Un furioso desiderio di sacrificio. Il Supermusulmano

UN FURIOSO DESIDERIO DI SACRIFICIO. IL SUPERMUSULMANO.

a cura di Franco De Masi

Fethi Benslama, membro dell’Accademia tunisina di scienze, lettere e arti, docente di Psicopatologia clinica presso l’Università Paris-Diderot e psicoanalista di orientamento lacaniano ha scritto un interessante libro, pubblicato da Raffaello Cortina, dal titolo “Un furioso desiderio di sacrificio. Il Supermusulmano”.

L’Autore descrive in modo acuto e documentato la crisi che attraversa il mondo musulmano, in cui gli effetti della cosiddetta “radicalizzazione” si riverberano e colpiscono in modo tragico anche il mondo occidentale. Si tratta di una crisi identitaria del soggetto, che teme la dissoluzione della sua comunità e che distrugge ciò che vuole salvare. Il radicalizzato è un individuo che può essere andato incontro a sconfitte o fallimenti personali, che sono da lui vissuti in modo tale, e che per trovare un assetto narcisistico si identifica con una nuova immagine, che Benslama definisce supermusulmano. Imprigionato da rigidi ideali di totalità, di autenticità e di rigenerazione, il supermusulmano non vuole solo distinguersi dal non-musulmano, ma punta a separare, tra i musulmani, quelli che lo sarebbero totalmente e quelli che lo sarebbero solo in parte, attribuendo a questi ultimi la responsabilità della sventura dell’Islam.

Alla fine degli anni Ottanta, Fethi Benslama ha lavorato come psicologo clinico alla periferia di Parigi. Qui ha cominciato ad osservare la progressiva radicalizzazione dei giovani delle periferie più svantaggiate. Qui molti giovani presentavano stati di sofferenza psichica, spesso depressiva, che talvolta trovavano una provvisoria fuga nella delinquenza. L’Autore ricorda che due terzi degli individui radicalizzati avevano un’età tra i quindici e venticinque anni e che spesso avevano subito l’abbandono familiare e l’esclusione sociale. Nel momento in cui sono entrati in contatto con l’ideologia islamista, hanno ricevuto senza troppa fatica, un riconoscimento da parte di un gruppo sociale che ha generato in loro un sentimento di potenza.

Questo è un punto molto importante per spiegare l’adesione contemporanea all’ideologia terrorista. Gli studi del passato hanno esaminato quel tipo di terrorismo, in particolare quello suicida, che sembrava legato ai traumi di un’intera popolazione. Basti pensare a quello palestinese o a quello ceceno, che non avevano una matrice ideologica ma semplicemente politica, come risposta alla repressione. Spesso i martiri suicidi erano legati a parenti, padri, madri o fratelli che erano stati uccisi nel corso dell’azione dell’esercito occupante. Già al momento degli attentati di Londra del luglio 2005, i giovani pachistani suicidi, non erano traumatizzati; erano nati in Inghilterra e vivevano apparentemente ben inseriti nella vita sociale.  A differenza di altri correligionari vissuti in territori martoriati dalla guerra, questi giovani apparentemente erano stati conquistati dall’idea di un terrorismo sovranazionale e non più limitato al territorio di guerra.

Secondo Benslama il trauma emotivo di questi giovani radicalizzati è solo indiretto, ma non per questo meno efficace. Gli anni Novanta hanno segnato un inasprimento del sentimento di umiliazione e discriminazione nei musulmani: l’invasione dell’Iraq, la guerra in Bosnia, la persistenza del conflitto israelo-palestinese, hanno accresciuto in loro quel sentimento di vergogna e di colpa capace  di generare la radicalizzazione.  La radicalizzazione non è però più limitata alle classi popolari e alle periferie. Con la comparsa dello “ Stato islamico” si assiste a un’ estensione del fenomeno alla classe media.

Per quanto non tutti i radicalizzati diventino necessariamente terroristi, il fatto che all’origine vi sia sempre un processo di radicalizzazione, ha legato questa nozione alla terribile immagine del terrore. I terroristi commettono i loro misfatti al grido di Allah akbar, per far credere che tramite loro è Dio stesso ad agire e per mostrare che per loro nulla è impossibile.

L’analisi della trasformazione “radicale” viene fatta da Benslama attraverso l’esperienza di psicologo a contatto con le crisi adolescenziali del giovane musulmano delle periferie parigine. E’ in questa fase che si verifica nel soggetto una rottura che minaccia la continuità della sua esistenza. Per difendersi dall’angoscia di precipitare in un abisso, egli ha bisogno di fare un salto verso l’alto. Si ha a che fare con una popolazione di giovani in un periodo della vita segnata dall’idealità, che può diventare tumultuosa sino a giungere alla patologia. La dimensione epidemica della “radicalizzazione islamista” sarebbe, secondo l’autore, una configurazione dell’entusiasmo, propria del mondo musulmano e della crisi di civiltà che esso attraversa, per gli ideali, che ha acquisito la funzione di un collettore di negatività.

Per i giovani estremisti radicali non è raro che la morte rappresenti un riparo. Si potrebbe affermare che la radicalizzazione, è dal punto di vista del soggetto, una via di “guarigione”. Secondo L’Autore si possono evidenziare nell’offerta di radicalizzazione alcuni fattori fondamentali della seduzione narcisistica degli ideali. Il sacrificio di sé è anch’esso sorretto da un ideale di purezza. La distruzione del corpo, sede per eccellenza di contaminazione, costituisce la prova della realizzazione sacrificale di una purezza ideale.

Molto interessante in questo libro è il contributo sul passaggio dalla definizione di musulmano a quello di islamico. Per l’Autore l’islamismo ha come obiettivo fondamentale la creazione di una potenza ultrareligiosa collegata al sacro arcaico e al dispendio sacrificale. L’islamismo sarebbe l’invenzione di alcuni musulmani di un’utopia antipolitica contraria all’Occidente. La rivoluzione islamica iraniana sarebbe, per questo, un’innovazione nella tradizione musulmana, perché si fonda sull’idea che i religiosi debbano occupare il vertice del potere. Il supermusulmano è una definizione che mette in luce la vita psichica di quei musulmani impregnati di islamismo, che devono espiare, pentirsi, purificarsi e cambiare la loro vita. Secondo le parole dell’autore, i supermusulmani si concepiscono come voci di Dio nel mondo, che pronunciano il loro odio contro chi non ha una fede fuoco e fiamme. Il supermusulmano è sicuramente anche il prodotto di traumi storici, che hanno un’onda di propagazione molto lunga e fanno sì che gli individui si percepiscano come eredi di un’infamia, anche se non conoscono bene gli eventi.

Per ultimo volevo ancora apprezzare le pagine che Benslama dedica al carattere  della sessualità come è concepita dal mondo islamista. Esiste un intimo conflitto tra la tendenza del progresso che spinge, anche nei paesi arabi le donne fuori della famiglia verso il mondo del lavoro, per sua natura promiscuo, e la natura demoniaca dell’attrazione sessuale così come concepita dal mondo islamico. La crisi basilare del mondo musulmano deriva dallo scontro tra la tendenza organica della comunità, con il suo tributo agli antenati, e la tradizione e la tendenza riflessiva (noi diremo statale o laica) della società. La comunità dei musulmani è designata dalla parola umma, che rimanda alla madre (oum). In virtù di questa analogia, i membri della comunità pensano di provenire dallo stesso corpo sacralizzato e la minaccia di sciogliere un  simile rapporto suscita angosce di perdita e di frammentazione.

Otto Kernberg (2006), past-president dell’IPA, in un articolo comparso sull’International Journal of Psychoanalysis, indicava nel terrorismo mondiale un necessario soggetto di riflessione che può ampliare lo stesso orizzonte psicoanalitico. Egli scrive: “La comprensione del fondamentalismo, del terrorismo e del fanatismo può essere arricchita in modo considerevole dalla prospettiva psicoanalitica, e questi attuali sviluppi storici, viceversa, possono stimolare nuove aperture nella comprensione delle espressioni dell’inconscio nel campo sociale.”

Fethi Benslama sembra aver realizzato questa indicazione percorrendo una via originale e autonoma. Trovo questo testo molto stimolante. Il fatto che l’autore sia nord-africano gli permette di fare un’analisi del mondo musulmano dall’interno e di descrivere con acutezza i movimenti che lo travagliano. Le sue competenze psicodinamiche sono molto utili per approfondire i travagliati percorsi destinati a radicalizzare alcuni giovani musulmani e che li porta a idealizzare la distruzione e la morte.

Bibliografia

KERNBERG, O. (2006)  The pressing need to increase research in and on psychoanalysis. Internat. J. Psychoan.  Vol. 87, Part 4 :919-26

Vedi anche :

Dossier IDENTIKIT DEL TERRORE – STRATEGIE DI PACE – marzo 2015