“The Disciple”di C. Tamhane. Commento di E. Marchiori

“The Disciple”di C. Tamhane. Commento di E. Marchiori

Autore: Elisabetta Marchiori

Titolo: “The Disciple” (“Il discepolo”)

Dati sul film: regia di Chaitanya Tamhane, India, 2020, 128’, in concorso

Genere: drammatico

 

 

 

In odore di Leone, se non d’Oro almeno d’Argento, è il film “ The Disciple” del regista indiano Chaitanya Tamhane,  già vincitore dei Premi Miglior Film della Sezione  Orizzonti e Leone del Futuro  nel 2014 con “Court”. L’amico Alfonso Cuarón, Leone d’Oro con “Roma” nel 2018, ne è il produttore esecutivo e un po’ se ne ne percepisce la – forse – indiretta  influenza. In comune i due film hanno la lentezza dei tempi e la sottigliezza della trama, oltre a un percepibile autocompiacimento registico.

Il film conduce lo spettatore del tutto ignorante – come me – di musica indiana, in una full-immersion di suoni e voci che risulta a tratti ipnotizzante e a tratti sgradevole. La musica classica indiana, ho imparato, ha una tradizione millenaria portata avanti da maestri entrati a far parte di una sorta di mitologia, e diventare un interprete stimato richiede dedizione, esercizio, spiritualità, fede.

La lezione di storia di musica si apprende attraverso la vicenda del protagonista Sharad Nerulkar ed è  narrata utilizzando flash-back, in un continuo avanti e indietro tra infanzia, età adulta e adolescenza, presente e passato, tanto da risultare difficile distinguere il giovane uomo da quello più adulto, se non fosse per i baffetti e il girovita che si espande. Il padre di Sharad, cantante di poco talento e scrittore di biografie su musicisti famosi, proietta sul figlio la sua frustrazione e sin da piccolo lo spinge ad esercitarsi, a seguire le lezioni di famosi maestri e a partecipare a esibizioni. Mentre Sharad cresce, però, il mondo cambia, e così pure la musica che si ascolta: anche in India hanno successo i talent show, tutt’altro che impregnati di spiritualità. Sharad, che non è nemmeno lui così talentuoso, ma invidioso e arrabbiato, costretto ad aprire gli occhi e a ridimensionare la idealizzazione delle sue figure di riferimento, quando il suo guru diventa troppo anziano e malato per seguirlo e incoraggiarlo, non può fare altro che accettare i suoi limiti e adeguarsi alla realtà.

Una chiave di lettura che rende interessante questo film è quella del rapporto tra maestro e discepolo, della capacità del primo a trasmettere le proprie conoscenze e del secondo ad apprenderle, a differenziarsi e a emanciparsi. La morale è che si può insegnare tutto, tranne il talento, e non vale solo per la musica.

 

Settembre 2020