“L’insulto” di Ziad Doueiri. Commento di Elisabetta Marchiori

Autore: Elisabetta Marchiori

Titolo: L’insulto

Dati sul film: regia di Ziad Doueiri, Libano, 2017, 113’

Genere: drammatico

Trama

“Sei un cane!” è l’insulto che il capo cantiere palestinese Yasser (Kamel El Basha) rivolge al meccanico Toni (Adel Karam), libanese cristiano, che ha appena distrutto a martellate la grondaia da lui messa a norma, con una reazione eccessivamente violenta. Furioso, Toni pretende anche le scuse di Yasser, il quale si fa convincere dal suo datore di lavoro, ma quando arriva all’officina, Toni gli rivolge un insulto ancora più grave: “Magari Sharon vi avesse sterminato tutti!”, cui ragisce colpendolo con un pugno. Questo conflitto interpersonale, solo apparentemente banale, è la miccia che fa esplodere un caso nazionale, di enorme portata mediatica, emblema dell’irrisolta , complicatissima questione medio-orientale, che il regista affronta in modo estremamente coraggioso.

 

Andare o non andare a vedere il film

Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2017, con Kamel El Basha vincitore della Coppa Volpi (mi chiedo come mai non un ex-equo: entrambi gli attori protagonisti sono straordinari), il film di Ziad Doureiri, già aiuto-regista di Tarantino, è candidato all’Oscar per il Libano come miglior film straniero.

Il regista ha dichiarato che l’idea è nata da un’esperienza personale (un litigio con un operaio), sviluppata con l’ex-moglie e co-sceneggiatrice Joelle Touma, divisi, nella realtà, dalle loro diverse appartenenze religioso-politiche. Tornato in patria da Venezia, Doueri è stato trattenuto in stato di arresto con l’accusa di “collaborazionismo con il nemico”, essendo il Libano ancora in conflitto con Israele, per poi essere rilasciato per le proteste internazionali. È quindi un film considerato “pericoloso”, che scava nell’intimità delle storie dei due uomini per far emergere la Storia e la sua complessità.

Costruito su un impianto tradizionale, l’”Insulto” si sviluppa come un appassionante “courtrooom movie”, senza sbavature stilistiche, forse un po’ didascalico, ma di necessità, dati i contenuti. Un film “da vedere assolutamente”, che mostra le conseguenze di un utilizzo strumentale delle vicende e nello stesso tempo della necessità che vengano finalmente affrontati i conflitti profondi alla base di tutte le manifestazioni di odio. Centotredici minuti in cui lo spettatore si fa trascinare in una Storia che è inevitabilmente anche la propria, e di cui può capire più che leggendo tomi di spiegazioni.

 

La versione di uno psicoanalista

La visione di questo film rimanda alla citazione di Freud che si legge in questo momento nella home page del nostro sito: “Non desidero suscitare convincimenti, desidero stimolare il pensiero e scuotere i pregiudizi”. Questo sembra l’obbiettivo principale di quest’opera e il motivo per cui accende l’interesse per riflessioni psicoanalitiche a diversi livelli, di cui si possono trovare già molti scritti (vedi gli approfondimenti sul tema della guerra in questo sito). Le diverse “versioni” non possono trovare spazio in queste poche righe, che vogliono essere solo un invito a conoscere la Storia e le sue interpretazioni, a restare all’erta, a non perdere di vista la domanda “Perchè odiamo gli altri?” che un recente numero di “Internazionale” mette in copertina, rimandando a un interessante articolo del neurobiologo Robert Sapolsky, che in questi tempi di “Scontro di inciviltà” (e questa è la copertina dell’ “L’Espresso”, 17 dicembre), dove la speranza appare già morta, si apre, come nel film, un’ultima possibilità, un regalo di Natale.

Dicembre 2017

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