I luoghi della malattia GENOVA MEDICA 8 dicembre 2016

GENOVA MEDICA   DICEMBRE 2016

I LUOGHI DELLA MALATTIA 

8 dicembre 2016

Fra estraneità ed accoglienza

INTRODUZIONE :Marina Botto recensisce l’ultimo libro di Cosimo Schinaia (psichiatra, psicoanalista, già primario presso il Centro Salute Mentale di Genova). Dopo “Il dentro e il fuori. Psicoanalisi e architettura”, nel 2016  il nostro collega ha proseguito la propria indagine pubblicando “Interno/Esterno. Sguardi psicoanalitici su architetturae urbanistica”.

La giornalista dopo aver criticato il modello razionalizzante della “macchina della salute”, ne rileva l’aspetto spersonalizzante e poco “salutare”. Il modello realmente vincente, e già presente negli scritti di Ippocrate, è quello delineato dal lavoro di Schinaia, che,   descrivendo una proficua relazione fra uomo e ambiente, promuove una stretta interazione fra professionisti della salute e architetti.(Silvia Vessella)  

I LUOGHI DELLA MALATTIA     

8  dicembre 2016

Fra estraneità ed accoglienza

Di Marina E. Botto

Il tema della prima edizione del concorso fotografico, indetto l’anno scorso da questo Ordine s’intitolava “I luoghi della salute”, ma la maggior parte delle foto inviate – ed in particolare quelle che hanno vinto – ritraevano luoghi in cui la salute ha lasciato il posto alla malattia. Le architetture di ospedali (soprattutto psichiatrici), dispensari ed ambulatori nel Terzo Mondo, prevalevano su paesaggi, parchi e palestre: questo perché il concorso era riservato ai Medici, che ben conoscono la realtà ed il relativo disagio, di strutture architettoniche spesso vetuste, sempre lontane dalle esigenze di malati ed operatori.

Questa è una delle cause da cui deriva quel senso di straniamento e di isolamento affollato, che quasi sempre accompagna un ricovero: in un momento di fragilità fisica e psicologica si lascia la propria casa (nido, utero, rifugio), i propri punti di riferimento, la propria identità sociale, i propri ritmi per diventare succubi di un tempo indefinito, talvolta infinito, per sentirsi ospiti di un luogo che con la sua asetticità è incapace di contenere le ansie  e le paure intrise di sofferenza della persona ricoverata.

Ippocrate in Aria, acqua e luoghi (sec. V/VI a.C) raccomandava al medico di farsi un po’ urbanista e un po’ architetto, di indagare bene l’ambiente, di rispettare il suo fragile disegno, in particolare di valutare la qualità dell’aria e dell’acqua, il clima, la meteorologia, la natura del suolo, la collocazione geografica, ed anche la costituzione politica (la democrazia era da lui giudicata favorevole alla salute, e la tirannia contraria). I medici degni di questo nome, secondo Ippocrate, avrebbero dovuto tener conto delle stagioni dell’anno, nonché dello stato del vento, ma anche delle caratteristiche peculiari di ciascun paese e delle proprietà specifiche delle sue acque.
Gli insegnamenti ippocratici avrebbero dovuto stimolarci a tenere conto dei profondi intrecci tra paziente e luogo di cura, ma se gli architetti hanno a lungo indagato questi intrecci nel rapporto tra le persone e le loro abitazioni, orientate ai bisogni e ai desideri dei clienti, l’attenzione all’architettura sanitaria è molto più recente.

Il modello vincente è stato quello razionalizzante, sostanzialmente spersonalizzante (ospedale tradizionale e ambulatorio), “la macchina della salute” di Le Corbusier, fautore della totale sanitarizzazione degli spazi, dell’uso imponente del bianco; negli ultimi anni, però, assistiamo a nuove modalità di progettazione e di costruzione degli ospedali: il Riskospitalét di Oslo con le sue ardite e innovative soluzioni architettoniche, , si segnala tra l’altro come il massimo collezionista norvegese di opere d’arte al di fuori di un museo. In Italia abbiamo avuto l’ospedale di Ponticelli, progettato da Renzo Piano, l’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, e più recentemente il policlinico S. Matteo di Pavia, l’ospedale Manzoni di Lecco, l’ospedale S. Anna di Torino. Fanno parte di queste realtà innovative i centri per malati di morbo di Alzheimer progettati dall’équipe di Benedetta Spadolini, ex preside della facoltà di architettura di Genova, e la Casa delle Nascite presso l’Ospedale San Martino di Genova.

Dopo aver scritto “Il dentro e il fuori. Psicoanalisi e architettura”, nel 2016 Cosimo Schinaia (psichiatra, psicoanalista, già primario presso il Centro Salute Mentale di Genova) pubblica “Interno/Esterno. Sguardi psicoanalitici su architettura e urbanistica”, in cui la stretta interazione tra l’uomo e il suo ambiente di vita viene declinata in tutti i suoi aspetti, fino a creare una visione del mondo – che ci circonda e ci permea – ricca di spunti e connessioni, utili a delineare un linguaggio condiviso tra idee ed esperienza di psicoanalisti ed architetti.

Si tratta di un viaggio, disegnato gettando ponti tra scelte di vita e soluzioni abitative, tra sogni di affermazione e contingenze sociali, tra cultura originaria e scultura del sé. Dalla condizione di migrante a quella di ricoverato, l’excursus di Schinaia ci conduce ad una definizione degli spazi pensata con rispetto delle esigenze anche interiori dei fruitori. Così come nell’educazione e nella politica, l’approccio multidisciplinare in tema di salute è ineludibile: se la malattia intacca il benessere della persona (fisico e psichico), i luoghi di cura possono acuire il senso di perdita della sua identità. Il rituale è suggestivamente ansiogeno, con l’abbandono della dimora e la spoliazione dai propri abiti, le facce nuove, gli arredi tutti uguali, i muri spogli.

Ad accentuare l’isolamento e la spersonalizzazione concorre anche la confusione sensoriale, con odori spiccati e colori sbiaditi, rumori sconosciuti e spazi ultra-definiti: i luoghi dei malati e quelli dei sani (operatori), dove i malati non devono entrare.

Dopo il XVII secolo, in cui le strutture sanitarie privilegiavano l’aspetto caritativo dei ricoveri e l’esaltazione dei benefattori, la concezione illuministica della cura ha confinato la persona sofferente nell’angusto spazio dedicato alle terapie; man mano che la tecnologia si è evoluta, queste caratteristiche si sono accentuate, tranne che nei manicomi e nelle case di riposo: il confinamento e la sorveglianza qui hanno preso il sopravvento su tutto il resto, con l’effetto di un vero esilio dalla società, quanto un carcere a vita. Le narrazioni e le testimonianze man mano hanno rivelato quanto l’architettura abbia inciso negativamente sulle menti – e perfino sui corpi – dei ricoverati: l’omologazione del trattamento e la deprivazione relazionale erano favorite dalla struttura ordinata, igienica e rigida, che si opponeva ai comportamenti “devianti dalla norma”.

Smantellare le barriere architettoniche mentali non è meno difficoltoso dell’abbattimento di quelle fisiche: incontrarsi nella progettazione significa approfondire di pari passo la ricerca dei significati e dei simboli del futuro abitante e quella dei materiali e degli edifici da costruire. Si tratta di una tessera importante nel mosaico delle percezioni dei professionisti che operano nelle varie branche coinvolte, dagli urbanisti, agli architetti, ai medici, agli psicoanalisti. Per quanto riguarda questi ultimi, un capitolo del libro di Schinaia è dedicato alla stanza dell’analisi, specifico luogo di cura, simbolo per eccellenza della relazione tra curante e curato con tutte le implicazioni legate al fatto che la cura consiste essa stessa nella relazione (transfert). Risalta qui assai bene l’importanza determinante di uno spazio pensato per indirizzare decisamente il paziente verso la centralità del suo mondo interno e al contempo verso il rispetto del “contratto”, cioè delle regole che governano la relazione di questa coppia.

La cura della sofferenza mentale da parte dei medici, degli psichiatri e degli psicoanalisti e la ricerca sull’ambiente da parte di architetti e urbanisti, possono raggiungere buoni livelli di integrazione all’interno dei progetti, convergendo in una visione comune di quella dimensione abitativa, in cui si situa il complesso e articolato intreccio di bisogni biologici e funzioni simboliche che dà origine a una armonica disposizione, ripartizione e utilizzazione degli spazi.

Il grado di civiltà di una società si misura sulla qualità delle sue istituzioni, sulla capacità di tenere in equilibrio bisogni individuali e necessità comunitarie (privato e pubblico), e rappresenta una modalità positiva di intendere l’esistenza, di condividere, di costruire il bene comune. La chiave è l’attenzione a un rapporto non disturbante, anzi possibilmente armonico con le strutture abitative quotidiane, al modo in cui esse vengono prima progettate e costruite e dislocate nelle città, e poi percepite, sentite e, talvolta (si spera) godute – siano esse le proprie abitazioni, i quartieri, i luoghi di incontro come teatri, cinema, caffè, ristoranti, sale per concerti, stadi per manifestazioni sportive, edifici pubblici e specificatamente le scuole, le carceri, i luoghi di cura del soma e della psiche, ospedali e ambulatori, ma anche le stanze d’analisi.

A prima vista l’argomento può sembrare super specialistico, invece ci riguarda tutti: il libro è trasversale, ricco di riferimenti e citazioni che sollecitano la riflessione ma scorrevole; soprattutto per noi Medici, può essere importante prendere coscienza di come gli spazi che offriamo ai nostri pazienti, dallo studio del MMG al reparto di rianimazione, non siano mai neutrali: parlano al paziente di noi e di come intendiamo farci carico della sua sofferenza.

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Interno Esterno. Sguardi psicoanalitici su architettura e urbanistica, Cosimo Schinaia, Alpes (2016)

Dossier: Cure per il Creato

L’ambiente non umano