Riflessioni psicoanalitiche sulla nascita del denaro e della moneta. Di Fabio Benini (2015). Recensione di Rita Corsa

Fabio Benini  (2015)

Riflessioni psicoanalitiche sulla nascita del denaro e della moneta
Note di Non-Æconomia 

Antigone Edizioni, Torino

Fabio Benini ha scritto un saggio assai erudito. Invita il lettore a provarsi in un vertiginoso transito tra mitologie, teogonie e narrazioni esegetiche bibliche derivate specialmente dalla storia e dalla cultura di regioni collocate nel bacino del Mediterraneo. Altrettanto trascinante è il dotto uso di termini sanscriti, sumeri e accadici, ebraici, latini e greci, oltre a quelli a noi più vicini in lingua tedesca, spagnola, francese ed inglese. A scanso di equivoci, mi preme sottolineare che il libro è redatto in italiano. Non mancano pagine ironiche e pungenti battute, riservate soprattutto agli aspetti di quel sapere psicoanalitico che l’autore valuta più retrivi e convenzionali, granitici ma poco o punto attuali.

Lo sviluppo del pensiero e le modalità di scrittura di Benini mi hanno fatto subito pensare allo svolgimento di un testo secondo il modello della mithologhein d’orientamento junghiano: nulla di epifanico/teologico, bensì un lento ed elegante procedere teleologico, teso ad un finalismo audace e, per certi versi, unico nel panorama della letteratura psicoanalitica contemporanea.

Ma veniamo adesso al contenuto del volume. Come spiega lo stesso autore, i suoi sforzi sono orientati ad individuare «le radici di un concetto generalmente, genericamente e, spesso, acriticamente accettato in modo quasi universale: “Il denaro è lo sterco del demonio”; concetto attorno al quale Freud ha costruito una parte importante della sua elaborazione teorica della fase anale». Un’idea che, per Benini, è sopravvissuta sino ai giorni nostri e che continua a ripresentarsi sotto svariate spoglie non solo in ambito psicoanalitico.

Il lavoro di ricostruzione storico-filosofico-economica e filologica dei concetti di moneta e di denaro è stato minuzioso e ha condotto l’autore ad avvicinare in particolare gli studiosi tedeschi che si sono scontrati in maniera accesa nella famosa controversia teologica di fine Ottocento/inizi Novecento conosciuta come Babel Bibel Streit. La controversia, avviata dall’assirologo germanico Delistzsche – che, “in soldoni”, postulava che una gran parte degli scritti del Vecchio Testamento, tra cui la Creazione e il Diluvio Universale del Libro della Genesi, erano tratti dagli antichi racconti babilonesi – e alimentata da altri grandi intellettuali, storici delle religioni, filologi e biblisti, quali Winckler, Zimmern e, in particolare, Alfred Jeremias, avrebbe fornito a Freud lo spunto teorico per costruire la sua metapsicologia che lega indissolubilmente il Denaro alle Feci.

Gli studi di Benini si sono poi spinti a ritroso, nella ricerca delle radici ebraiche cui avrebbero attinto questi autori tedeschi e, successivamente, ancora più in là, sino a ritrovare gli «inevitabili collegamenti» con la civiltà accadica e con quella sumera. Un’indagine ardita ed assolutamente inusuale in campo psicoanalitico freudiano. Come dicevo prima, forse riesco a trovare maggiori assonanze con la mithologhein junghiana.

Da psicoanalista amante della storia della mia disciplina quale sono, mi piace adesso soffermarmi su un punto del libro che mi ha dato da pensare (p. 65). Nel trattare del rapporto personale del “Padre” Freud con il denaro, Benini accenna ad una lettera di Freud a Fliess del settembre 1899, dove confidava all’amico:

«(…) Il mio umore dipende anche molto da ciò che guadagno. Il denaro è per me come gas esilarante» (1986, p. 411).

E subito dopo Benini passa a parlare – giusto un ammicco – di un’altra lettera, datata 23 ottobre 1906, stavolta inviata da Carl Gustav Jung a Sigmund Freud, che allora considerava lo psichiatra svizzero il suo più naturale successore, il «figlio ed erede». In questa missiva Jung descriveva al Maestro le modalità di defecazione di una sua giovane paziente, la «piccola ebrea russa», la ventunenne Sabina Spielrein.

Questa è una pagina interessantissima della storia della psicoanalisi (cfr. Corsa, 2006 e 2011).

Jung utilizza l’esperienza terapeutica con la “piccola” Sabina, il suo primo caso trattato con il metodo psicoanalitico, per ribattere agli assalti scatenati dalla nomenclatura psichiatrica e neurologica dell’epoca alle rivoluzionarie idee freudiane. Il materiale fecale di Sabina Spielrein viene specialmente adoperato per rintuzzare i duri attacchi sferrati da Gustav Aschaffenburg, l’illustre professore di neuropsichiatria e criminologia a Colonia, durante il Congresso di Neurologia e Psichiatria della Germania sudoccidentale, tenutosi a Baden-Baden nel maggio del 1906. In quella sede, Aschaffenburg, uno dei più esimi e, nel contempo, animosi detrattori del pensiero psicoanalitico, tiene una conferenza di feroce discredito della teoria freudiana sull’isteria, dal titolo Correlazioni tra la vita sessuale e l’origine di malattie nervose e mentali, poi pubblicata nel volume di settembre del Münchener Medizinische Wochenschrift.

Freud non ribatte direttamente alle critiche del cattedratico tedesco, ma manda in avanscoperta il suo fedele scudiero, Carl Gustav Jung. Quest’ultimo non tarda a scendere nell’agone: il suo controsaggio La teoria freudiana dell’isteria: replica alla critica di Aschaffenburg viene stampato già nel 1906, nel numero 47 della stessa Rivista (Münchener medizinische Wochenschrift). Questo è il primo articolo psicoanalitico votato in difesa di Freud.

Proprio negli stessi giorni nei quali si susseguono questi fatti, Jung chiede un soccorso epistolare al Maestro riguardo ad un caso di isteria che sta curando con la psicoanalisi. «È un caso difficile: una studentessa russa ventenne, ammalata da sei anni. Primo trauma: verso il terzo-quarto anno di vita. La bimba vede il padre che percuote sul sedere nudo il fratello maggiore. Forte impressione. In seguito è costretta a pensare di aver defecato sulla mano del padre. Dal quarto al settimo anno continui tentativi di defecare sui propri piedi, compiuti nel modo seguente: si siede per terra, tenendo un piede ripiegato sotto il corpo, preme il calcagno contro l’ano e cerca di defecare e, al tempo stesso, di impedire la defecazione. In questo modo frena più volte l’evacuazione anche per due intere settimane! (…) In seguito questo fenomeno è stato sostituito da una masturbazione intensa». Dopo aver completato la descrizione del quadro clinico, termina sostenendo che «Le sarei estremamente grato se volesse comunicarmi in poche parole la Sua opinione su questa storia» (Lettera di Jung a Freud del 23 ottobre 1906; 1974, p. 7).

Si sarà intuito che la paziente di cui si parla è Sabina Spielrein, il «caso da manuale».

Nell’epistola inviata a commento, Freud si rifà ai suoi Tre saggi sulla teoria sessuale (1905), rammentando a Jung che «la ritenzione delle feci viene utilizzata dal bambino lattante come sorgente per procurarsi piacere. (…) Non è cosa rara che bambini piccoli sporchino la mano di chi li porta. Perché non dovrebbe essere andata così anche a lei? In questo modo dunque si risveglia il suo ricordo delle tenerezze del padre nella prima infanzia. La fissazione infantile della libido sul padre, il caso tipico come scelta dell’oggetto: autoerotismo anale». E conclude la spiegazione specificando che «L’eccitazione anale deve quindi farsi sentire nei sintomi come forza pulsionale, persino nel carattere. Persone di questo tipo mostrano frequentemente combinazioni tipiche di certi tratti di carattere. Sono molto ordinate, avare e testarde: queste qualità sono, per così dire, sublimazioni dell’erotismo anale» (Lettera di Freud a Jung del 27 ottobre 1906; 1974, p. 8). E il dagherrotipo ormai classico del “carattere anale” è così scattato, immortalando anche una modella che farà la storia della psicoanalisi, Sabina Spielrein!

La fanciulla russa – con la sua originale tecnica evacuativa – diviene ben presto la vittima da immolare all’altare del nascente movimento psicoanalitico e in difesa del suo creatore. L’occasione è il I Congresso Internazionale di Psichiatria e Neurologia, che si svolge ad Amsterdam dal 2 al 7 settembre 1907. Ancora una volta tocca a Jung vestire le vesti ufficiali di paladino della novella disciplina, con la sua relazione La teoria freudiana dell’isteria (poi stampata in Monatsschrift für Psichiatrie und Neurologie, 1908). Il materiale clinico sul quale verte e si articola buona parte dell’intervento è tratto dall’analisi condotta su «un caso di isteria psicotica in una giovane, intelligente donna di vent’anni» (Jung, 1908, p. 33), «il primo caso psicoanalitico “da manuale”» dell’analista svizzero. Nel suo elaborato, Jung esordisce con una succinta rassegna storica, cui segue un dettagliato compendio della teoria psicoanalitica che ripercorre lo sviluppo delle concettualizzazioni freudiane dai tempi della collaborazione con Breuer ai Tre saggi (1905), passando attraverso la rassegna dei principi affermati ne Le neuropsicosi da difesa (1894) e nell’Interpretazione dei sogni (1899). Glossa, poi, l’ampio excursus dottrinale sottolineando che la sua esperienza conferma ogni singolo punto di vista di Freud.

Nel saggio presentato ad Amsterdam nel suo “viaggio apostolico”, Jung riporta in modo particolareggiato il caso Spielrein, dall’esito assai favorevole: meticolosa e densa di dettagli è ancora una volta la descrizione del modo di espellere le feci da parte della ragazza – che ora vi risparmio!  (Jung, 1908, p. 33). Jung non manca di sottolineare che questa perversione infantile è stata ben studiata da Freud, che la definisce “erotismo anale”. E aggiunge: «Dal settimo anno la perversione [anale] cessò e venne sostituita dall’onanismo. Quando una volta a questa età fu picchiata dal padre sulle natiche denudate, la paziente percepì una chiara eccitazione sessuale. (…)  A tredici anni ebbe la pubertà. Da quest’epoca in poi si svilupparono fantasie di tipo decisamente perverso, che la perseguitavano ossessivamente. (…) non poteva mai sedersi a tavola senza doversi immaginare, mentre mangiava, la defecazione; (…) non poteva più guardare le mani del padre senza provare eccitazione sessuale; e per lo stesso motivo non poteva più toccare la mano destra del padre. (…) A circa diciott’anni la sua condizione era tanto peggiorata che la paziente si limitava ad alternare profonde depressioni con accessi di riso, di pianto e di grida. Non poteva più guardare nessuno, teneva nascosta la testa, ad ogni contatto mostrava la lingua con segni di estremo ribrezzo» (ibid., pp. 33-34). Lo psichiatra svizzero chiude l’esposizione anamnestica giudicando che: «Con questa breve storia clinica si può dimostrare l’essenziale della concezione freudiana», in grado di spiegare tutti i segni psicopatologici di origine isterica manifestati dalla fanciulla. E in conclusione sentenzia enfaticamente che «L’ “isteria” freudiana esiste» (ibid., p. 36).

Sabina tornerà ad essere in primo piano nell’epistolario tra i due grandi uomini un paio di anni più tardi, quando esploderà in tutto il suo clamore l’ “affaire Spielrein”, che vedrà appassionatamente coinvolti lo psicoanalista svizzero e la sua ex paziente.

Ben sappiamo come andranno a finire le cose: Jung negherà qualsivoglia implicazione amorosa; Freud prenderà le difese del suo “principe ereditario”, nonostante Sabina gli abbia dato la sua versione dei fatti e sia intervenuta anche la madre della ragazza a protezione della figlia lontana. Jung cucirà la bocca alle due donne parlando di denaro: da quel momento in poi vorrà essere pagato per le sue prestazioni mediche a garanzia del mantenimento della giusta distanza emotiva e inviterà la madre di Sabina a saldare il suo onorario (Lettera di Spielrein a Freud, 11 giugno 1909; in Carotenuto, 1980/1999, p. 234)! Freud liquiderà sbrigativamente la faccenda, portando ad una «conclusione (…) soddisfacente per tutti» (Lettera di Freud a Jung del 30 giugno 1909; 1974, p. 256). Per la seconda volta, come illustrano magistralmente Cremerius (1987) e Bettelheim (1989), Sabina Spielrein viene sacrificata in favore della causa psicoanalitica.

L’equazione FECI=DENARO e DENARO=FECI e, osservando il fenomeno da un’altra prospettiva teorica, l’oscillazione DENARO↔FECI pare quindi affermarsi prepotentemente sin dai primi vagiti del nostro movimento. Un’arma da scagliare contro gli avversari e i diffamatori, ma anche una sorta di collante che ripara e salda i legami.

Il libro di Benini, invero, discredita con assoluto vigore tale assunto. I suoi studi l’hanno portato a navigare per altre acque, assai meno melmose, e ad approdare su lidi concettuali molto diversi ed inediti. Egli ricusa recisamente l’equazione/oscillazione che combina il denaro e la moneta con le feci. Ma anche altra letteratura psicoanalitica che riferisce l’idea di denaro alla pulsionalità di morte e distruttiva. Anzi, alla fine del suo discorso, giunge a formulare un’originale e, forse, «fantasiosa» ipotesi sulla nascita della Moneta. Un’idea che coniuga la moneta (nata tondeggiante e con un buco più o meno ampio al centro) al prepuzio e alla circoncisione. Le prime monete, gli anelli ed infiniti altri gioielli sono DONI, espressioni d’affetto, di devozione e di dedizione. E tutti tendono ad essere rotondi e vuoti. Dei cerchi vuoti, fin dalle culture più antiche. Cerchi vuoti, come rotondo è l’anello di carne del prepuzio circonciso. La Moneta, allora, come riserva di valore e bene prezioso, ma pur sempre frutto di un patto di sangue e di sacrificio. Un patto sacrificale tra desiderio e amore. Forse la tesi di Benini può essere collocata nella metapsicologia della doppia pulsionalità, dove la Moneta e il Denaro non sono più valutati solo nel loro lato più oscuro, sporco, ombroso, terreno e antispirituale (Mammona in opposizione a Dio), ma anche nella loro faccia vitale, fatta di desiderio, di libido e di amore – come propone il nostro autore.

In una sintesi fulminante (e generosa), potremmo definire il lavoro di Benini con le parole di Proust, da lui citato al termine della sua fatica: «Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare una nuova terra, ma nell’avere occhi nuovi». Studiare lo stesso oggetto con uno sguardo inedito ci consente di arricchire e, talvolta, di ribaltare concezioni antiche che il tempo ha trasformato in barbicate credenze.

Voglio però concludere in tono più leggero, con un aneddoto. Avevo appena terminato di leggere il libro che mi capita di vedere uno sketch di Crozza, su uno degli infiniti scandali di corruzione e ladreria internazionali (Panama Papers). Una geniale parodia del celebre brano di Totò, A’ livella, è stata usata da Crozza per raffigurare l’universale dominio del denaro. Una forza prodigiosa che accomuna l’umanità intera. Un potere trasversale e assoluto. Di uguale influsso in ogni latitudine del pianeta. Ineludibile e fatale, alla stessa stregua della morte, come ne A’ livella del principe Antonio de Curtis.

Bibliografia

ASCHAFFENBURG G. (1906). Die Beziehungen des sexuellen Lebens zur Entstehung von Nerven- und Geisteskrankheiten.  Münchener Medizinische  Wochenschrift, 31, 1793-1798.

BENINI F. (2015). Riflessioni psicoanalitiche sulla nascita del denaro e della moneta. Note di Non-Æconomia. Torino, Antigone.

BETTELHEIM B. (1989). Una segreta asimmetria. In: La Vienna di Freud. Milano, Feltrinelli, 1990, 73-98.

CAROTENUTO A.  (1980/1999). Diario di una segreta simmetria. Sabina Spielrein tra Jung e Freud. Roma, Astrolabio.

CORSA R. (2006). Psicoanalisi confessionale: la tecnica dei “mandarini cinesi” al tempo dei pionieri. Le narrazioni intime di Sabina Spielrein e di Otto Gross al servizio della causa psicoanalitica. Studi Junghiani, 23, 25-49.

CORSA R. (2011). Il caso Spielrein. In: Se la cura si ammala. La caducità dell’analista. Bergamo, Kolbe.

CREMERIUS J. (1987). Sabina Spielrein, una vittima precoce della politica della professione psicoanalitica. Per una preistoria del ‘movimento psicoanalitico’. Materiali per il piacere della psicoanalisi, XII, 1990, 75-94.

FREUD S. (1894). Le neuropsicosi da difesa. O.S.F., 2.

FREUD S. (1899). L’interpretazione dei sogni.  O.S.F., 3.

FREUD S. (1905). Tre saggi sulla teoria sessuale. O.S.F., 4.

FREUD S. (1974). Epistolari. Lettere tra Freud e Jung. 1906-1913. Torino, Boringhieri.

FREUD S. (1986). Epistolari. Lettere a Wilhelm Fliess. 1887-1904. Torino, Boringhieri.

JUNG C.G. (1906). La teoria freudiana dell’isteria: replica alla critica di Aschaffenburg. In: Opere. Vol. 4. Torino, Boringhieri, 1973.

JUNG C.G. (1908). La teoria freudiana dell’isteria. In: Opere. Vol. 4, Torino, Boringhieri, 1973.

Rita Corsa

Maggio 2016

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