L’ambiente non umano nell’umano

Il dossier “CURE PER IL CREATO”  si arricchisce di una riflessione della collega LUISA MASINA sul libro di H Searles.”L’ambiente non umano nello sviluppo normale e nella schizofrenia”. Il suo interessante lavoro si aggiunge a quelli di Giuseppe Giunti , Luca Zuppi, Domenico Chianese, Cosimo Schinaia, Mario Rossi Monti e Chiara Tarantino, Alessandro Antonucci e Rossella Candela , Cono Barnà .

 

Harold F. Searles : L’ambiente non umano nello sviluppo normale e nella schizofrenia.

(Luisa Masina)

“…vicino ai sessantacinque anni e arricchito da un altro quarto di secolo di esperienza, mi sento oggi piuttosto lontano dall’uomo di quarant’anni, assetato di ideale e di perfezione, che ha scritto queste righe. Traspare da esse la convinzione che sia possibile uscire pienamente e durevolmente vittoriosi dal combattimento contro i propri elementi soggettivamente non umani. Oggi come oggi,sono molto più disposto di quanto non lo fossi allora, credo, ad accettare questi aspetti della mia personalità.”

H. F. Searles, 1986 (Prefazione all’edizione francese)

“Avrei voluto confondermi con il paesaggio. Già allora avevo la convinzione che un uomo senza paesaggio è privo di ogni risorsa.”

P. Modiano, 2016

La lettura di ogni scritto di Searles ha la qualità unica di elargirci con generosità il calore della sua esperienza non solo clinica, ma anche umana. Questo rende il suo pensiero e le parole che lo accompagnano sempre vivi ed evocativi. In questo libro ciò accade a partire dalla descrizione della terra della sua giovinezza, la regione di Catskill, nello stato di New York e poi delle città conosciute successivamente (Boston, New York, San Francisco, Washinghton). In tal modo Searles giunge ad affermare che sia in scenari prevalentemente naturali, che in ambienti modificati dall’uomo, si possono verificare “momenti di intima affinità col proprio ambiente non umano” che “vanno annoverati tra quelli in cui più a fondo e più copiosamente ci si è abbeverati al senso della vita.” Una delle caratteristiche di questo libro di Searles è che rivolge il suo sguardo sia all’intrapsichico che all’ambiente, illuminando di luce nuova la relazione fra uomo e mondo circostante nelle sue declinazioni fisiologiche e patologiche.

L’autore dichiara il suo intento di allargare l’esplorazione psichiatrica e psicoanalitica, non solo dai processi intrapsichici alle dinamiche interpersonali, ma anche al rapporto dell’uomo con l’ambiente non umano. Searles parte dal presupposto che vi sia una diffusa “apatia”, che coinvolge anche gli psicoanalisti, nel considerare la crisi ecologica, che egli intende come la “ più grande minaccia che l’umanità abbia mai affrontato collettivamente, più grande persino della minaccia nucleare.” Le ragioni di tale difficoltà o evitamento, risiederebbero, a suo avviso, nell’ “angoscia che gli stessi terapeuti provano, come in genere gli altri esseri umani, riguardo all’affinità con l’ambiente non umano”, vale a dire l’ “angoscia di essere sopraffatti dal non umano”, esperienza che, verosimilmente ognuno ha vissuto durante l’infanzia . Accanto a ciò, vi è anche l’opposta angoscia di perdita di un ambiente non umano sentito fino ad un certo punto dell’infanzia come parte di sé .

Searles ritiene inoltre che l’uomo esporti all’esterno, nell’ambiente, la violenza dei suoi conflitti interiori, in particolar modo quelli fra le sue componenti umane e non umane. L’autore sottolinea come convergano nel tema dell’ambiente non umano i campi di ricerca di molteplici discipline, in pratica tutte quelle che si interrogano sull’uomo e sull’ambiente in cui vive. Per contrasto quest’ultimo è   stato scarsamente considerato nell’ambito degli studi psichiatrici e psicoanalitici sullo sviluppo della personalità, malgrado la stretta connessione esistente fra esseri umani e mondo circostante. Già Freud aveva rilevato questo legame, citando i miti, l’arte e la prossimità fra infanzia e mondo animale, mediata anche dalle favole, i cui protagonisti sono sovente degli animali con attributi umani. (Freud, 1917).

Searles individua l’esistenza, sia a livello conscio che inconscio, di quello che definisce un “senso di colleganza” fra individuo e ambiente non umano, ritenendolo un aspetto di fondamentale rilievo della vita psicologica. Egli intende con questo termine “da un lato un senso di intima affinità, il corrispettivo psicologico dell’affinità strutturale che […] vi è tra l’uomo e i diversi elementi dell’ambiente non umano. […]L’esperienza di colleganza implica, d’altro lato, e simultaneamente, il mantenimento del nostro senso dell’individualità come esseri umani, il sapere che per quanto sia stretta la nostra affinità con l’ambiente non umano, e per quanti livelli tocchi, noi non siamo una sola cosa con esso”. Degna di nota a questo proposito, la considerazione che di tutti gli elementi chimici costitutivi del corpo umano, solo uno, il carbonio, non è presente nella materia inorganica. Pertanto, si può a giusta ragione affermare, come corollario, che siamo fatti della stessa sostanza dell’ambiente in cui viviamo; quell’ambiente con carattere di familiarità, che è un elemento così intrinsecamente fondante del nostro senso di benessere : il piacere di godere del contatto con la natura, della vicinanza degli animali da compagnia, che tanta parte hanno nella vita di molte persone, di praticare sport che permettono di immergersi negli elementi naturali, ecc…

Soprattutto per ciò che concerne gli animali, in particolare i cani, Searles sottolinea come accanto alla “funzione di supporto ai transfert emotivi, alle proiezioni e alle identificazioni dell’essere umano”, essi sono importanti anche in quanto tali, cioè in quanto animali con le loro peculiari caratteristiche . I benefici che l’essere umano è in grado di trarre dal rapporto di colleganza con l’ambiente non umano vengono raggruppati da Searles in 4 categorie : un alleviamento da diversi stati emotivi penosi, un contributo all’autorealizzazione, un rafforzamento del senso di realtà ed infine uno stimolo al riconoscimento e all’accettazione dei propri simili. Il libro esplora sia il rapporto dell’individuo sano con l’ambiente, sia i significati e le declinazioni dell’ambiente non umano nelle nevrosi e nelle psicosi. Per ciò che concerne lo sviluppo normale, è importante considerare non solo la differenziazione del bambino dall’ambiente umano, ma anche da quello non umano. Non è chiaramente definita da nessun autore la durata dello stadio di indifferenziazione del bambino rispetto al suo ambiente, ma è di fondamentale importanza, a mio avviso, la precisazione di Searles rispetto al’utilità che il terapeuta non sia del tutto privo di tracce di indifferenziazione, per poter riuscire a comprendere “l’angoscia di un paziente soggettivamente indifferenziato dall’ambiente non umano.”

Secondo l’autore lo sviluppo del bambino attraversa una prima fase di “fusione con l’ambiente complessivo”, poi una fase “animistica”, in cui gli oggetti sono personificati, e successivamente la fase in cui il bambino riconosce “ la sua condizione di essere vivente”. Sono estremamente suggestivi gli esempi tratti dalla mitologia a conforto dell’ipotesi che l’ontogenesi ripercorra la filogenesi in un processo di graduale differenziazione dell’umano dal non umano. Evocano una profusione di opere d’arte in cui sono raffigurate figure ibride per metà umane e per metà animali, che riportano indietro nel tempo storico dell’umanità e in quello individuale, all’infanzia dell’umanità e dei singoli, ai miti, appunto, alle fiabe e alle fantasie infantili che ancora conserviamo nei nostri ricordi di adulti e che forse ci impediscono (come Searles auspica) di essere totalmente differenziati rispetto al nostro ambiente. I sogni e le allucinazioni sono ulteriori territori esplorati dall’autore nella ricognizione dell’importanza degli elementi non umani nella nostra vita e nella strutturazione della personalità: consistono in animali , ma anche in oggetti inanimati, che possono per esempio costituire delle rappresentazioni del Sé.

Searles compie un’interessante riflessione a corollario delle teorie sulla sindrome di deprivazione dei bambini istituzionalizzati, descritta da Spitz. Quest’ultimo attribuisce lo svilupparsi della sindrome quasi esclusivamente alla carenza di maternage nei bambini ospitati nei brefotrofi, mentre Searles ipotizza che anche la deprivazione di elementi non umani giochi un ruolo importante in queste situazioni. Egli sostiene, infatti, che l’osservazione di Spitz che i bambini di un asilo nido, a differenza di quelli di un brefotrofio, non sviluppavano la sindrome da deprivazione anche perché beneficiavano di stimoli dovuti alla presenza di giocattoli, di un paesaggio esterno visibile dalle finestre ecc…

A questo proposito riferisco, come osservazione personale, che la pressoché totale assenza di oggetti nello studio dell’analista, un tempo raccomandata come elemento costitutivo di un setting rispettoso della neutralità, può rischiare di configurarsi come uno scenario troppo deprivato e desertificato. In particolare, ritengo che elementi inanimati provenienti dalla natura, quali conchiglie, fossili, pietre o simili possano costituire una sorta di paesaggio interno che, senza esporre troppo la soggettività dell’analista, può fungere da stimolo tollerabile e da contenitore per così dire “arredato” per il lavoro terapeutico. Searles ritiene che l’ambiente non umano giochi un ruolo fondamentale nell’evoluzione normale dell’individuo, condizionando la sua capacità di sviluppare relazioni oggettuali. Egli descrive situazioni in cui nell’infanzia non si sviluppa un normale grado di colleganza con “ l’intorno non umano”, in soggetti che sono stati troppo assorbiti dalle relazioni interpersonali nel loro ambiente familiare. A questo proposito fa riferimento a pazienti schizofrenici da lui osservati, che mostravano un elevato grado di distruttività nei confronti degli oggetti inanimati , ad altri che avevano un comportamento per così dire “senza oggetto”, ed ad altri ancora che tenevano in gran conto e per lunghi periodi di tempo, particolari oggetti. Sono evidenti le implicazioni di questa perturbazione del primitivo sviluppo del rapporto con gli oggetti nella possibilità di creare l’oggetto transazionale.

Si danno poi, secondo l’autore, situazioni di grave psicopatologia, in cui l’ambiente non umano è parte dell’Io, interferendo con il suo funzionamento. In questi casi è intervenuta una regressione così grave che i confini dell’Io non sono più solidamente definiti e l’ambiente non umano non è più percepito come esterno, oppure non è stata conseguita, nell’età opportuna, nell’infanzia, la differenziazione profonda, tipica del bambino sano, fra il Sé e l’ambiente. Il libro è ricco di esempi clinici chiarificatori ed estremamente toccanti, in grado di fornire una pregnante evidenza alle teorie esposte, oltre che scorci assai suggestivi sulla combinazione di competenza professionale, intuito clinico e qualità umane che fanno di Searles uno psicoanalista unico, in particolare nel trattamento dei pazienti psicotici. Vale la pena di ricordare, ad esempio, la sua descrizione di come la perdita di elementi dell’ambiente non umano per certi pazienti sia assimilabile a mutilazioni corporee ed anche il suo soffermarsi sul dolore e la nostalgia di altri pazienti che dopo molto tempo trascorso in luoghi di ricovero spogli e carenti di oggetti, si ritrovavano in ambienti arredati in modo più accurato, capace di suscitare loro ricordi di casa. [1]

Un’osservazione di grande importanza che l’autore più volte riporta nel corso del libro è l’evidenza che l’ambiente non umano fornisce al bambino un apporto fondamentale in termini di sicurezza emozionale, di stabilità e continuità dell’esperienza e di sviluppo del senso di identità . Searles sostiene per contro che nel bambino schizofrenico si possono rilevare le seguenti caratteristiche : “la percezione alterata e non chiaramente differenziata degli esseri umani e degli elementi non umani dell’intorno; la proiezione sugli oggetti non umani a lui circostanti di una serie di emozioni intollerabili; e l’identificazione regressiva, nei momenti di angoscia acuta, con oggetti non umani quali congegni meccanici.”

D’altra parte, egli osserva come un individuo schizofrenico durante l’infanzia e l’adolescenza abbia dovuto fare i conti con un profondo sentimento di solitudine, per cui l’ambiente non umano ha così assunto per lui “importanza salvifica”. Egli formula anche l’ipotesi che un’ incapacità nella vita adulta di trovare un senso concreto nell’esistenza possa essere correlata con un’incapacità nell’infanzia di entrare in un rapporto con un mondo inanimato “relativamente stabile” e percepito in modo realistico, anziché animistico. Pertanto Searles sostiene che il rapporto del bambino con i suoi giocattoli, con i vestiti, gli arredi e la casa stessa abbia ripercussioni sulla vita adulta molto più significative di quanto si pensi.

Per quanto riguarda l’adolescenza, egli sottolinea come in questa fase l’orientamento emozionale si sposti dall’ambiente non umano al mondo degli esseri umani ed anche come il legame amoroso con gli altri esseri umani da parte dell’adolescente, tragga origine da quello che egli ha con la natura e l’ambiente non umano. In estrema sintesi, si può dire che la questione centrale del libro di Searles intorno alla quale si addensano molte riflessioni è il conflitto interno dell’uomo fra la sua consapevolezza di essere parte della natura e al contempo di essere separato da essa, da cui discendono il desiderio di diventare tutt’uno con l’ambiente non umano e l’angoscia di diventarlo. La lettura dei libri di Searles sortisce sempre, a mio parere, un effetto intensamente suggestivo, richiamando ricordi ed esperienze professionali e personali; questo, in particolare, ha evocato in me vivo il ricordo di una esperienza clinica pluriennale di gruppo in un reparto psichiatrico per acuti, in cui in più occasioni nelle fantasie espresse dai pazienti si sono materializzati animali di vario tipo, sovente animali selvatici, come il lupo, l’orso o la tigre. Utilizzo il verbo “materializzarsi”, perché tali fantasie avevano una qualità quasi fisica e materiale, appunto. L’animale in questione si presentificava nel gruppo, si potrebbe dire che era quasi tangibile e consistente. Più volte ho riflettuto sul significato di tale fenomeno e credo che non se ne possa dare un’interpretazione univoca. Quel che è certo è che la comparsa dell’animale sortiva un effetto aggregante e coesivo nel gruppo, come se incarnasse una componente non umana comune a tutti i presenti (pazienti e personale del reparto) e consentisse di sperimentare insieme quel sentimento di “colleganza” di cui Harold Searles ha scritto con mirabile profondità ed intuito.

[1] – “[…]in certe ore della notte si può scivolare in un mondo parallelo: un appartamento vuoto dove non è stata spenta la luce, e anche un vicolo cieco. Vi si ritrovano oggetti smarriti da tempo: un portafortuna, una lettera, un ombrello, una chiave, e i gatti, i cani o i cavalli persi nel corso di una vita.”

P.Modiano, 2016