Whiplash

Dati sul film: regia di Damien Chazelle, USA, 2015, 105’

Trailer: 

Genere: Drammatico

Trama. Whiplash è il titolo di un brano jazz del sassofonista Hanck Levy, il primo che il regista trentenne afferma di aver suonato quando è entrato nella band del conservatorio e diventato per lui “una minaccia costante”. Tant’è che ha abbandonato la batteria ed è diventato regista. Whiplash significa “frustata”, termine che ben sintetizza quella che è la sostanza del film. Un rapporto sadomasochistico tra il triste, solo e ambizioso e batterista Andrew Neiman (Miles Teller), allievo al primo anno del più prestigioso conservatorio di New York, e il suo temibilissimo insegnante Terence Fletcher (J.K.. Simmons), che ne dirige l’orchesta. Lo fa con i metodi del Sergente Maggiore Hartman di kubrikiana memoria: violenza fisica e verbale, umiliazioni e crudeltà di ogni genere. Gli studenti stanno tutti al gioco, terrorizzati, pur di entrare nell’olimpo dei Grandi della musica, mentre Andrew entra nel gioco attivamente, rendendolo una sfida all’ultimo sangue.

Il plot, ispirato ad esperienze autobiografiche, potrebbe essere quello di un film sulla disciplina militare o su quelle sfide sportive all’ultimo sangue, tipo Rocky, condito da colpi di scena degni di un thriller con qualche ingrediente horror. Non siamo in Vietnam né su un ring: ci si scanna, si suda, si gronda sangue, si rischia fisicamente la vita, si rimane con il fiato sospeso in un conservatorio.

Andare o non andare a vedere il film. Whiplash è candidato a cinque Oscar per film, sceneggiatura, montaggio, missaggio audio, attore non protagonista, osannato come “il miglior film musicale degli ultimi dieci anni”. Candidature tutte tecnicamente meritate. Tuttavia è un film che prende a frustate anche lo spettatore, fisicamente messo a dura prova dall’antipatia dei protagonisti e dalla mancanza di ironia della pellicola. La parte di Fletcher, narcisista perverso, sembra scritta su misura per J.K Simmons, uno dei migliori caratteristi di Hollywood, anche lui vero musicista, in grado di incutere terrore ed essere a tratti estremamente seduttivo, riuscendo a passare da aguzzino a confidente nel giro di uno sguardo. Cita più volte l’aneddoto secondo cui Charlie Parker sarebbe diventato Charlie Parker grazie a quel giorno in cui Jo Jones gli tirò un piatto in testa. La sua teoria è che non esistono in qualsiasi lingua del mondo due parole più pericolose di “bel lavoro” (good job), che portano le persone ad adagiarsi nella mediocrità. Da come si comporta, parrebbe che, non essendo diventato lui il nuovo Charlie Parker, ne cerchi uno e quando lo trova cerca di ucciderlo, forse per invidia. Miles Teller interpreta in modo molto credibile la parte del ragazzo privo di gioia di vivere, senza amici né ragazze, abbandonato dalla madre, con un padre scrittore fallito insegnante di liceo, bonaccione mangiatore di pop corn senza alcuna autorevolezza né credibilità, si autoinfligge maniacalmente torture fisiche e psichiche pur di guadagnarsi “la parte”. Perché questo significa per lui, nemmeno in grado di sentire di “avere un posto” a tavola, avere un posto nel mondo.
Dio li fa e poi li accoppia, o chi si assomiglia si piglia, dicono il vecchio proverbio. “Basta che funzioni”, direbbe invece Woody Allen. 

La versione di uno psicoanalista
Il film propone chiaramente e provocatoriamente la questione, cara alla psicoanalisi, del rapporto tra maestro e allievo, di grande attualità in questo tempo in cui la figura dell’insegnante è profondamente in crisi. Recalcati ne ha scritto un libro “L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento”. Dove dice una cosa ovvia, ma vera, che non esiste insegnamento senza amore. In questo film quello di cui si sente davvero la mancanza sono gli affetti autentici e la passione per la musica. Prevale un’alleanza perversa che mira all’abolizione di ostacoli e limiti, non si cura dell’Altro, è tensione verso l’apparire più che all’essere. In quest’ottica, è un film che apre ad importanti e necessarie riflessioni sul tema.

In un’altra ottica, se pensiamo alle stanze in penombra di quel conservatorio, con i suoi lunghi corridoi, dove non c’è luce che distingua il giorno dalla notte e il tempo non sembra scorrere ma, piuttosto, “battere” senza sosta, troppo lento, troppo veloce, mai “giusto”, vediamo ancora un mondo scarnificato dagli affetti dove imperversa un Super-Io sadico introiettato incarnato dal diabolico maestro Fletcher. Lopez parlerebbe di Sé luciferino che, nella dialettica perversa con un Ideale dell’Io grandioso megalomanico, diviene nemico di ogni legame affettivo sano e rende quello che Winnicott chiama “il vero sé” remoto e inaccessibile. Sono parti del sé in conflitto profondo tra loro, e questo apre ad una lettura del film squisitamente psicoanalitica.

Il film si apre e si chiude con due assoli di batteria, che parrebbero sigillare il percorso evolutivo compiuto dal giovane Andrew.

Il primo lo esegue solo, incerto, lento, chiuso in una stanzetta, quando compare il suo aguzzino a sfidarlo per la prima volta. Nel secondo, consapevole delle sue capacità, è su un palcoscenico, il labiale trasmette a Fletcher un “Fuck You” mentre dà lui l’attacco di Caravan, prendendo il controllo dell’orchestra con cui riesce a entrare finalmente in sintonia.

La mano del maestro non si chiude ancora minacciosamente in un pugno a decretare: “Basta così!”. La mano rimane aperta, Andrew può continuare. Lucifero, forse, è sconfitto: “quella cazzo di parte” (il posto nel mondo) Andrew se l’è guadagnata.

Febbraio 2015