La prima neve

Dati sul film: regia di Andrea Segre, Italia, 2013, 106′

Trailer: 

Genere: drammatico

Trama

Presentato con successo alla Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti, ‘La prima neve’ è il secondo lungometraggio, dopo l’apprezzato ‘Io sono Li’, del giovane regista padovano Andrea Segre, documentarista d’eccezione, sensibilissimo osservatore di ‘realtà’ difficili da rappresentare senza retorica. Il film è girato nella Valle dei Mòcheni, in provincia di Trento, nota per la presenza di un’isola linguistica germanofona di origine medievale

Come dichiara Segre, è la storia di ‘un’incontro tra un padre che non riesce ad essere padre e un figlio che non può più esserlo perché orfano di padre. Vengono da mondi molto diversi e si incontrano nel mondo del bambino, dove imparano a conoscere la complementarietà dei loro dolori’.

Il primo è l’immigrato Dani (Jean Christophe Folly), arrivato dal Togo e sopravvissuto, con la figlia di un anno, ad un viaggio in gommone durante il quale ha perso la moglie. Il secondo è Michele (Matteo Marchel), biondissimo e con gli occhi azzurri, che vive con la madre e passa molto tempo con il nonno, un vecchio falegname, produttore di miele, che ha offerto un lavoro a Dani. É attraverso di lui che i due protagonisti superano l’iniziale reciproca diffidenza, per riconoscersi nell’impasto di disperazione e desiderio di vita che li accumuna. “Le cose che hanno lo stesso odore devono stare insieme” dice il vecchio Pietro a Dani, parlando di miele e legno, ma anche dell’uomo e del bambino.

Andare o non andare a vedere il film?

Un film riuscito nell’intento di dare un respiro universale ad una narrazione filmica sostenuta da una trama molto semplice e, nello stesso tempo, densa di contenuti profondi. L’occhio del regista  riesce a penetrare, con sguardo estremamente delicato, nel mondo interno dei suoi protagonisti e a far emergere gradualmente le dinamiche relazionali che si intessono tra loro, coinvolgendo affettivamente lo spettatore.

Il racconto del dolore umano sembra seguire tre percorsi strettamente intrecciati. Il primo è quello che si snoda nel mondo esterno, con le problematiche relative all’immigrazione, all’isolamento, all’integrazione dello ‘straniero’; il secondo è quello volto al mondo interno, che segue i sentieri del dolore della vita di ciascuno di noi, che dividono e uniscono; il terzo è quello della testimonianza documentaristica che alterna meravigliosi paesaggi poeticamente evocativi a primi piani emozionanti.

Una valle chiusa, un luogo dove sembra che il tempo si sia fermato, così come le vite di Dani e Michele, congelate entrambe da perdite traumatiche, dove la caduta della ‘prima neve’, che lo trasforma ai nostri occhi di spettatori, è la traccia esterna del cambiamento interiore dei protagonistii.

Il sogno ricorrente del bambino, con echi felliniani, contribuisce a creare momenti di fiaba in un film dove l’aggancio con ‘la realtà’ non viene mai perduto.

La versione di uno psicoanalista

Potremmo dire che il film segua l’andamento di un percorso analitico riuscito, attraverso il quale le esperienze traumatiche possono essere elaborate e assumere ‘una buona forma’, come quella che Dani riesce a creare scolpendo nel legno il volto della sua donna, diventato possibile da ricordare. Le storie drammatiche dei personaggi emergono gradualmente, nel divenire sempre più intenso delle relazioni che si creano tra loro: il desiderio di vita trova la fiducia che permette la trasformazione del dolore indicibile in potenzialità di affetti riconoscibili e condivisibili.

Le sequenze di apertura sono accompagnate da un pensiero di Dani: ‘Per imparare a camminare bisogna sapere dove andare’. Le immagini filmiche rendono a poco a poco ‘visibile’ il dolore della perdita, la possibilità di elaborare il lutto, trovare una nuova ‘meta’ di investimento: imparare, di nuovo, a camminare.

L’immagine metaforica della ‘prima neve’ richiama un haiku di Basho: ‘Amico, accendi il fuoco/ ti mostrerò una cosa graziosa/ una palla di neve’.

Ottobre 2013