“La psicoanalisi di fronte alla crisi ecologica” D. Malidelis intervista C. Schinaia 7 novembre 2019

“La psicoanalisi di fronte alla crisi ecologica”

Intervista a Cosimo Schinaia

realizzata da Dimitris  Malidelis

 Sito della Società Psicoanalitica Greca, 7 novembre 2019

 

“Fuori da questo mondo non possiamo cadere”(Freud,1929)

 

Introduzione: Può la psicoanalisi essere parte attiva del processo di consapevolezza dei gravi problemi ecologici presenti sul nostro pianeta? Cosimo Schinaia, in questa intervista si interroga sul legame uomo-ambiente e su quanto oggi sia importante avviare una riflessione sugli  ostacoli inconsci che impediscono un’assunzione di responsabilità da parte dell’uomo e della collettività verso l’ambiente che ci circonda. (Maria Antoncecchi)

Cosimo Schinaia: psichiatra, psicoanalista, membro ordinario AFT della Società Psicoanalitica Italiana e full member dell’International Psychoanalytical Association

 

Dimitris Malidelis:psicologo clinico,psicoanalista, membro della Hellenic Psychoanalitycal Society e member dell’International Psychoanalytical Association

 

Sito della Società Psicoanalitica Greca, 7 novembre 2019

 

LA PSICOANALISI DI FRONTE ALLA CRISI ECOLOGICA

 

Intervista di Dimitris Malidelis* (DM) a Cosimo Schinaia**(CS)

 

* Psicologo Clinico, MSc in Psichiatria Sociale, Psicoanalista, Membro della Hellenic Psychoanalytical Society e member IPA

 

**Psichiatra già direttore Dipartimento di salute mentale Genova centro, Psicoanalista membro ordinario con funzioni di training della Società Psicoanalitica Italiana e full member IPA.

 

1) DM Dott. Schinaia, la ringrazio per essersi reso disponibile a questa intervista. Come psicoanalista lei si è occupato del rapporto tra interno e esterno, psiche e ambiente nell’ambito della teoria e della clinica psicoanalitica. Potrebbe dirci come è nato questo suo interesse?

 

1) CS Da molti anni mi occupo dello scambio osmotico tra interno e esterno, tra conscio e inconscio, tra individuo e gruppo, tra organizzazione mentale e organizzazione sociale, tra natura e cultura. Il continuo instabile ridefinirsi delle relazioni fra i differenti territori, attraverso i loro mutamenti, le loro trasformazioni, le loro riorganizzazioni, si costituiscono come una questione assai delicata nel doppio registro intrapsichico e interpersonale. Noi siamo circondati dall’ambiente, respiriamo l’ambiente, dipendiamo dall’ambiente, ma al tempo stesso lo teniamo dentro di noi, nei nostri sogni, nei nostri conflitti nelle nostre menti, nelle nostre angosce, nelle nostre paure. Nel 2016 è uscito il mio libro Interno Esterno. Sguardi psicoanalitici su architettura e urbanistica (Alpes, Roma), tradotto in inglese (Karnac, London; Routledge, Abingdon-New York) e in spagnolo (Biebel, Buenos Aires). Proseguendo nelle considerazioni presenti nel libro, il mio intento è quello di mostrare come la psicoanalisi possa essere non un lusso, ma una risorsa preziosa da sfruttare adeguatamente per approfondire lo studio dei meccanismi di difesa individuali e comunitari nei confronti della presa di coscienza dei gravi problemi ecologici dell’oggi, delle catastrofi ambientali che necessariamente riorientano il pensiero sulla psiche e sulle sue dinamiche. Non si tratta del vecchio concetto di psicoanalisi applicata, ma, come direbbe Lacan, di una psicoanalisi implicata, capace di confrontarsi con gli altri linguaggi scientifici, di ascoltare l’ascolto degli esperti del campo che va a investigare. Quando sono nella stanza di analisi, la relazione analitica con i pazienti è necessariamente in rapporto con le forze esterne, prima fra tutte i cambiamenti climatici e il modo in cui consciamente o inconsciamente vengono registrati dentro di noi. Janine Puget e Leonardo Wender (1982), parlano di mondi sovrapposti (mundos superpuestos), quello del paziente e quello dell’analista, entrambi attraversati dalle contraddizioni sociali, dalle ideologie, per cui non è possibile fare riferimento a un’asettica dinamica transfert-controtransfert sganciata dai riferimenti culturali e ambientali di ognuno dei due, che spesso sono gli stessi. Puget e Wender fanno riferimento al concetto di vinculo, originariamente introdotto da Enrique Pichon-Rivière (1971), che si fonda sull’idea che la realtà esterna e quella interna non sono entità contrapposte, ma in continuo rapporto dialettico, un movimento a spirale che determina il funzionamento mentale. Pertanto, il vinculo include l’interno, l’esterno e un terzo originale, costituito da entrambe le realtà. L’automobile con cui noi e i nostri pazienti raggiungiamo i nostri studi, gli edifici che incontriamo sul nostro percorso, gli interni degli studi, il riscaldamento, l’aria condizionata, la nostra alimentazione: tutto poggia sul consumo di carburanti fossili ed entrambi, paziente e analista, siamo coinvolti e influenzati nelle modalità con cui simbolizziamo, nei nostri sogni, nelle nostre fantasie inconsce, che si incontrano, scontrano, confondono fino a generare nuove realtà psichiche nella stanza di analisi.

 

2) DM Leggendo i suoi scritti, sono frequenti i riferimenti a Freud e al suo pensiero relativo alla civiltà e in particolare al rapporto conflittuale uomo-natura. Pensa che il pensiero freudiano possa ancora essere attuale?

 

2) CS Nel saggio Il disagio della civiltà del ’29 Freud sembra voler proporre le basi per un’etica della collaborazione e della solidarietà, in cui ognuno rinuncia a qualcosa in nome del bene comune. Ma quella rinuncia pulsionale così al centro della sua riflessione nelle relazioni all’interno del genere umano sembra avere meno forza nella definizione del rapporto dell’uomo con l’ambiente. Freud sostiene che l’uomo nella sua inevitabile precarietà debba proteggersi da una natura crudele e matrigna, dalla forza soverchiante, selvaggiamente disordinata, assoggettandola con la tecnica. Nonostante l’umanità venga dipinta come un bambino debole, indifeso e spaventato da una Madre Natura terribile e potente, il pensiero di Freud non è lineare, tanto che in altre parti dei suoi scritti ci mette in guardia contro il mito assoluto del progresso, contro la glorificazione della tecnica e il suo uso per fini eminentemente utilitaristici. Scrive in “Avvenire di un’illusione” (1927, p. 436): “Le creazioni umane sono facili da distruggere e la scienza e la tecnica, che le hanno edificate, possono anche venire usate per il loro annientamento”. Inoltre, nel saggio “Caducità” (1915) Freud suggerisce come l’ambiente e gli oggetti affettivamente investiti possono essere esperiti in un clima di perdita incipiente e di paura incombente della fine. Il lutto esperito dal poeta, testimone passivo di un’eventuale futura distruzione, non è elaborato, ma si tratta di una difesa narcisistica per evitare l’autentico e doloroso processo del lutto attraverso la sua anticipazione. In conclusione si può dire che, se da un lato Freud descrive una natura da amare e da rispettare, dall’altro la indica come da sottomettere necessariamente alle esigenze di dominio dell’uomo civile. Freud, uomo del suo tempo, non poteva prendere in considerazione la stretta e paradossale connessione tra l’assoggettamento tecnico della natura e la polluzione, la produzione universale di sporcizia e rifiuti di ogni tipo, come possiamo osservare ai giorni nostri.

 

3) DM In che termini ha valore il pensiero di Searles, che sviluppa originalmente la teoria di Winnicott circa il rapporto con l’ambiente?

 

3) CS Bisogna attendere gli anni sessanta perché cominci una più accurata riflessione psicoanalitica sul rapporto uomo-ambiente. È stato lo psicoanalista americano Harold F. Searles negli anni sessanta, in cui incombeva la minaccia atomica e la paura della distruzione del pianeta, a dare senso e valore all’ambiente “non umano”, all’habitat quotidiano, amplificando le intuizioni di Winnicott a proposito della fusione del bambino con la madre (ambiente umano) e del “set-up uomo ambiente” e sottolineando come le cose del mondo abbiano una risonanza psichica. Winnicott in Il muro di Berlino ha introdotto un concetto ampio di sostegno ambientale e dei suoi effetti sullo sviluppo delle persone, rendendole capaci di “sopravvivere” alle tenaci paure di disintegrazione e a tenere insieme i conflittuali bisogni di stare soli e di essere in relazione con gli altri. Winnicott scrive:

I processi maturativi innati nell’individuo sono potenziali e hanno bisogno, per la loro realizzazione, di un ambiente facilitante di un certo tipo e grado e ci sono delle importanti variazioni nell’ambiente sociale a seconda del luogo e del tempo” (1986, p. 237).

Searles fa riferimento alla famosa affermazione di Winnicott: “Non esiste l’infante”. Per Winnicott un infante scollegato dal suo ambiente è impensabile letteralmente: “dove c’è un infante c’è anche l’assistenza materna, e senza quest’ultima non ci sarebbe l’infante” (1965, p. 45).

Il mondo vegetale, gli animali, le strutture architettoniche degli ambienti domestici ed extradomestici, le suppellettili, l’arredo, giocano un ruolo altrettanto determinante dell’ambiente affettivo e del milieu sociale per la formazione psichica, soprattutto nell’infanzia. Searles scrive il libro L’ambiente non umano nello sviluppo normale e nella schizofrenia all’età di sessantacinque anni; non l’avrebbe potuto scrivere –egli afferma– a quarant’anni, quando era ancora impegnato nella lotta di differenziazione dal “non umano”. Searles descrive all’interno dell’individuo, a livello conscio o inconscio, un senso di colleganza con l’ambiente non umano, di intima affettività tra i processi della vita umana e quelli ambientali, che deve essere riconosciuto e rispettato per il proprio benessere psicologico, per alleviare la sua solitudine esistenziale nell’universo. Questo senso di colleganza dell’umano con il non umano ha cominciato ad essere distorto, interrotto in concomitanza con il deterioramento ecologico che provoca angosce e difese di diverso ordine. Quindi afferma che l’apatia generalizzata che si può osservare nel genere umano in relazione alla crisi ecologica si basa largamente su difese dell’io inconsce contro angosce di vario genere e che si manifestano a vari livelli in relazione allo sviluppo dell’io degli individui. Il nostro rapporto con l’ambiente è intriso di ambivalenza e distruttività, e le difese dell’io, oscillando tra dipendenza e controllo, sottomissione e sfruttamento, invidia e gratitudine. Searles intende l’ambiente non soltanto come un passato iscritto dentro di noi e attualizzato intorno a noi, ma anche come un futuro non ancora nato: quello delle generazioni che verranno sulle quali facciamo pesare le conseguenze del nostro attuale rapporto con la biosfera.

 

4) DM Anche Melanie Klein con le sue formulazioni teoriche sulle posizioni schizoparanoide e depressiva, insieme alle osservazioni dei post-kleiniani, possono aiutarci a individuare quali possano essere gli elementi inquinanti a livello psichico?

 

4) CS Searles fa riferimento non soltanto a Winnicott, ma anche alla teoresi kleiniana, che influenzerà notevolmente anche il pensiero degli psicoanalisti che in questo secolo si sono occupati delle difese psichiche in relazione alla presa d’atto dei gravi cambiamenti climatici. La regressione dalla posizione depressiva, la mobilizzazione di meccanismi schizoparanoidi e la distruttività inconscia sono la base concettuale su cui si fonda il loro pensiero. Per esigenze di brevità riporto succintamente soltanto il pensiero di tre colleghi:

Sally Weintrobe (2013a, pp. 7-8) suggerisce che, quando ci confrontiamo con il cambiamento climatico, entrano in gioco tre differenti forme di rifiuto: Il negazionismo, il diniego e la negazione. Ognuna di queste forme implica in modo radicale effetti differenti:

  1. a) Il negazionismo è facilmente riconoscibile e consiste nella diffusione intenzionale della disinformazione per interessi politici, ideologici o commerciali. È una modalità difensiva organizzata e pianificata in termini grandemente cinici e la ritroviamo nelle campagne politiche o nelle schede esplicative che promuovono un prodotto, riducendo il valore o mettendo tout court in discussione le stesse scoperte scientifiche in tema di cambiamento climatico.
  2. b) La negazione comporta l’affermazione che qualcosa “non c’è veramente”, quando invece è vero che c’è e ci aiuta difenderci dall’angoscia e dalla perdita. È una modalità di rifiuto che si costituisce come il primo stadio transitorio del lutto nell’accettazione di una realtà dolorosa, difficile da sopportare. L’individuo dice no alla realtà, ma non la distorce.
  3. c) Il diniego presenta un problema più serio, in quanto contemporaneamente sappiamo e non sappiamo. Da un lato la realtà è conosciuta e accettata; dall’altro, con una sorta di alchimia psicologica, il suo significato è fortemente minimizzato. Nel tempo questa modalità difensiva risulta particolarmente pericolosa e intrattabile perché le nostre difese tendono a diventare sempre più rigide e radicate in relazione al montare delle angosce. Poniamo noi stessi in un una realtà alternativa per tenere a bada le crescenti emozioni negative e inconsciamente attacchiamo perversamente il significato razionale, proponendo una sorta di anti-significato.

Joseph Dodds in Psychoanalysis and Ecology at the Edge of Chaos (2011), muovendosi, non sempre agevolmente, tra diversi paradigmi psicoanalitici e le teorizzazioni di Felix Guattari, che confuta l’opposizione dualistica tra sistema umano (culturale) e sistema non umano (naturale), evidenzia la presenza di una serie di imprevedibili sistemi non lineari interconnessi e altamente complessi che entrano in gioco nei fenomeni di cambiamento climatico, stimolando le paure, le angosce degli individui, dei gruppi, delle comunità a livello nazionale e globale, e determinando quelle interconnessioni tra l’ecologia locale e quella interplanetaria che nessun campo disciplinare da solo può comprendere. I meccanismi di difesa, le tattiche intrapsichiche prese in esame per tenere a bada l’angoscia travolgente in relazione al disastro ecologico, che sono di impedimento alla costituzione di risposte costruttive e alla mobilizzazione di energie riparative, sono la scissione, l’intellettualizzazione, la rimozione, il dislocamento, la repressione, il diniego. Quindi, si chiede se la dinamica centrale sia costituita da una crescente angoscia come risposta all’enormità del problema, dalla cui insostenibilità bisogna difendersi oppure che l’angoscia si incrementi in relazione a un problema così enormemente astratto da restare incomprensibile per la scala emotiva umana e conclude che probabilmente i due fattori operano simultaneamente. In particolare si rifà alle fasi dello sviluppo di Melanie Klein, includendo la fantasia di un seno-Terra infinitamente disponibile, la risposta schizoparanoide al necessario svezzamento e la necessità di andare verso una posizione depressiva, con il relativo desiderio di riparazione nei confronti della perdita, del dolore e delle delusioni.

Renee Lertzman (2015) introduce l’idea di una “melanconia ambientale” per descrivere la condizione di lutto inelaborato in relazione agli effetti del cambiamento climatico. Non si tratta di apatia (mancanza di pathos) o di mancanza di consapevolezza, quanto del fatto che il sentire troppo e troppo intensamente porterebbe alla paralisi e alla sensazione di impotenza ad agire. Renee Lertzman si oppone al cosiddetto “mito dell’apatia”, allo sbarramento emotivo, all’anestesia affettiva presunta dalla maggior parte delle campagne ecologiste, secondo cui la gente non si dà da fare perché non se ne cura. Non solo non è assente la preoccupazione, ma anzi essa è presente talvolta in eccesso e connessa a complesse difese inconsce.

 

5) DM In che modo l’ambiente e il suo degrado può entrare nella costituzione dei sintomi e interagire con essi?

 

5) CS Nel mio articolo “Respect for the Environment. Psychoanalytical Considerations on the Ecological Crisis”, comparso nell’International Journal of Psychoanalysis, provo ad evidenziare la relazione tra degrado ecologico e sintomatologia psichica attraverso alcuni casi clinici. Ne cito due. Nel primo caso, uno dei sintomi presentati consisteva nella difficoltà di differenziare i rifiuti e raccoglierli negli specifici contenitori, in quanto la paziente era incapace di investimento simbolico, cioè di rappresentarsi una possibile futura trasformazione utile della spazzatura. Quando nella relazione analitica gli aspetti più confusi hanno cominciato a dipanarsi e si sono create le condizioni per separare al suo interno le cose buone dalle cattive, ha potuto cominciare una possibile trasformazione simbolica della spazzatura nei termini di produzione di qualcosa di utile e di nuovo attraverso il riciclaggio. Quando cioè, ha potuto separare nella relazione analitica la madre buona e premurosa dalla madre incapace di accogliere i suoi bisogni, ha potuto prefigurare nuove possibilità per quanto prima veniva distruttivamente gettato via in modo confuso.

Nel secondo caso l’irrompere dei sentimenti, fino a quel momento tenuti ossessivamente sotto controllo, produce nel paziente insicurezza e favorisce il passaggio da un’eccessivamente rigida differenziazione della spazzatura a una disordinata indifferenziazione. Il lavoro analitico, favorendo il riconoscimento dei sentimenti come aspetti esistenziali mitiganti l’immane sforzo economico alla base del controllo, non necessariamente distruttivi di ogni possibilità operativa, ha permesso al paziente di essere in contatto con la paura, con lo sporco, con il disordinato, con il conflitto tra sicurezza e passione, senza dovere ricorrere a faticosissimi riti ossessivi, ma accettando il limite e la compassione.

Differenti aspetti nevrotici della personalità e differenti storie personali entrano fortemente in gioco nel rapporto dell’uomo con i rifiuti, con lo spreco e la dissipazione, con l’inquinamento e con i relativi significati simbolici, determinando atteggiamenti inadeguati, incoerenti e talvolta anche rischiosi in relazione al proprio benessere psicofisico, oltre che a quello delle altre specie, e del pianeta in generale.

 

6) DM Qual è la sua posizione, il suo pensiero in merito a questi temi così scottanti e così all’ordine del giorno?

 

6) CS Credo che per quanto riguarda i rischi di catastrofe ecologica, determinata da uno sviluppo senza regole e senza memoria, quindi “cannibalistico”, sia necessario esplorare le dinamiche individuali e i conflitti sottostanti, nonché le dinamiche e gli stili di vita familiari che vengono appresi e fatti propri. Questa ricognizione è il punto di partenza per modificare le dinamiche e gli stili di vita individuali e familiari e per permettere, in una ritrovata dimensione di collaborazione fraterna, che ogni singola azione sostenibile sia creativa, rispettosamente riparativa e diventi parte di un rinnovamento globale attraverso una riassunzione di responsabilità individuale, in un orizzonte di senso che faccia riferimento rigorosamente al principio di realtà, ma opponendosi allo scetticismo di chi pensa che il singolo sia condannato all’impotenza, rinchiuso in una sorta di melanconia ambientale suicida. Penso, inoltre, che molti dei meccanismi che vengono descritti a livello individuale, mutatis mutandis, possano rinvenirsi anche come modalità difensive gruppali. Per esempio, è utile analizzare alcuni aspetti difensivi insiti nella militanza ambientalista, che possono ridurre l’impatto comunicativo del messaggio ecologista. L’adesione conformisticamente fanatica all’ideologia ecologista, l’esaltazione acritica del mondo naturale, la drammatizzazione ossessiva delle pratiche di difesa ambientale, l’opposizione al progresso scientifico, possono configurarsi come un meccanismo di difesa che, enfatizzando idealmente il rapporto dell’uomo con la natura, nei fatti lo snatura, rendendolo retorico e sostanzialmente inautentico. Inoltre, gli sforzi immediatamente diretti a proporre soltanto azioni pratiche di cambiamento ambientale, se per di più sono anche colpevolizzanti e terroristici, rischiano di fallire perché non tengono conto dei confusi investimenti affettivi, delle memorie, dei desideri e delle angosce delle persone. Nonostante l’orizzonte temporale per intraprendere un’azione efficace sia molto ristretto, per il bene dell’umanità prendiamo atto sia che siamo parte del problema, sia che siamo parte della soluzione, che nell’epoca dell’Antropocene dobbiamo farci carico di una nuova presa di coscienza e di una nuova etica; quindi proviamo a fare i conti con gli impedimenti esterni, e per quello che riguarda noi psicoanalisti, interni, per mettere in atto tutti i tentativi possibili per favorire le condizioni che valorizzino l’espressione della cura e della premura nei riguardi dell’ambiente, senza abbatterci quando alcuni di essi falliranno!

È il silenzio il vero crimine”, scriveva Hanna Segal (1987), denunciando i rischi insiti negli armamenti nucleari, senza colludere con il diniego dei pazienti nei riguardi della situazione esterna, ma anche evitando che l’analista imponga al paziente le proprie preoccupazioni. Gli psicoanalisti dovrebbero fare proprio l’incitamento di Hanna Segal e assumere un chiaro impegno civile, una posizione politica netta e scevra da ogni fraintendimento nei confronti dell’urgente necessità di preservare e prendersi cura del mondo. Anche loro devono ravvivare in se stessi la capacità di pensare e sognare un futuro migliore e di impegnarsi e contribuire alla valorizzazione del senso della misura e al mantenimento di una vita sufficientemente buona, in cui possa esserci spazio per l’amore e la creatività, contrastando il pensiero magico e illusorio e contemplando con integrità e sincerità anche gli aspetti spiacevoli dell’esistenza.

 

BIBLIOGRAFIA

 

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CdPR – Cambiamenti climatici. Roma, 9-10 novembre 2019

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