“La vegetariana”, Han Kang, Adelphi, 2016

Recensione di Rossella Valdré

Han KangSeul, una casa, un matrimonio come tanti, un marito come voce narrante: parla della moglie, la mite, passiva Yeong-hye. Tutto scorre ogni giorno,  uguale e monotono. Finchè un giorno la moglie fa un sogno, e da quel giorno tutto cambia. Splendido, magico romanzo psicoanalitico senza voler esserlo, alla maniera orientale, dove veglia e sonno, reale e irreale sono naturalmente intersecati, il sogno di quella notte dischiude una presa di coscienza, una breccia inconscia che si traduce in una progressiva disincarnazione di sé, una spoliazione: non mangerà più carne. Via via, non mangerà più niente. Lungi dal costituire scelta etica o dietetica, la scheletrizzazione progressiva la spoglia di desiderio per ogni cosa, spettro che vaga la notte, ma i sogni sono carichi di quella violenza e disgusto e rabbia che la donna diurna non si era mai permessa. I sogni sono carichi d’odio, l’odio coltivato per una vita che solo come pulsione può avere accesso nel teatro privato del sogno, mentre il marito e i familiari, in un registro ribaltato, assistono attoniti e impotenti.

Per gli appassionati, molto più breve e in qualche modo affine, il racconto Sonno, di Haruki Murakami, Einaudi, 2014, rieditato e corredato anche di immagini.

Buona immersione!