Magnifica Presenza

Ferzan Ozpetek, Italia, 2012, 115 min

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commento di Silvia Mondini

 

Protagonista del film è un giovane siciliano, Pietro, trasferitosi a Roma per inseguire il sogno di fare l’ attore ma costretto dalla realtà a ben poche soddisfazioni: di notte sforna cornetti in compagnia di colleghi indifferenti alla sua presenza e di giorno condivide l’ appartamento con una cugina “indifferente” alla sua omosessualità’. Il tran tran della sua esistenza quotidiana subisce un improvviso scossone quando Pietro, in modo tanto insperato quanto inatteso, scopre un appartamento d’ epoca misteriosamente alla portata delle sue tasche.

In poco tempo Pietro lo risistema e ne prende possesso ma ben presto si accorge di non essere solo: quelle stesse stanze che avrebbe voluto tutte per sé sono già occupate da evanescenti, eleganti e truccatissime presenze. Sono i “fantasmi” di una compagnia teatrale degli anni Quaranta, la Compagnia Apollonia, così discreti nel loro apparire e scomparire, così delicati nel dormirgli accanto, così seducenti nell’accompagnare il suo risveglio da trasformare l’ iniziale terrore di Pietro in desiderio di relazione.

Chi sono queste misteriose presenze che, forse per la prima volta, fanno sentire Pietro in compagnia di qualcuno? Cosa rappresentano questi fanstami-attori disponibili a giocare con le figurine, a dare consigli di recitazione, a consolare ma anche capaci di riconoscere le istanze più adulte di Pietro nel momento in cui, prigionieri di un passato non troppo lontano, chiedono di essere aiutati a recuperare la libertà perduta e di far luce sul mistero di un bimbo scomparso nel 1943?

A partire da questa vicenda centrale – e dal bisogno sempre presente in Ozpetek di rappresentare una dimensionale gruppale con cui trovare una soluzione alla solitudine dell’ esistenza, si diparte una serie di incontri con personaggi secondari che, a tratti, rendono il film poco fluido e meno originale. Mi riferisco in particolare a quella parte del film in cui un gruppo di trans capeggiato dalla Badessa/Platinette aiuta Pietro a reperire informazioni altrimenti inattingibili e alla citazione tratta da “Un tram che si chiama desiderio” di Tennesee Williams che così tanta importanza ha avuto anche in “Tutto su mia madre”. “Chiunque lei sia, ho sempre confidato nella bontà degli sconosciuti” diceva Tennesee Williams per bocca di Blanche Dubois, ripete Manuela, protagonista femminile del successo di Almodovar, e ribadisce uno dei trans di Ozpetek. Ma non sarà, forse, che è proprio questa disposizione spontanea a confidare sulla bontà di quel che risulta ignoto, sconosciuto, estraneo l’ elemento che accomuna due artisti così diversi come lo sono il regista turco e quello spagnolo?

Comunque, al di là di questo, “Magnifica presenza” e’ un film interessante perché le vicissitudini del protagonista, pur riproponendo i temi ormai classici del cinema di Ozpetek: omosessualità, solitudine, amicizia e morte, pongono al centro della storia il rapporto tra individuo e realtà.

Pietro, prima ancora che un gay, è un giovane da sempre abituato a convivere con la solitudine propria e l’ indifferenza di chi gli sta accanto, un tardo adolescente capace di trasformare l’avventura di una notte in una relazione “impegnativa” ma priva di reciprocità, una persona poco capace di farsi valere, un sognatore. Caratteristiche queste che, unitamente alle condizioni ambientali, favoriscono lo sviluppo di una relazione tra Pietro e i “suoi fantasmi”: questi fantasmi si relazionano con Pietro perché, in un certo senso, lo rappresentano, vogliono essere liberati e uscire da quello spazio ristretto in cui sono costretti a vivere ma, allo stesso tempo, non sanno quale altra dimensione, quale altra vita li attenda: non a caso il loro spettacolo – quello che alla fine del film verrà rappresentato in un reale palcoscenico – si intitola “Sogno proibito”.

I fantasmi creano un collegamento tra la dimensione infantile – rappresentata dal gioco delle figurine – e la soluzione perversa – rappresentata dai trans – che, nella parte forse meno riuscita del film , consentirà a Pietro di accedere a informazioni inattingibili ma necessarie per stanare ben altri “fantasmi” del passato. Quei fantasmi degli anni Quaranta, fantasmi messi in scena forse per testimoniare che il passato resta nell’ aria, tanto da impregnarla , anche in conseguenza della forza con si è tentato di denegare la realtà della deportazioni degli ebrei di cui sono stati vittime e testimoni, tema per altro già presente – sebbene in modo marginale – ne “La finestra di fronte”.

Riconosco che assistendo alla proiezione di “Magnifica Presenza” mi sono divertita a collegare questa nuova storia ai film precedenti, come se più che ad un film stessi assistendo al nuovo episodio di una serie cinematografica il cui autore, inconsciamente, riesce a far compiere allo spettatore quello stesso lavoro psichico che sta alla base del suo percorso creativo: il volgersi dello sguardo al passato, il continuo rimando a quanto è già stato – vissuto, visto, raccontato – come movimento necessario per comprendere il presente, viverlo più pienamente e dare origine ad una nuova elaborazione … sullo stesso tema.

Il filo che attraversa tutta la produzione di Ozpetek sembra infatti derivare dal continuo intreccio di presente/passato, presenza/assenza, storia/memoria, finzione/realtà. In un’ intervista di alcuni anni fa (2006) il regista – anticipando inconsapevolmente la trama di questo suo ultimo film – ci parla dell’origine delle sue storie, del loro appoggiarsi ad un evento reale, delle fantasie e del senso di profonda commozione che lo pervadono quando avverte che la “stanza” è stata abitata da altri ben prima di lui, e, infine, del continuo riecheggiare nei suoi film di un amato verso di Attilio Bertolucci “L’ assenza, più acuta presenza”.

E così, seguendo il percorso tracciato dall’ assenza e dal fantasma, “Magnifica presenza” può essere considerato – pur nella totale diversità della vicenda narrata – una sorta di prosecuzione di “Mine vaganti (2010) che, forse non per caso, si era concluso con la morte della nonna, la “mina vagante” appunto, figura chiave di una bella storia transgenerazionale. Nelle ultime scene del film la si vede comparire in veste di fantasma mentre dice al nipote Tommaso “Sbaglia sempre per conto tuo, fanno così le persone che vogliono essere felici” e, poco dopo, mentre scorrono le immagini del funerale e di una danza tra vivi (i protagonisti) e morti (la nonna e il nonno nel giorno del loro matrimonio) si ode una voce fuori campo che dà lettura al testamento “Non siate tristi per me quando non sentirete più la mia voce in casa, la vita non è solo nelle nostre stanze, moriamo e poi torniamo, come tutto”. Immagini e parole a suggerire, forse con un sottile senso di realistica malinconia, che il passato potrebbe anche non esistere se le persone che abbiamo amato continuano a far parte della nostra storia e ci accompagnano nella quotidianità.

“Magnifica presenza” è, per definizione dello stesso regista, un film sulla “nostalgia del presente” e, aggiugerei io, sulla presenza di uno strggente desiderio che il presente non è in grado di soddisfare.

A chi, a cosa, a quale tempo si rivolge questo desiderio inappagato che impedisce a Pietro (come a molti di noi) di vivere fino in fondo il qui ed ora? Non sarà forse questa la dimensione indefinita e creativa in cui ricordo, desiderio, fantasia e finzione si legano e si confondo come accade nel sogno, nei sogni ad occhi aperti e nelle favole? Non sarà forse questa la dimensione che consente a Ozpetk “poeta” di dar vita a Pietro “sognatore” e al suo incontro con i fantasmi?

Diceva Freud (1907) “Sono i desideri insoddisfatti le forze motrici delle fantasie, e ogni singola fantasia è un appagamento di desiderio, una correzione della realtà che ci lascia insoddisfatti. (…) Il rapporto della fantasia con il tempo è in genere molto significativo. Si deve dire che la fantasia ondeggia quasi tra tre tempi, i tre momenti temporali della nostra ideazione. Il lavoro mentale prende le mosse da un’immagine attuale, un’occasione offerta dal presente e suscettibile di risvegliare uno dei grandi desideri del soggetto. Di lì si collega al ricordo di un’esperienza anteriore, risalente in genere all’infanzia, in cui il desiderio veniva esaudito; e crea quindi una situazione relativa al futuro la quale si configura come appagamento di quel desiderio: questo è appunto il sogno ad occhi aperti o fantasia, recante in sé le tracce della sua provenienza dall’occasione attuale e dal ricordo passato. Dunque passato, presente e futuro, come infilati al filo del desiderio che li attraversa. (Freud, 1907)

E così, accanto al già citato verso di Bertolucci Ozpetek potrebbe porre quello di Nazim Hikmet: “I più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti e quello che vorrei dirti di più bello non te l’ ho ancora detto”.

 

Aprile 2012