresco vivo e straordinario di diagnosi e critica dell’umano.

L’intervista è una sollecitazione: “se ho deciso di raccogliere le voci di chi pensa, di chi parla e di chi tace, – prosegue – è perché la perdita di senso permea la nostra vita, l’angoscia la rende prigioniera, il sogno le regala un’ultima speranza”. Davide D’Alessandro, saggista, collaboratore alle pagini culturali de “Il Foglio” e che ha insegnato Ermeneutica Filosofica all’Università di Urbino, è studioso e giornalista appassionato alle avventure del pensiero, al confronto e al dialogo incessante, mai esauribile tra le sue due grandi passioni, filosofia e psicoanalisi; in questo libro le fa incontrare e intrecciare partendo dalla viva voce dei loro protagonisti, entrando talvolta inaspettatamente nell’intimo, nell’apertura di un’inattesa confidenza, consentendo al lettore un viaggio di godibilissima lettura e, per i non addetti ai lavori, di apprendimento non convenzionale. Perché filosofia e psicoanalisi, cosa le accomuna? Da laboratori diversi, lo stesso materiale: l’uomo. Le sue fragilità, le sue erranze, l’inconscio e la ragione, le sue sofferenze, la sua ontologica ferita. L’Occidente non sarebbe quello che è senza la sua radice filosofica e, dalla rivoluzionaria scoperta freudiana alle porte del Novecento, senza la psicoanalisi.

Il libro si compone di due parti. La prima, Filosofia. Il destino del logos, contiene quattordici interviste a noti filosofi italiani; la seconda, Psicoanalisi. Architetture psichiche, contiene diciotto interviste a psicoanalisti di scuola lacaniana, freudiana, junghiana (tra cui diversi appartenenti alla Società di Psicoanalisi quali Antonio Semi, Anna Ferruta, Laura Ambrosiano e altri). Le interviste erano molte: si è reso necessario un secondo volume, in uscita nei prossimi mesi, formulato esattamente come il primo, che ci riporterà la voce di altri filosofi e altri psicoanalisti, sempre delle tre ‘scuole’ che abitano il ricco panorama psicoanalitico. Virgoletto la parola ‘scuola’ perché, sebbene ogni singolarità sia del tutto chiara e illuminante per qualunque lettore interessato a districarsi nel difficile mondo (e mercato) delle terapie psicoanalitiche, un primo dato che emerge con evidenza dal libro è quanto, nonostante la pluralità e l’apparente babele dei linguaggi psicoanalitici, le convergenze appaiono maggiori e più significative delle divergenze.

Andiamo con ordine. Le interviste ai filosofi sono ‘aperte’, cioè a ciascuno l’autore pone domande diverse, a seconda dei loro interessi, delle loro precedenti pubblicazioni, dei loro maestri, insieme a domande generali sull’Europa, la politica, la destra e la sinistra, e via dicendo; agli psicoanalisti, invece, D’Alessandro pone a tutti le stesse venti domande, interviste cosiddette ‘chiuse’, curioso di addentrarsi in un campo che non è direttamente il suo e, si intuisce, lo affascina: vediamo un po’ le differenze chiedendo le stesse cose, è come se l’autore ci dicesse tra le righe. Ogni intervista ha un titolo che o è prelevato dalle parole dirette dell’intervistato, o è sintesi dell’inclinazione, del tono, dell’accento con cui ciascuno ha definito il suo essere psicoanalista, ed il suo essere filosofo. Abbiamo così il Totus politucus di Massimo Cacciari come il Freud e non più Freud di Giuseppe Civitarese, Il fine della politica di Salvatore Natoli come La grandezza di Freud di Anna Ferruta, Filosofia e musica di Massimo Donà come La forza di Lacan di Domenico Cosenza; lascio al lettore il seguito, la scoperta, una lettura che può seguire lineare o partire da qualunque punto.

Ai filosofi, come detto, le domande vogliono spaziare su ampi campi del sapere e sull’attualità: la lunga crisi italiana citata da molti, i ricorrenti ricorsi su Machiavelli (a cui D’Alessando ha dedicato un libro nel 2017, Intervista a Machiavelli) e Marx per la loro pregnante attualità, sul ruolo dell’Umanesimo nel mondo odierno, sul populismo e sull’etica. Ma la domanda centrale che percorre tutta la parte filosofica, domanda che si fa portavoce del soggetto smarrito del nostro tempo è: serve ancora la filosofia? “chi è l’intellettuale, ha ancora una funzione?” (p.57). Potremmo riassumere la risposta con le parole di Massimo Cacciari, per il quale “la filosofia è un ingombro per chi si accontenta di sopravvivere (…) una risorsa per chi voglia pensare criticamente e comprendere il proprio presente” (p.16), o le belle parole del grande Carlo Sini che, riferendosi a Spinoza, assume “l’uomo forte come condizione dell’uomo libero. L’uomo forte si propone di conoscere quanto basta per essere felice. E quanto basta consiste anzitutto nel riconoscere che: non conosciamo le cause ultime che hanno generato il nostro corpo (…) quindi, liberi dalle superstizioni, possiamo dedicarci alla coraggiosa accettazione delle leggi della natura e del destino; e poi alla attiva creazione di una società di esseri umani liberi da pregiudizi e violenza” (P.77, corsivo mio). Vediamo qui cenni del sottile confine tra filosofia e psicoanalisi: parole come destino, libertà, corpo, appartengono ad entrambi i vocabolari. Anche nella visione di bene e male, nelle parole di Massimo Donà, “mai incontreremo qualcosa di cui si possa dire essere assolutamente e risolutamente buona” (p.102), la filosofia incontra nell’umano l’irriducibile ambivalenza, la presenza primigenia di quella feritas, “nel profondo del seme dell’uomo” (P. 17) che non solo è specifica della Hilflosigkeit del piccolo umano ma, vedremo nella seconda parte, è la principale ragione intima, la vera spinta al diventare psicoanalista. L’uomo della filosofa è lo stesso uomo della psicoanalisi: un soggetto diviso, ferito in quanto umano, in cerca perenne dell’oggetto perduto, a rischio di pericoloso smarrimento in un’epoca in cui sia la filosofia sia la psicoanalisi si pongono come saperi messi fortemente in crisi. Eppure, “nel desolante panorama attuale” (p.16), la filosofia, la persistenza dell’Umanesimo costituisce una speranza, vorrei sottolineare speranza laica e spogliata da ogni senso retorico, come “una visione realistica dell’uomo, disincantata e non disperata” (Cacciari, p. 17). “Nichilisti attivi”, nella definizione di Umberto Galimberti, mai disperati: lo sguardo dei filosofi, come quello degli psicoanalisti, si rivolge ad una contemporaneità fragile e complessa a cui guarda dall’interno di radicati saperi che costituiscono, per l’una e l’altra categoria, quello che noi definiamo un buon oggetto analitico interno, un baricentro cui fare riferimento e che non ci abbandona, che tiene conto del passato, e guarda al futuro ora con realistica preoccupazione, ora con speranza. Diversi sono i linguaggi e, soprattutto, ciò che rende prezioso questo libro, gli accenti emotivi. Veniamo qui alla seconda parte, le diciotto interviste a ‘noi’ psicoanalisti. La stessa premessa è di per sé curiosa: è raro che uno psicoanalista, per statuto deputato ad ascoltare l’altro e il suo vissuto, parli di sé, o meglio che lo si faccia parlare di sé: solo all’interno di sé stesso nell’autoanalisi, al proprio analista in passato o all’intimo vicino, l’analista parla di sé, mai in pubblico. Qui, invece, D’Alessandro non ci chiede solo di parlare, ciascuno dal proprio vertice culturale, dell’“oggetto” psicoanalisi, ma del soggetto psicoanalista.

Come scelse i suoi analisti? Perché tanti anni fa decise di affidarsi a un analista? Ha faticato a lavorare più con il suo inconscio o con quello degli altri? sono alcune delle esplorazioni più intimistiche. Inaspettate aperture, nessuno si è sottratto: che all’analista, solitario ascoltatore ingaggiato a cimentarsi con silenzi, sospensioni, assenza di aspettative, capacità negativa, che all’analista faccia infine piacere, procuri sollievo parlare, nell’intimo spazio di un’intervista, spazio chiuso e al contempo aperto, di sé? Un dato è certo: tra chi ha scelto l’analista apparentemente per caso e chi era già indirizzato da un transfert verso un maestro, la scelta è partita sempre dalla personale sofferenza. La passione per la psicoanalisi, forse, da sola non sarebbe bastata; l’analista è un soggetto ferito. Smarrimento identitario giovanile, “ero molto inquieto e stavo male” (p. 66), “curarmi e conoscermi” (p. 235), “…ero molto giovane, alla ricerca di un’identità di donna ma già determinata a fare l’analista” (p.206), sono solo alcuni estratti delle risposte. Risposte? Possiamo veramente parlare di risposte? La réponse, come ci ricorda Blanchot (non a caso ripreso da Bion) est le malheur de la question. Le risposte non sono che volani che rimandano ad ulteriori ampliamenti di senso, prospettano nuove aperture, curiosità, pensieri.

Su un altro versante, le interviste, prese nel loro insieme, compongono un mosaico a più voci dal quale non possiamo non estrarre la domanda centrale: una o più psicoanalisi? E, cosa ancora più interessante nel dibattito psicoanalitico contemporaneo, una o più psicoanalisi all’interno di ciascun orientamento? Mentre non si osserva sostanziale differenza tra psicoanalisti SPI, lacaniani e junghiani alle domande sui fondamentali della psicoanalisi (la definizione di cosa sia; l’impossibilità e la non auspicabilità a definire quale sia un ‘ottimo’ analista; l’importanza del tripode della formazione in analisi personale, training e supervisione, …), su altri punti i tre orientamenti si differenziano e, anche all’interno della Società Psicoanalitica, non mancano i diversi accenti. Mi riferisco qui ai perni sui quali ruota, come è noto, il dibattito psicoanalitico contemporaneo: ruolo del controtransfert (è più complicata la gestione del transfert o del controtransfert?) e ruolo della teoria pulsionale (la sfera della sessualità è sempre al centro dell’analisi o c’è altro?). Solo queste due concettualizzazioni sembrano dividere le cosiddette scuole: l’importanza della sessualità non è negata da nessuno, ma rimane centrale il suo ruolo per i lacaniani e per una parte dei freudiani (sebbene l’aggettivo sia oggi riduttivo), in gran parte superata da analisti a orientamento bioniano (di cui Civitarese è il principale rappresentante), e mediamente importante, ma come è noto non al centro, per gli junghiani. Ugualmente per il controtransfert: da ingombro dovuto alle nostre aree irrisolte che non dovremmo incontrare nella classica accezione freudiana per i lacaniani e chi di noi rimane più fedele a Freud, contributo irrinunciabile alla cura analitica per le sponde, oggi largamente rappresentate, più relazionali e intersoggettiviste. E’ quanto, con una semplice ma efficace definizione, Bolognini distingue in “i controtransfert – globalisti e i controtransfert – classicisti” (2002, p. 116), a rischio i primi di “un eccesso di fiducia in merito a una collocazione prevalentemente o sufficientemente conscia-preconscia dell’esperienza di controtransfert, tale da renderla utilizzabile in seduta come fonte diretta di empatia” (p. 163), mentre all’opposto per i secondi il controtransfert rappresenta il versante narcisistico resistenziale, “ciò che contrasta la possibilità di comprensione del transfert” (Semi, cit. in Bolognini, 2002, p. 164). Come si vede, due ottiche radicalmente diverse.

Su altri punti le differenze risultano sottili e verosimilmente più legate allo stile, alla cultura, alla soggettività del singolo analista: le resistenze, che nessuno vuole più abbattere d’un colpo, vanno per taluni più delicatamente rispettate che per altri; la libertà, che ogni trattamento analitico si proporrebbe di raggiungere per il soggetto, può declinarsi come “sollecitazione nella direzione del desiderio” (Fiumanò, p. 212), o la trasmissione “di un paradigma di libertà che sta poi al  paziente portare avanti nel tempo” (Zoja, p. 269); sulla possibilità di analisi ‘brevi’, che tutti vedono come quasi impraticabili, qualcuno è più fermo nel non concederne, qualcuno più aperto a possibili incontri germinativi anche da pochi colloqui.

Se ritorniamo dunque alla domanda una o più psicoanalisi che l’autore non pone direttamente ma percorre tutta la seconda parte del libro come un fil rouge, dal mio personale vertice osserverei che la psicoanalisi è una, quella creata dal genio di Freud (che nessuno disconosce con profonda  gratitudine), consolidatesi in queste tre storiche scuole che mantengono ciascuna i loro fondamentali e i loro distinguo, ma resta una, che ancora oggi non si discosta dalla definizione che Freud ne diede nel ‘22: “1) procedimento per l’indagine dei processi psichici cui altrimenti sarebbe pressoché impossibile accedere; 2) metodo terapeutico (basato su tale indagine) dei disturbi nevrotici; 3) una serie di conoscenze psicologiche acquisite per questa via che gradualmente si assommano e convergono in una nuova disciplina scientifica” (Freud, 1922, p.  439).

La parte psicoanalitica potrebbe dunque, per la sua compattezza e ricchezza di spunti, costituire un libro a sé, libro che fotografa tutta la vitalità della psicoanalisi italiana contemporanea di cui, come scrive Zizek, si è tentato di celebrare il funerale con troppo anticipo. Ma l’autore ha scelto di farne un saggio unico insieme alla filosofia, motivando questa scelta come desiderio di esplorare l’uomo da due laboratori fratelli, ma diversi. Credo che il messaggio principale che questo libro inusuale con forza ci rimanda sia, nella sostanza, uno: l’importanza del pensiero. Siamo d’accordo con Kristeva quando scrive “la psicoanalisi mi pare oggi essere una delle rare, se non la sola alleata, della cultura-sublimazione” (2005, p. 1665), senza la quale “verrebbe meno una sentinella fondamentale capace di vegliare sul rispetto della singolarità, una voce laica, critica, nei confronti di ogni fondamentalismo e di ogni dogmatismo” (Recalcati, p. 139): filosofia e psicoanalisi, entrambe minacciate dalla modernità ma entrambe ancora vitali, come “sentinelle” che non ci fanno abbassare la guardia, custodi dell’oro della soggettività contro il conformismo, della singolarità contro la gregarietà, della capacità di dire no contro ogni asservimento; una capacità che, per sopravvivere, dovrà giostrarsi nel delicato equilibrio tra includersi dentro, essere nel mondo, e mantenersi fuori, ‘inattuali’ nel senso che Nietzsche diede a questo termine nelle sue Considerazioni inattuali del 1873.

Vorrei aggiungere una nota a margine, frutto del momento in cui scrivo. Il libro è stato scritto prima della pandemia da coronavirus: abbiamo un prima, e abbiamo un dopo. Le domande sarebbero inevitabilmente cambiate? Si sarebbe inserito il salto di paradigma che secondo alcuni ci si prospetta? Non lo sappiamo. Certo è che, a dispetto dei molti detrattori della tecnica nel ‘prima’, paiono profetiche le parole di Maurizio Ferraris:

“coloro che parlano della tecnica come alienazione dell’umano, come un apparato che lo sommerge di mezzi e lo priva di fini, lo fanno partendo da un’immagine idealizzata dell’umano come bravo ragazzo traviato dalla tecnica. Ma non è così” (p. 31).

 

 

Bibliografia

 Bolognini S. (2002): L’empatia psicoanalitica. Boringhieri, Torino

Freud S. (1922): Due voci d’enciclopedia, psicoanalisi e teoria della libido. OSF, 9

Kristeva J. (2005): L’impudence d’énoncer: le language maternelle. In: Revue Francaise de Psychanalyse, 69, pp. 1655-1667

 

Vedi anche: