“Ricordi?” di V. Mieli. Recensione di Roberto Goisis

Autore: Roberto Goisis
Titolo: Ricordi?
Dati sul film: regia di Valerio Mieli, Italia-Francia, 2018, 106’
Genere: drammatico

“Perché non parli?” chiede lei, curiosa. “Non ti vorrei intristire” risponde lui.

 

Il filosofo francese Henri Bergson formulò la teoria secondo la quale, oltre allo scorrere delle lancette dell’orologio, esisterebbe un altro metodo di misurazione del tempo, qualitativo e non quantitativo. Non più dunque soltanto singoli attimi accostati l’uno all’altro dalla consequenzialità, bensì il succedersi non omogeneo di fatti e momenti diversi tra loro i quali, uniti da un unico collante che è la memoria, rendono ogni essere umano la persona che è oggi. Il ricordo è ciò che unifica i singoli momenti rendendoli un’unica esperienza, permettendo così al passato di prolungarsi nell’oggi e successivamente nel domani. (Giulia Vespoli, “Intervista a Valerio Mieli!”, 27/3/2019, www.vanityfair.it).

Forse non è un caso che Mieli, qui al secondo film a distanza di dieci anni dal suo esordio con il pluripremiato Dieci Inverni, sia laureato in Filosofia della Scienza, oltre che diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia. Questa miscela di sensazioni e esperienze viene da lui rappresentata ancora una volta attraverso il racconto di storie d’amore che ci parlano dei rapporti tra essere umani e del nostro personale modo di stare con le percezioni che sperimentiamo.

Non è facile parlare di un film come questo senza anticipare contenuti e caratteristiche, con il rischio di rovinarne la visione e la sorpresa. Cercherò, quindi, di evitare tale rischio, anche se c’è ne è un altro ancora maggiore: che il film non venga visto e passi inosservato. È questa la sensazione che ho provato in questi giorni quando mi è capitato di consigliare il film a amici e colleghi, o parlandone con dei pazienti.

Sono ben consapevole che il gradimento o meno di un prodotto artistico è estremamente soggettivo, ciò non di meno ci sono alcuni elementi che lo rendono sufficientemente universale da poter andare oltre la propria visione personale. Uno dei quali, per me, è la capacità di far emozionare e di indurre pensieri il giorno dopo.

Vi anticipo subito qualche critica che vi verrà da fare, sentirete o leggerete: “È troppo cerebrale … Non c’è una storia…È lento … Già visto… E l’altro era meglio … Il primo film era più riuscito … Lei ride troppo … Lui è troppo ombroso … Poco credibile”.

Può darsi che tutte queste osservazioni siano pertinenti e appropriate, non ne dubito.

Vi invito, comunque, a lasciarvi andare dentro la sala, a farvi prendere dalle sensazioni, attivare gli organi di senso disponibili, concedervi almeno per i centosei minuti di durata del film di stare dentro l’esperienza che vivrete.

Ricordi? è un susseguirsi di ricordi, appunto, mostrati attraverso un caleidoscopio di immagini quasi ipnotiche. Certamente c’è anche la storia della relazione sentimentale tra un “lui” e una “lei”, non sapremo mai il nome proprio dei due, ma ogni passaggio della trama viene evidenziato attraverso la sequenza di memorie che si attivano nella mente dei protagonisti.

È impossibile non pensare all’eternal sunshine di Gondry, così come agli ultimi lavori di Malick, o a Rohmer. Ci sono immagini che si sovrappongono, piani temporali che si scontrano, mondi psichici accordati a colori emotivi, livelli della memoria capricciosi e mai decisi. Ritorna la dolce e terribile impossibilità di trattenere qualcosa nella sua purezza. Ma i protagonisti di Ricordi?  non tentano mai di dimenticare, al contrario: ricercano e frugano nel tempo come se fosse un gioco, alimentano e stuzzicano, forse per trattenere, per evitare che tutto cambi.

 

Cosa sono i nostri ricordi, a cosa ci servono?

Sembra questa la grande domanda che ci pone il regista. Se è vero che non possiamo fare a meno di ricordare cosa ci è successo nella vita, anzi, a volte è indispensabile, è altrettanto evidente che il tema della memoria, attivata attraverso il ricordo, rischia di farci perdere la possibilità, direi la necessità, di vivere il presente. Questo è un tema che sta affrontando una parte importante della riflessione teorica e critica del movimento psicoanalitico, e non solo. Oscillanti tra un passato che attiva sentimenti depressivi (non c’è più) e un futuro che genera emozioni ansiose (chissà cosa succederà) ogni giorno noi rischiamo di perdere contatto e godimento con il presente, con il momento che viviamo.

Se, come accade nel film a “lui”, appena viviamo un momento – specialmente se piacevole – immediatamente ci poniamo il problema di cosa succederà poi di questo momento, cosa ne sarà del ricordo di quell’attimo, ed ecco che ci siamo già spostati sul piano temporale e abbiamo perso gran parte del benessere provato.

Sia ben chiaro, i ricordi sono importanti, ma a patto che non vengano idealizzati, purché non divengano il metro di paragone di tutte le esperienze che vivremo successivamente.

Poichè lo stesso rischia di accadere con le persone che incontriamo e con le relazioni che viviamo, specialmente quelle affettive e sentimentali. Sul piano razionale e in linea virtuale è indubbio che potrebbe esistere qualcuno migliore della persona che ci sta accanto. Altrettanto probabile è il fatto che quello che abbiamo provato nel momento più bello della nostra vita difficilmente potrà ripetersi con la stessa intensità e potenza. Il problema è che danzando tra nostalgia del passato e ipotesi sul futuro finiamo per non gioire per ciò che abbiamo.

In questo senso il film ci interroga anche sull’accettazione del cambiamento, tema caro anche a noi psicoanalisti. Il regista sembra affermare con decisione che, a forza di stare con qualcuno, inevitabilmente cambiamo. A qualcuno fa piacere – ed è uno dei fattori terapeutici di un’analisi – ad altri fa paura, specialmente se la propria vita è stata caratterizzata da vicende relazionali traumatiche per fronteggiare le quali si sono attivati stili di funzionamento protettivi.

Anche i due protagonisti cambiano: “lui” scopre che il mondo può essere un posto molto più piacevole in cui vivere (esperienza che Mieli ha definito autobiografica), “lei” che anche nella malinconia ci può essere un valore.

Al contempo, anche i ricordi cambiano rispetto alla realtà che abbiamo vissuto, altro tema intrigante e di grande fascinazione, tra falsi ricordi, addolcimenti, convincimenti, narrazioni.

Il film parla anche di questo, dei ricordi che si formano in modo diverso in base agli stati d’animo di ognuno e che cambiano con il tempo. Procedendo a ritroso passo dopo passo i ricordi, più dei pensieri, formano un tessuto simile a quello di una partitura musicale, con note già scritte, passaggi lievi di sottofondo e stacchi potenti e rumorosi che ci fanno chiudere gli occhi e scuotere la testa. Diversi da come erano un attimo prima, i ricordi si abbattono su di noi sempre nuovi; in fondo è vero che le note sono sempre le stesse, ma possono suonare ogni volta in maniera differente.

A proposito di musica, fa da sottofondo alle immagini una colonna sonora discreta – a tratti sembra quasi mancare – che sottolinea il mutare degli stati d’animo nei diversi momenti del film, attraverso una scelta sapiente delle musiche che citano Vivaldi, Luciani, Bach, Debussy, Cajkovskij, Shostakovich, Beethoven, Poulenc, Henry Salvador, Effenberg e altri. C’è anche una sorpresa finale, assolutamente da non perdere: i titoli di coda sono una piccola delizia e, oltre a risultare commoventi, sono il punto di approdo di una partitura originalissima, scandita e picchiettata delicatamente delle note di un pentagramma tutto mentale, ma non per questo meno tangibile.

Il film è una storia sull’amore e soprattutto sui ricordi (fatti di immagini, suoni, profumi, sapori, oggetti e case) di chi lo vive o l’ha vissuto. È doloroso, ma anche immensamente bello. Il regista lo sa e non ci risparmia, sfrutta tutti i mezzi che ha per svelarci i dolci trucchetti della memoria. La crema solare calda spalmata da qualcuno sulla nostra schiena, i colori accesi della campagna, le mura spesse delle case, i vapori dell’acqua calda, un profumo da ritrovare, una musica.

La storia di un “lui” che della sua infanzia ricorda di aver messo nel frigo di casa il suo amatissimo cane appena morto per mantenerlo per sempre, di essere finito in collegio, di avere ancora l’incubo di aver macchiato davanti a tutti la piscina perché gli era scappata la pipì. E la storia di una “lei” che, a parte la morte, resa poetica, del nonno – da notare la citazione del “Barone Rampante” di Calvino – proprio non riesce a tirar fuori un ricordo infelice dall’infanzia. Una “lei” che insegnerà a “lui” come stare bene, a non guardarsi indietro, a non pretendere troppo, a lasciare un po’ in pace il passato perché altrimenti ti consuma la vita che già di suo ti consuma, con le fratture inevitabili che ti porta.

A far funzionare visivamente l’insieme contribuiscono l’acrobatico montaggio di Desideria Rayner (ad esempio la stessa scena di pochi secondi con molteplici differenti angolature) e la fotografia di Daria D’Antonio, oltre alle doti registiche di Valerio Mieli (inquadrature da tutti lati, camera vicina e lontana, dall’alto e dal basso) e alla bravura dei due attori, un intenso Luca Marinelli e una deliziosa Linda Caridi.

Finiamo quindi così: andate a vedere il film!

Aprile 2019