Dichiarazione sul Brexit, TAVISTOCK INSTITUTE OF HUMAN RELATIONS, 23 giugno 2016

COMUNICATO TIHR del 27 giugno 2016

INTRODUZIONE: IL 23/06/2016 le votazioni in Gran Bretagna sulla Brexit. Il 27 giugno un comunicato Tavistok che si pronunciava sulla questione. Lo trovate  ora in Rassegna Stampa estera, gentilmente tradotto  e commentato da Mario Perini,  e con il testo in originale (Silvia Vessella)

Tavistock Institute of Human Relations

Dichiarazione sul Brexit

(traduzione di Mario Perini)

Il risultato del Referendum nelle intenzioni doveva essere binario – “sì” o “no” – e noi ci siamo svegliati nel weekend scoprendo che le situazioni complesse non si prestano a semplici risposte basate su un “sì” o un “no”.  Il giorno del Referendum nella mente di ciascuno c’erano almeno quattro posizioni: gli aspetti positivi e quelli negativi del Remain, e gli aspetti positivi e quelli negativi del Leave. Nel momento in cui abbiamo posto la nostra X nella casella del Remain o in quella del Leave, sperando in un buon risultato, per questo stesso fatto siamo stati costretti a negare le possibilità delle altre tre posizioni. Abbiamo dovuto credere solo negli aspetti positivi dell’opzione che abbiamo scelto.

Ora, a quanto pare siamo stati incalzati dagli spiriti incontrollabili di un apprendista stregone, il Diniego delle Altre Tre Posizioni, cioè gli aspetti negativi dell’opzione scelta, la rinuncia agli aspetti positivi dell’opzione respinta e, ciò che probabilmente è peggio, il confronto con gli aspetti negativi dell’opzione respinta.  Per sfuggire a questo gorgo di confusione cerchiamo qualcuno o qualcosa da biasimare e scopriamo così che il conflitto che il Referendum intendeva risolvere ha aperto invece un vaso di Pandora pieno di spettri e mostri terrificanti. Come faremo a rimetterli nel vaso? Una volta introdotti in un vuoto carico di incertezza dagli stessi che confidavamo potessero guidare il cambiamento, ci siamo sentiti ricadere sotto il controllo di quei minacciosi “loro”?

Il Tavistock Institute lavora con il Cambiamento e comprende come il Cambiamento sia spesso una fonte di grande paura dal momento che è probabile che si svolga con modalità che non desideriamo, e contrarie alle intenzioni dei suoi architetti. La costruzione dell’UE è stata uno di questi processi. Come nel caso dell’UE, anche la creazione del Tavistock Institute of Human Relations è stata sollecitata dai terribili traumi delle due Guerre Mondiali. Il nostro lavoro si basa sui principi dell’integrazione sociale e della cooperazione. Questi principi si fondano sullo studio e sulla conoscenza delle potenti e spesso inconsce forze centrifughe che ci minacciano e che talvolta ci distruggono – le nostre storie, il nostro tribalismo. Non ci occupiamo delle concezioni romantiche della solidarietà, ma operiamo sulla base dell’assunto che lavorando intensamente le nostre differenze possano essere superate e che la partnership possa rivelarsi benefica e gratificante attraverso il dialogo e lo sforzo congiunto, l’assunzione di rischi e di impegni, anziché il ritiro nell’abbraccio confortevole del proprio spazio privato.

Metà del lavoro del Tavistock Institute ha luogo con l’Europa e in Europa. Noi intendiamo continuare a costruire ponti e ad attraversarli con i nostri partner, amici e colleghi europei, e nel farlo continueremo a lavorare con il popolo di questo Paese e con le comunità del Regno Unito che sono state ignorate e marginalizzate dalla corsa verso la “grandezza” e per le quali i benefici dell’appartenenza all’UE sono rimasti un miraggio.

Dr Eliat Aram
CEO, The Tavistock Institute of Human Relations

Londra, 27 giugno 2016

 

small english flag

 

TIHR statement

The outcome of the Referendum was intended to be binary – ‘yes’ or ‘no’ – and we woke up on the weekend to discover that complex situations do not lend themselves to simple ‘yes’ or ‘no’ answers.  On Referendum Day, in everyone’s mind there would have been at least four positions – the good aspects and the bad aspects of Remain; and the good aspects and the bad aspects of Leave. As we placed our X’s in either the Remain or Leave box, hoping for a good result, ipso facto, we were obliged to deny the possibilities of the other three positions.  We had to believe only in the good aspects of our chosen option.

Now, it feels like we are being chased by the uncontrollable spirits of the Sorcerer’s Apprentice of the Denied Three Other Positions – the negative aspects of our chosen option, having to do without the positive aspects of our rejected option, and probably worst of all, being confronted by the negative aspects of our rejected option. To escape this maelstrom of confusion, we look for someone or something to blame and the conflict that the Referendum was meant to relieve, we discover, has opened a Pandora’s box of frightening goblins and trolls. How are we going to put them back in the box? Ushered into a vacuum of uncertainty by those who were trusted to lead the change, have we taken back control from the ominous ‘them’?

The Tavistock Institute works with Change and understands that Change is often a source of great fear as it is likely to unfold in the ways we do not want it to – and contrary to how Change was intended by its architects. The EU creation has been one such process. Like the creation of the EU, the formation of The Tavistock Institute of Human Relations was stirred by the terrible traumas of two World Wars.  Our work is based on the principles of social integration and working together. These principles are based on studying and understanding the powerful centrifugal, often unknowable, forces that threaten to and sometimes do tear us apart – our histories, our tribalism.  We are not concerned with romantic notions of togetherness. We work on the basis that through hard work, our differences can be overcome and partnership can be beneficial and gratifying through dialogue and joint effort, through risk-taking and engagement, not by withdrawal into the cosy embrace of one’s own.

Half the work of the Tavistock Institute takes place with and in Europe.  We intend to continue building bridges and walking across them with our European partners, friends and colleagues, and in doing so, we will continue to work with the people of this country, with the communities in the United Kingdom that have been ignored and marginalised by the rush to ‘bigness’ and for whom the benefits of EU membership are a mirage.

Dr Eliat Aram

Commento (Mario Perini)

La dichiarazione emessa dal Tavistock Institute all’indomani del referendum che ha visto vincere la posizione del “Brexit”, a prescindere dall’intenzione di rassicurare i suoi vari partner e interlocutori europei, mi pare di grande rilievo per svariati motivi.

Il primo riguarda la critica radicale mossa all’impiego difensivo e alquanto rischioso del pensiero “on-off”,  lineare e semplificatorio, per affrontare problemi complessi. Potremmo anzi andare persino oltre e considerarla una critica generale al non-pensiero (o se vogliamo al primato del conosciuto/non pensato)  come modalità prevalente di presa di decisione individuale e collettiva che mira essenzialmente ad evacuare l’ansia di confrontarsi con l’incerto, l’imprevedibile, l’ambivalente, il conflittuale.

Il secondo mi pare l’esplicito avvertimento circa i rischi impliciti nella tendenza a cercare qualcuno da biasimare per sfuggire alla confusione e all’inquietudine che questa genera. Senza menzionare in dettaglio processi che anche noi conosciamo, come ad esempio l’elaborazione paranoide del lutto, la dichiarazione del Tavistock sgombra il terreno dalle facili (ancorchè a volte plausibili) accuse lanciate da varie direzioni contro la burocrazia europea, Corbyn, Farage, il governo inglese, la Merkel, il populismo, ecc. Oltre ad allontanare dalla coscienza le responsabilità personali –  quelle di Cameron come quelle degli elettori che hanno cercato su Google informazioni sulla UE solo dopo avere votato – la politica del biasimo, così come il sonno della ragione e le derive razziste basate sulla scissione tra “NOI” e “LORO”, non fa che generare mostri e creare nemici, presenze di cui oggi certo non si sentirebbe il bisogno.   

Il riferimento alle forze centrifughe consce ed inconsce che minacciano i legami sociali e separano distruttivamente le persone e le collettività, tra le quali spiccano i nazionalismi e le varie ossessioni identitarie, ci obbliga a fare i conti con la necessità di imparare a contenere e regolare le ansie relative al confine Sé/non-Sé e ai conflitti tra identità e appartenenza sia a livello di gruppo che di macro-sistemi (cfr. ad es. i lavori di Vamik Volkan sull’approccio psicoanalitico ai problemi internazionali)

Un altro punto rilevante a mio parere è la proposta di una visione più realistica del cambiamento (sociale, politico, collettivo ma anche individuale) che cerca di sottrarlo all’abbraccio soffocante della retorica e dell’ideologia, ricordando a conservatori e a innovatori l’ansia e la paura, le perdite e le rinunce che a tutti quanti tocca affrontare perché il cambiamento si realizzi davvero nel segno della sostenibilità e della resilienza dai traumi che l’hanno innescato.

Una questione appena sfiorata ma che nel testo non può passare inosservata è quella dell’affidabilità della leadership. L’accenno all’apprendista stregone, la menzione degli eventi che smentiscono i piani degli architetti e il riferimento esplicito all’essere “introdotti in un vuoto carico di incertezza dagli stessi che confidavamo potessero guidare il cambiamento” ci confronta con il problema delle capacità delle nostre classi dirigenti e del tipo di leadership che oggi è richiesta dalle sfide congiunte della complessità, dell’insicurezza e della globalizzazione.

Infine, last but not least, il commento sulla “corsa verso la grandezza” in quanto odierna tendenza sociale e macro-economica lascia intravedere sotto la superficie l’operato di meccanismi di grandiosità narcisistica e maniacale, i cui risultati distruttivi sono strettamente correlati con l’emergere della rabbia e del malessere dei soggetti che in questa corsa sono lasciati indietro e restano ai margini, in balia di processi di intollerabile ingiustizia sociale.

In questo senso la lettura del Tavistock, coniugando la prospettiva psicoanalitica con quella di sistema, sembra in grado di dar senso alle emozioni profonde che influenzano e a volte governano il comportamento individuale così come quello collettivo, e la cui persistente ignoranza o sottovalutazione non cessa di infliggere alle persone e alle loro società danni persistenti di grande portata.