Come sei cambiato Narciso , Stefania Rossini l’ESPRESSO Numero 22 anno 2012 maggio

INTRODUZIONE: Il XVI congresso della Società psicoanalitica italiana “apre le porte al mondo”.Parole chiave :regole, etica, narcisismo, denaro. La sfida è importante e Stefania Rossini se ne fa autorevole portavoce e commentatrice esperta sulle pagine de L’Espresso. (Silvia Vessella)

 

L’ESPRESSO

Numero 22 anno 2012 maggio

 

Stefania Rossini

Come sei cambiato Narciso

La psicoanalisi si apre al mondo. Per indagare non solo sull’individuo ma anche sulla società e sull’etica

Riusciranno i nostri psicoanalisti a ritrovare lo smalto culturale inesorabilmente perduto nel corso del tempo? E andrà a buon fine l’inaspettato matrimonio con altre discipline che, a questo scopo, si va a consumare? Questa e altre domande aleggiano sull’inedito congresso organizzato a Roma (Università La Sapienza dal 25 al 27 maggio), organizzato dalla Spi, Società psicoanalitica italiana, la più numerosa delle due associazioni italiane che si rifanno al pensiero di Freud.

Già il titolo, “Realtà psichica e regole sociali. Denaro, potere e lavoro fra etica e narcisismo”, è anni luce lontano dagli appuntamenti del passato che, a scadenza biennale, erano sempre stati impegnati ad approfondire temi come il sogno, l’identità o l’inconscio. Qui si corre sul filo dell’attualità politica, della crisi economica, dell’etica pubblica. E lo si fa contaminando i propri saperi con quelli della sociologia, della filosofia, dell’economia e persino del management e del sindacato. Con una qualche ricerca di spettacolarità e di attenzione da parte dei media (e infatti siamo qui a parlarne) sono stati invitati a dire la loro personaggi più adatti a ribalte come “Ballarò” che a consessi sulla psiche. Due nomi fra tutti: la segretaria della Cgil Susanna Camusso e il pur riservatissimo nuovo presidente del Monte dei Paschi di Siena, Alessandro Profumo.

Insomma la disciplina freudiana, che proprio dalla sua eccessiva separatezza traeva parte di quel prestigio che ne ha fatto uno dei pilastri culturali del Novecento, apre le porte al mondo, anzi le spalanca, con l’intento ambizioso – anche se non apertamente dichiarato – di farne una tappa evolutiva senza ritorno. Ma per ora nessuno sa che cosa ne uscirà, nemmeno gli stessi organizzatori del congresso, consapevoli di navigare a vista in acque inesplorate. “Io ho dato lo spunto, il copione si formerà nel corso dei lavori”, ammette Stefano Bolognini, presidente della Spi e da poco anche dell’Ipa, l’organizzazione internazionale che raggruppa gli analisti freudiani di tutto il mondo. I punti chiari sono per Bolognini quelli di partenza: “Un precipitoso cambiamento della società che ha influito anche sui processi psichici, una crisi economica che ha sgonfiato le certezze del passato ma ha indotto una sfiducia devitalizzante, un super-io sociale che si è diviso in tanti frammenti”.

Ecco allora le parole chiave – regole, etica, narcisismo, denaro – che hanno il compito di fare da ponte tra saperi tanto diversi quanto fino ad oggi inconciliati. Sulle regole la psicoanalisi è abituata a esercitare quelle che Freud le impose come fondamentali (per il paziente: dire senza remore tutto ciò che gli passa per la mente, per il terapeuta: ascoltare e aiutare con l’interpretazione). Ora si trova a confrontarsi anche con le regole sociali compromesse dai tempi e con quelle che la deregulation ha affidato al potere del libero mercato.

È il punto su cui interviene la Camusso che si dichiara interessata alla sfida: “Derogare produce diseguaglianze, regole comuni propongono l’idea di collettività, quindi contrastano con la stagione globale, ma soprattutto nostrana, di individualità, del farsi da sé, dell’altro se non nemico, almeno avversario”.

Quindi il valore dell’altro, quel “diverso da sé” ignorato e negato dal narcisismo imperante (vedi scheda a fianco) può essere un buon tema per la fusione di approcci diversi. Tanto che si comincia a parlare di “narcisismo sociale”, con estensioni politiche suggestive, come quella che Giovanni Foresti, segretario scientifico della Spi, attribuisce alla Lega Nord, “un’organizzazione identitaria basata su valori emotivi di tipo rivendicativo rancoroso”, ma anche alla sinistra che farebbe “fatica a far uso di una sana aggressività nell’affrontare le questioni sociali”, palesando così un evidente sintomo narcisistico. Di quelli che lui conosce bene via lettino dove, confessa, i pazienti ormai sono talmente invasi da queste problematiche che è diventato difficile parlare con loro: si offendono per interpretazioni ritenute urticanti oppure le liquidano come banalità, dato che ormai le idee della psicoanalisi classica sono di uso comune.

E il denaro? Quello che la vecchia teoria freudiana paragonava alla ritenzione fecale, la cacca che il bambino fa fatica a lasciare nel mondo? “È diventata un’altra cosa”, risponde Foresti: “è ora uno strumento di guerra mosso da pulsioni avide e aggressive. Per restare alle vecchie categorie, potremmo situarla nella fase orale dello sviluppo che precede quella anale”.

Chi si aspettava che di denaro parlasse Profumo è invece rimasto deluso. Più attratto dai temi dell’etica, il banchiere ci tiene soprattutto a sfatare un’idea circolante di impresa come “luogo del male” e a proporla invece come “luogo dell’etica della responsabilità grazie a una organizzazione che si vale di regole, di missione, di strategia e di valori condivisi”. Ma c’è anche l’etica individuale, tema su cui gli analisti giocano in casa, visto che come aspetto della coscienza, come adeguamento alla civiltà, come imperativo del Super Io e come rispetto della regola freudiana dell’astinenza sessuale con i pazienti è, o dovrebbe essere, la categoria più frequentata.

E infatti la prima giornata del congresso, è dedicata proprio alla discussione dei “conflitti etici che caratterizzano la vita psichica” e vede la partecipazione anche di chi, per età ed esperienza, non può non ricordare quel drammatico incidente etico per abusi sul lettino che portò vent’anni fa alla spaccatura della Società psicoanalitica, all’uscita sdegnata del fondatore Emilio Servadio e a un lungo commissariamento dell’Ipa. Ma ormai è acqua passata e la comunità degli analisti italiani vive una stagione rinvigorita. Del resto una spinta alla “modernizzazione” era da tempo nell’aria, anche a causa della crisi economica che sottrae all’analisi lunga e tradizionale i pazienti occidentali, mentre si aprono nuove frontiere nei paesi dell’Est europeo, in India e in Cina, dove due anni fa si è anche tenuto un congresso internazionale.

Se questo cambiamento porterà a rivedere anche alcuni principi fondativi della disciplina, come il rapporto diretto con il paziente in un setting composto di un lettino e di una poltrona, è ancora motivo di discussione. Ma il peso della globalizzazione e il fascino degli strumenti informatici comincia forse a far pendere la bilancia dalla parte di un qualche cambiamento. “Siamo entrati in una stagione di evoluzione della psicoanalisi”, dice senza mezzi termini Mario Perini il quale, oltre che nella clinica, usa i suoi saperi come consulente d’organizzazione. “Penso di essere buon profeta”, aggiunge, “se dico che il suo ruolo nella cura dei disturbi psichici si ridurrà e che in compenso guadagnerà terreno in ambiti culturali. Ma a mio parere dovrebbe orientarsi su un lavoro meta-analitico, cioè occuparsi di formare coloro che fanno quelli che Freud chiamava i tre mestieri impossibili: curare le persone, educare i bambini e governare i cittadini”. Quasi un potere totalitario su governanti, genitori, insegnanti e terapeuti, se non fosse che difficilmente andrà così, e che Perini rassicura: “Noi dobbiamo solo dire la verità, poi l’uso che se ne farà sarà responsabilità degli altri”. Ma tuffi nel futuro a parte, per misurare il nuovo stato di grazia di quella che fu la più austera e riservata disciplina psicologica, si consiglia una visita al sito ufficiale della Spi (http://www.spiweb.it/). In pagine mosse e colorate si avranno sì informazione su appuntamenti e incontri scientifici, ma si saprà ancor meglio quale film vedere e perché, dove andare a teatro, che cosa leggere e che cosa avranno mai da raccontare all’analista con la cinepresa personaggi come Sergio Cofferati, Ferruccio De Bortoli, Riccardo Illy, Achille Bonito Oliva.

 

Oltre il lettino

 

Ora che è stato adottato persino come insulto dai centri sociali, che hanno definito “narcisisti” gli attentatori di Francesco Adinolfi, è il caso di ripercorrere le tracce di un concetto fertile quanto fluido e ormai quasi pop. Da principio, ovviamente, ci fu Narciso, il bellissimo giovane che si invaghì della propria immagine fino a morire anelando un suo impossibile abbraccio. Ma Narciso sarebbe rimasto uno dei tanti protagonisti della mitologia greca se Freud non gli avesse dato un posto centrale nella sua psicologia. Il problema però è che il posto era un po’ instabile e il narcisismo freudiano designò sia un modello di sviluppo infantile (quello precoce in cui il bambino non è ancora capace di amore se non per se stesso), sia una patologia, e ancora una modalità di relazione. Così, a seguire, ognuno lo ha tirato un po’ dalla sua parte. Tra i suoi teorici più celebri, Heinz Kouth, ad esempio, ha considerato il narcisismo una dote preziosa da valorizzare riparandone eventuali ferite mentre Herbert Rosenfeld ne ha messo a fuoco gli aspetti aggressivi che si oppongono al riconoscimento dell’altro. In una sintesi sommaria, oggi si distingue un narcisismo sano che aiuta a vivere e uno patologico che ostacola la possibilità di avere rapporti autentici.

A estendere il termine al sociale ci ha pensato invece negli anni Settanta Christopher Lasch con il suo celeberrimo “La cultura del narcisismo”, dove esamina l’individualismo esasperato della società americana che, di fronte al tramonto delle certezze esistenziali e delle convinzioni religiose, trova una risposta collettiva in una sorta

di cultura narcisistica compensatrice. Oggi la sociologia del narcisismo non ha più timidezze: studia e denuncia gli eccessi di autostima e di ammirazione verso se stessi, la noncuranza per le ragioni degli altri, l’esigenza collettiva di appagare a tutti costi desideri e bisogni. Sconfina insomma nel regno della psicologia e ne fa uno dei suoi strumenti. Che, a quanto sembra, i discendenti di Freud hanno tutte le intenzioni di andarsi a riprendere. S. R.