Come pietra paziente

Dati sul film: regia Atiq Rahimi, Francia, Germania, Afghanistan, 2012, 103 min. 

Trailer: 

 

Giudizio: 3/5 *** 

Genere: drammatico 

Trama

Nella Kabul devastata dalla guerra civile una giovane donna veglia suo marito, eroico combattente mujaeddhin, immobile e incosciente per una ferita al collo ricevuta durante una lite di strada con un uomo che lo aveva offeso dicendo “sputo sul sasso di tua madre”. La madre e i fratelli di lui l’hanno lasciata sola con le due figlie, si sono messi in salvo, andandosene dal quartiere in cui si combatte di casa in casa: l’uomo è ancora vivo e loro non potrebbero possederne la bellissima moglie con libertà e licenza, tanto vale quindi lasciarla indietro a vegliarlo e nutrirlo con flebo rudimentali. In questa stanza disadorna, scossa dai boati delle esplosioni, salvo poche scene in esterno in cui della donna si vede solo lo svolazzare elegante e muto del burka, si svolge il monologo in cui ella ripercorre la propria vita, finalmente potendo parlare al marito che, muto e immobile come una pietra, può solo ascoltare e respirare. Così la donna trasforma il suo ascolto in quello della pietra paziente alla quale nella mitologia afgana si raccontano i propri pensieri segreti e dolorosi fino a quando la pietra, caricata da questi sentimenti, si frantuma, liberando chi le ha parlato dal proprio dolore. Per la protagonista una liberazione che si accompagna alla scoperta del proprio corpo e del desiderio erotico per un giovane e timido combattente, con il quale può sperimentare una sessualità vitale che la apre ad una nuova idea di sé, ad una nuova forza e, forse, ad una nuova consapevolezza del proprio diritto di vivere. 

Andare o non andare a vedere il film?

E’ un film non semplice, di impianto teatrale di cui l’aspetto cinematografico sta nell’uso sapiente della cinepresa sulla straordinaria bellezza di Golshifteh Farahani.
Un film che parla della condizione della donna in Afganistan, un oggetto mai rispettato, senza diritti, senza valore, usato senza amore, buono solo per fare figli che provino l’illusoria virilità del padre. Forse metafora dello stesso Afganistan terra di conquista e di battaglie fratricide, usata e abusata da molti. Chi non sa fare l’amore fa la guerra, dice la protagonista.

La versione dello psicoanalista.

A mio parere non va visto solo come un film di denuncia, seppur poeticamente espressa, sulla condizione femminile in Afganistan, che viene descritta in termini estremi, senza interlocuzioni. E’ un film sulla parola e sul suo rapporto con la vita, sulla nascita, attraverso la narrazione, di una nuova coscienza e rappresentazione di sé che permette di intravvedere la possibilità di rompere la ripetitività di ruoli stereotipati e di pensare possibile anche un nuovo rapporto con il maschio. Un film sulla conquista, attraverso il racconto di sé, di una femminilità aperta, più matura e indipendente, anche questa, forse, metafora di una nuova possibile umana civiltà.

Aprile 2013