Leggerezza – Anoressia. Un’emergenza sociale?

giovanni-frescura-258 1

@foto Giovanni Frescura

a cura di Gaia Mansi

A oltre 20 anni di distanza dal lavoro dello psicologo clinico Richard Gordon (10), che la definiva “un’epidemia sociale”, l’anoressia sollecita ancora prepotentemente l’immaginario collettivo, trascendendo l’interesse esclusivamente clinico e teorico come accade invece per altri disagi della mente.

Gordon trae spunto dalle teorie di Georges Devereux (8) in merito alle modalità attraverso cui le nevrosi e i disagi della mente in generale, mutano le forme e il linguaggio attraverso cui si esprimono, diventando espressione manifesta delle tensioni e delle contraddizioni di una particolare cultura o periodo storico: come l’isteria nell’Ottocento, l’anoressia esprimerebbe le contraddizioni dell’identità femminile nell’attualità, costituendosi come un sintomo socialmente strutturato per acquisire unicità e identità, suscitando al tempo stesso
fascino e terrore, perché epifenomeno delle contraddizioni sociali percepite da tutti (10).
Se i sintomi sposano le contraddizioni della cultura, potremmo interrogarci sul perché l’anoressia sia un disagio specifico della contemporaneità. La domanda riguarda non tanto le dimensioni del fenomeno, indiscutibile sul piano epidemiologico, ma la qualità e le ragioni di questa diffusione.
Nel convegno organizzato dal Centro Napoletano di Psicoanalisi nel 2010, dal titolo Le figure del vuoto. I sintomi della contemporaneità, anoressie, bulimie, depressioni e dintorni, si è dibattuto sui “nuovi sintomi” domandandosi se e come, mutamenti sociali e culturali promotori di “valori” come produrre, consumare, dissipare, apparire, agiscano modificando le manifestazioni visibili del disagio psichico (12). In quest’ottica, la trascrizione individuale nell’anoressia della realtà sociale contemporanea, che i noti scritti del sociologo Bauman (2), definiscono “società liquida”, sembra denunciare un vuoto, una carenza simbolica e dello scambio affettivo, piuttosto diffuso.
Potremmo dire infatti, senza voler rendere patologico un fenomeno collettivo, che l’anoressia, anche quando non raggiunge le dimensioni di disturbo clinicamente evidente, rappresenta per molte donne, ma non solo, uno stile di vita, un’organizzazione generale della personalità, del comportamento, della cultura. Tale stile è basato sull’imperativo che il soggetto s’impone di affamare corpo e mente separando le funzioni e le esigenze di
entrambi, attraverso la costruzione di una personale e spesso sofisticata ideologia estetica, dietetica, sportiva e filosofica.
La nota considerazione sulla radice etimologica del termine anoressia, caratterizzata dal prefisso privativo, ne sottolinea l’essenza della posizione rifiutante e astensionista.
Posizione, che spesso permane, come tratto della personalità anche quando lo stile alimentare ritorna ad essere meno rigido e severo, in quelle che Anna Maria Niccolò ha definito “personalità post-anoressiche” (11).
L’anoressia esprime apparentemente il desiderio di non desiderare, scelta che per raggiungere l’evidenza clinica, deve sottendere una grave sofferenza che naturalmente trascende il sociale: precoci vicende pulsionali e affettive non riconosciute né elaborate immaginativamente e cognitivamente, emergono durante l’analisi di questi pazienti,
quando, evenienza non frequente, è possibile esprimerne il bisogno e intraprenderne il percorso.
Il rifiuto anoressico riguarda non solo il cibo quindi, ma il desiderio, questioni che la psicoanalisi sin da Freud ha sempre ritenuto intimamente collegate. Basti pensare all’alimentazione come elemento, non solo essenziale alla sopravvivenza ma come prima modalità relazionale e comunicativa in cui i sensi di gusto, olfatto e tatto assumono centralità. Modalità relazionale, che vede coinvolti primariamente almeno due soggetti, uno che riceve il nutrimento e l’altro che lo offre, solitamente la madre. Le vicissitudini che accompagnano questo primo incontro con l’altro, caratterizzano in tutti noi le prime esperienze affettive e cognitive, potendo l’alimentazione veicolare piacere o dispiacere, vicinanza o intrusione. Quindi destini differenti per ciascun incontro e su cui poggiano livelli di funzionamento che caratterizzano la nostra personalità sin dalle prime settimane di vita.
La psicoanalisi, pur studiando da più vertici teorici l’anoressia, si occupa di questo problema considerandolo l’esito di differenti processi di costruzione inconscia dei soggetti che ne soffrono, a partire da questo primo incontro con il mondo. Un incontro in cui sembra essere mancato, per diverse ragioni, il soddisfacimento sensuale: un buco nella significazione soggettiva dell’esperienza del bambino che inficia la sua relazione adulta di
desiderio.
Il sintomo anoressico però di per sé non ci dice molto sul funzionamento mentale e sul senso di ciò che esprime, sottendendo organizzazioni mentali molto diverse (1,7,11).
Rappresenta infatti, una generica “soluzione” a un problema (4) a cui approdano con dinamiche inconsce specifiche dei singoli, solitamente ragazze in età puberaleadolescenziale, ma non solo, essendo sempre più frequenti le anoressie maschili, quelle infantili e dell’età adulta. Una soluzione che non è sentita come una fragilità ma piuttosto rappresenta, come scritto da Paola Camassa che utilizza una chiave di lettura bioniana, una speciale teoria del corpo come “oggetto superiore”: come nel mito di Artemide, il corpo anoressico cerca il dominio sulla sessualità, sul caos, sulle zone di confine (6).
E’ noto anche come l’anoressia, dalle sue prime descrizioni sintomatiche abbia assunto nel tempo una configurazione sindromica per riproporsi nell’attualità come sintomo sganciato da una specificità: ad esempio l’astensione dai rapporti sessuali, frequentemente descritto nelle sindromi anoressiche degli anni’60-’70, appare oggi più spesso mutuato in una sessualità agita ma sganciata dal desiderio (11).
L’aumento nell’attualità di forme cliniche polivalenti e sfumate, in una popolazione sempre più eterogenea, sia per genere, che per età, vede come dato comune l’espressione della sofferenza attraverso una modalità concreta.
Una delle ragioni di questa globalizzazione sintomatica mi sembra possa essere rintracciata proprio nella versatilità di questo sintomo che “veste” oggi, condizioni diverse.
Solo per citare alcune possibilità: possiamo trovarci di fronte al fallimento dei processi d’integrazione delle parti della personalità in sviluppo, quando in adolescenza si definisce l’identità sessuale e si acquisisce il corpo sessuato (9) o quando il terrore del cibo rappresenta una difesa dal terrore della disgregazione del Sé sotto l’incalzare della persecuzione di un mondo esterno invaso dalla proiezione di parti di sé inaccettabili (3) o terrori impensabili dell’infanzia, che la mente non ha potuto trasformare e hanno preferito la via di espressione corporea e sintomatica; altre volte si tratta di anoressie “passeggere” ossia risposte reattive a momentanee difficoltà; infine l’anoressia può esprimere anche forme difensive paradossalmente “utili” a evitare una psicosi (11).
L’aspecificità con cui si manifestano le forme anoressiche sembra confermare la natura globalizzante di un sintomo che drammaticamente sposa i consumi della salute: la proliferazione di strutture specializzate in disturbi dell’alimentazione, di formazioni universitarie specialistiche, di campagne preventive e mediatiche, appare anche
espressione di una società che intorno all’alimentazione fa muovere notevoli interessi economici, rispondendo all’esigenza dei pazienti di dare un nome al malessere ma anche all’esigenza di quanti sono in cerca di un’identità professionale (1)
Avendo fatto esperienza di contesti istituzionali specializzati, dove la diagnosi rappresenta motivo necessario d’inclusione e accoglimento, ho potuto constatare come l’etichetta di anoressia possa essere indossata specie dai pazienti più giovani alla ricerca di un’identità, in situazioni di sofferenza che appaiono più complesse e meno rassicuranti sia per i pazienti che per le loro famiglie. Condizione questa, che naturalmente ostacola le cure e
alimenta fenomeni di revolving door e migrazione di pazienti da una struttura specializzata a un’altra. Questa forse, è anche una delle ragioni della diffusione e della fortuna delle comunità virtuali che su internet si aggregano in nome di quest’identità sintomatica, e che promuovono l’anoressia, i ben noti siti pro-ana: ricondurre il malessere a qualcosa di noto a tutti e di cui soffrono principesse e modelle, permette di sentirsi parte di un dramma generale che quindi porta il sollievo della condivisione ma allo stesso tempo deresponsabilizza i soggetti coinvolti (1).
Se al tempo di Freud il disagio sembrava scaturire dal rapporto con una figura paterna autoritaria e frustrante, oggi il disagio della civiltà sembra rappresentato dall’eccesso di suggerimento al consumo: un sociale materno che ingozza di cose concrete e affama di desiderio. Il deserto dell’anoressia, immagine così frequente nei sogni di chi ne soffre, può essere letto come una reazione a un troppo pieno concreto, che la contemporaneità propone, paradossalmente a tutti, come un imperativo trasgressivo. Un’invasione, che naturalmente non colma il vuoto emotivo.
In un’intervista del 2006, Sarantis Thanopulos sottolinea la forza persuasiva che “gli ideali del mercato hanno perché si incastrano con l’esigenza diffusa di evadere l’elaborazione del lutto, e in generale le perdite”,e nota che “dietro le luci abbaglianti della globalizzazione è in crisi profonda l’organizzazione sociale delle relazioni di scambio, ossia la struttura più affidabile tra quelle che gli esseri umani hanno tradizionalmente usato per elaborare il lutto correlato al «carattere imperfetto dell’esistenza»” (13).
Bernard Brusset (5) tra gli altri, ha notato come la crisi della funzione paterna nella società contemporanea favorisca l’espressione di disturbi che riguardano difficoltà intercorse durante la separazione soggettivante dalla prima immagine della madre come oggetto onnipotente. Il tema, sviluppato e ampiamente diffuso dagli autori di formazione lacaniana, trova riscontro anche negli scritti dei teorici della terapia familiare.
Ciò appare tanto più interessante se si studiano i rapporti tra la famiglia interna che ciascuno di noi ospita e la famiglia reale, luogo di proiezioni e di legami fantasmatici transgenerazionali (11).
Un discorso, quello del transgenerazionale, che visibilmente riguarda, nell’anoressia femminile la negazione del corpo sessuato attraverso l’annullamento delle forme e delle sue funzioni fisiologiche (ad esempio l’amenorrea), segnalando difficoltà intercorse nel costituirsi dell’identità femminile, processo che come noto, coinvolge i fantasmi delle madri e la relazione delle madri con le proprie madri. Come sono cambiati questi rapporti nel
tempo? Quale è il segno della contemporaneità? Esiste una specificità anoressica?

Bibliografia

1) Argentieri S., Rossini S. 1999, La fatica di crescere. Anoressia e bulimia: i sintomi del malessere di un’epoca confusa, Milano, Feltrinelli
2) Bauman Z. 2000 Modernità liquida, Roma-Bari, Laterza 2002
3) Bollea E.1988 Psicodinamica dell’anoressia nervosa, Relazione presentata al Simposio Internazionale Anoressia,Bulimia, Obesità , Roma 22-23 ottobre
4) Boris H.1984 The problem of anorexia nervosa, Int J Psychoanal, 65, 315-322
5) Brusset B. 1998 Psicopatologia dell’anoressia mentale, Borla Roma 2002
6) Camassa, P. 2010 Anoressia: un’epidemia del corpo come “oggetto superiore”, Rivista di Psicoanalisi, 3, 549-559. Borla
7) Cosenza D. 2008 Il Muro dell’Anoressia, Astrolabio, Roma
8) Deveraux G. Saggi di etno-psichiatria generale. Roma, Armando, 1978
9) Ferrari A.B.1994 Adolescenza la seconda sfida, Borla, Roma
10)Gordon R.1990 Anoressia e Bulimia. Anatomia di un’epidemia sociale,Milano, Raffaello Cortina, 1991
11) Niccolò A.M., Russo L. (a cura di) 2010 una o più anoressie Borla, Roma
12) Rinaldi L.,Stanzione M. (a cura di) 2012 Le figure del vuoto. I sintomi della contemporaneità, anoressie, bulimie, depressioni e dintorni, Città di Castello, Borla
13) Thanopulos S. (intervista a) di Francesca Borrelli Di fronte a una impasse del desiderio Il manifesto, 30.09.2006