Parole chiave: Bleger, perturbante
Autore: Simona Pesce
Titolo: Bucking Fastard
Dati sul film: Regia di Werner Herzog, produzione USA, 2026, durata 109’, In concorso alla 83 esima edizione del Festival dell’arte cinematografica della Biennale di Venezia.
Genere: Drammatico
Bucking Fastard è uno di quei film complessi e magici che una volta terminata la visione, dopo che si riaccendono le luci in sala, avresti voglia di riavvolgere per poter rivedere almeno alcune scene. Forse si avrebbe bisogno dello sguardo di David Lynch a cui il film è dedicato e che l’autore avrebbe voluto al suo fianco, come detto in diverse interviste. Poi lasciando che il tempo faccia il suo corso capisci che si stanno chiarendo molti significati, molte risonanze e un senso personale si struttura intorno a questa storia, liberamente ispirata alla vita delle gemelle monozigote Freda e Greta Chaplin, ambientata nell’Irlanda rurale degli anni 60, note per parlare all’unisono e compiere assieme qualsiasi azione. Il surreale si accompagna al poetico in questo film di Werner Herzog, che non necessita certo di presentazioni, tanto che di lui si è detto che sia capace di aprire spazi di finzione che vogliono dire il vero.
La scena iniziale del film mostra la posizione della giustizia del tribunale davanti alla quale sono riportate le sorelle per via di comportamenti violenti e distruttivi verso un uomo, loro vicino di casa, di cui sono entrambe innamorate e ossessionate e di cui non accettano l’allontanamento. La corte decide di farle testimoniare insieme, lasciandole parlare insieme e di non tentare nessun tipo di separazione l’una dall’altra. Questo è il tono della prima parte del film nel quale regna sovrano un senso di assoluta solitudine che la simbiosi patologica, perché di questo si deve parlare, tra le sorelle crea. Josè Bleger, analista argentino, pubblica nel 1967, un saggio fondamentale per la comprensione di questi meccanismi che intitola Simbiosi e Ambiguità, e ci dice che “a rigore si dovrebbe parlare di simbiosi quando la proiezione è incrociata e ciascuno agisce in base a ruoli che risultano compensatori per l’altro. La simbiosi, dunque, è una forma di dipendenza o di interdipendenza che si instaura nel mondo esterno. Il bisogno di favorire l’assunzione di ruoli indica una carenza della comunicazione sul piano simbolico” (Bleger, 1967). Questa povertà di contenuti e di pensieri si percepisce, le ragazze non sono raggiunte da niente, nulla le può modificare, tra loro c’è uno sguardo d’intesa all’unisono costante, una sola mente per due corpi. Neanche la passione erotica le anima o dona loro una soggettività, le sorelle dichiarano questa passione per l’uomo che le attrae con una tale violenza che non può avvicinarle a una vera relazione, loro unico desiderio è quello di possederlo senza dare all’uomo alcun diritto di pensiero, parole e soprattutto rifiuto. La loro è una realtà assoluta, una sorta di delirio. Ci sono rari momenti lungo la storia in cui si creano brevi e transitorie possibilità di differenziazione tra loro, ad esempio quando esprimono separatamente il dolore di non venire accolte dai genitori, unico cenno alla loro storia che giustamente Herzog vuole lasciare in ombra per favorire quel clima senza tempo che il film ci regala.
Ad Herzog Emmanuel Carrére (1982) ha dedicato il suo libro d’esordio nel quale ne analizza lo stile cinematografico focalizzandosi sulla attrazione del regista verso personaggi folli, visionari ed estremisti e si concentra sull’idea che i protagonisti di Herzog sono uomini e donne prigionieri di un’ossessione che sfidano la natura o la società a costo della propria rovina, chiave di lettura convincente per questo suo ultimo film presentato in Concorso alla 83esima edizione del Festival del Cinema.
É interessante notare che le due attrici, Rooney and Kate Mara, in un’intervista hanno dichiarato che non è stato poi così difficile recitare all’unisono “abbiamo trovato presto il ritmo giusto, è stato come cantare”, ed effettivamente il loro è il canto del film che si alterna alle scelte di Ernst Reijseger, compositore e violoncellista olandese, che ha musicato le immagini del film contribuendo alla creazione di un effetto che oscilla tra il fiabesco e il surreale.
Penso che l’arte di questo regista sia di saper mostrare la via di uscita dalla solitudine e dalla vita spogliata delle caratteristiche di umanità di Jean e Joan, grazie al loro progetto di scavare un tunnel per giungere a un luogo mitico e desiderato, che a tratti nel film è evocato dalle lontane Isole Orcadi.
Il film si chiude con il tema con cui si apre, la ricerca surreale e ossessiva dell’amore, il desiderio di un doppio di se stessi o di un Sosia come energica smentita del potere della morte (Freud, 1919) anche se può evocare una dimensione persecutoria.
A conferma del senso di un tempo fermo stanno le battute di chiusura dell’uomo che trova le protagoniste e dice loro che non possono uscire dal tunnel perché di fatto non ci sono mai entrate e a cui viene risposto che “ognuno dovrebbe scavare un tunnel attraverso una montagna”, si potrebbe dire che se non si abita la propria soggettività non si può accedere a un senso del reale ma la bellezza del film sta nel saper stare fuori da quel senso del reale, saper dare vita a un grandioso progetto che scavi a fondo nella condizione umana: la grotta meravigliosa dove si possono esprimere le forme del proprio ideale.
Bleger J. (1967). Simbiosi e ambiguità. Studio psicoanalitico. Libreria Editrice Lauretana, 1992
Carrère E. (1982). Werner Herzog, Cinégraphiques, Parigi, Ediling.
Freud S. (1919). Il perturbante. O.S.F., 9