Cultura e Società

“Castaway on the moon” di Lee Hae-jun. Recensione di Ludovica Blandino

Recensioni Cinema
"Castaway on the moon" di Lee Hae-jun. Recensione di Ludovica Blandino

Parole chiave: disagio, contemporaneità, crescita, XXII Congresso Nazionale Spi

In occasione del XXII Congresso Nazionale della SPI, che si terrà a Genova dal 21 al 24 maggio 2026 e sarà dedicato al tema della cura, la sezione Cinema di SPIWEB propone la recensione di “Castaway on the Moon”. Il film, con la sua delicata esplorazione della solitudine, dell’isolamento e della possibilità di ritrovare un legame con sé e con l’altro, offre uno sguardo particolarmente significativo sulle diverse forme della cura: cura come ascolto, come presenza, come apertura a una relazione capace di trasformare l’esperienza del dolore e della separazione.

Ludovica Blandino e Mirella Montemurro 

Autrice: Ludovica Blandino

Titolo: “Castaway on the moon”

Dati sul film: regia di Lee Hae-jun, corea del sud, 2009, 117’

Genere: drammatico

Kim e` un uomo disperato e distrutto dalla vita: la fidanzata l’ha lasciato, e` pieno di debiti, e` stato licenziato dal lavoro, ma soprattutto e` molto solo. Pur vivendo a Seoul, una delle citta` piu` densamente popolate al mondo, quando scavalca il parapetto del ponte per gettarsi nel fiume Han nessuna macchina si accosta e nessuno scende per fermarlo. Attorno a lui nessuno sembra vederlo. E Kim si butta.

La storia potrebbe essere gia` finita prima di cominciare, ma questo piccolo film di culto del cinema coreano contemporaneo che oscilla tra il surreale e l’ironico, ma al contempo riesce ad essere molto profondo e poetico, riserva delle sorprese inattese. Infatti, il piano di Kim fallisce e lui, invece di morire, si sveglia su quella che sembra la spiaggia di un’isola deserta, lasciandoci immaginare, per qualche istante, un luogo paradisiaco. Purtroppo, quasi subito scopriamo che e` approdato su un isolotto disabitato e pieno di immondizia nel mezzo dell’inquinato corso d’acqua che attraversa la citta`.

La nuova condizione in cui si ritrova sembra la vivida metafora del suo mondo interiore: scartato dalla societa` e rifiutato da tutti, si ritrova isolato nel mezzo di una metropoli che, pur vedendo a portata di mano, non e` in grado di raggiungere.

Alter ego di Kim e` una ragazza hikikomori, anche lei di nome Kim, che da tre anni vive isolata nella propria stanza senza contatto con il mondo esterno. A farle compagnia solo cumuli di immondizia. Le sue giornate trascorrono nel tentativo di costruire un mondo parallelo in cui fare vivere il suo avatar, personaggio socievole e anche molto avvenente, al contrario di lei che ha una grossa cicatrice sulla fronte. Il suo hobby e` osservare e fotografare la Luna con un teleobiettivo; lì` manca la gravita` e “se non esiste nessuno non esiste la solitudine”. Solo due volte l’anno, in occasione dell’esercitazione militare a Seoul, apre la finestra per guardare la citta` che si ferma immobile. In una di queste “escursioni” nel mondo esterno vede Kim sull’isolotto e il suo messaggio Help scritto sulla sabbia.

Lei pensa a lui come un alieno e ne rimane affascinata, probabilmente scorgendo il suo stesso isolamento, la sua stessa distanza dal mondo, la sua stessa difficolta` e paura di prendervi parte. Quelle dei protagonisti sono due forme di isolamento complementari, alimentate pero` dalle medesime motivazioni: la perdita della speranza e l’impossibilita` di comunicare con i propri simili. Entrambi, infatti, vivono in un mondo contemporaneo iperconnesso e sovrappopolato, ma povero di relazioni autentiche e di contatto emotivo. Mentre Kim inizialmente soffre per l’isolamento in cui si trova – il tentativo di gettarsi dal ponte evoca delle braccia che non tengono ma lasciano cadere – la ragazza sembra invece cercare di creare un vuoto di legami per proteggersi, illusoriamente, dal contatto con carenze relazionali; almeno sulla Luna non c’e` gravita` e si puo` fluttuare, fantasticando così` un reinfetamento difensivo rispetto a crolli gia` vissuti in precedenza (Winnicott, 1963).

La mancanza di uno sguardo, di un ascolto e di una presenza che fungano da ancoraggio per la propria esistenza produce uno scivolamento verso il disinvestimento dalla vita: lui tenta di suicidarsi quando nulla lo tiene piu` legato al mondo e lei si chiude in un armadio-bara rivestito di pluriball, dove si ipnotizza per svenire addormentata.

In questa ambientazione che rievoca Castaway di Zemeckis e Robinson Crusoe di Defoe, assistiamo pero` a una graduale rinascita alla vita. Bloccato sull’isolotto Kim si imbatte in un cespuglio di fiori il cui nettare dolce non sugge da moltissimi anni. La scoperta di questo ricordo nutriente e buono della propria infanzia rappresenta la possibilita` di ricominciare a sperare e dunque un primo ancoraggio e reinvestimento libidico nell’esistenza. Il suicidio passa in secondo piano e Kim inizia a prendersi cura del luogo in cui si trova, pulendolo e sistemandolo. E` pero` il ritrovamento di una confezione vuota di spaghetti ai fagioli neri e di un’ultima, piccolissima, bustina di condimento, l’oggetto buono che, emerso dal cumulo di sporcizia e macerie dell’isolotto, ma anche e soprattutto del suo mondo interno degradato e parzialmente distrutto, gli restituisce il desiderio e con esso la speranza. Da lì` in avanti Kim cerchera` in tutti i modi di fare germogliare dei semi, trovati nel guano degli uccelli, per produrre grano e potere cucinare degli spaghetti. Riuscire a produrre con le proprie energie e risorse una pannocchia diventa per lui di vitale importanza: ora ha trovato il suo posto e la sua casa e questo lo rende meno solo e disperato perche´ il futuro diventa nuovamente immaginabile (Bloch, 1959).

Tutti questi cambiamenti e il graduale ritorno alla vita avvengono sotto gli occhi affascinati di lei. “Avanti su, io guardo, tu fiorisci”, scriveva Patrizia Cavalli (2006): dal teleobiettivo della sua stanza la ragazza osserva le trasformazioni che avvengono nella vita di Kim e che le consentono di rispecchiarsi in lui, nelle sue miserie e disperazioni ma anche, e sorprendentemente, nella sua fioritura. Quando la scritta sulla sabbia si trasforma da Help in Hello nasce in lei il desiderio di comunicare con lui e di assaggiare gli spaghetti ai fagioli neri il cui sapore e` quello della speranza. E` chiaro che l’unico modo affinche` i due protagonisti possano uscire dalla loro prigionia e` quello di entrare in contatto tra loro, avvicinandosi l’un l’altro e favorendo l’incontro con un Altro il cui sguardo a`ncori a terra e sostenga.

A questo punto pero` una serie di eventi imprevisti rischieranno di distruggere e spazzare via tutto cio` che stava ora iniziando a germogliare.

Il film ci permette di ragionare sul potente ruolo trasformativo e curativo della speranza, nella vita così` come nella stanza di analisi (Pellizzari, 2015). Quando Kim scorge i fiori della sua infanzia e torna in contatto con un ricordo buono (potremmo immaginare un seno buono) questo lo a`ncora al proprio passato, colmando un bisogno e facendolo sentire meno solo. Ora puo` sorgere anche la speranza, le cui radici affondano nel desiderio, che consente lo sbocciare della fiducia in un futuro possibile. Il riscoprirsi vitale, vivo e creativo di Kim innesca desiderio anche nella ragazza che si rispecchia in lui e inizia a sperare di potere esistere ed essere compresa.

Se nella stanza di analisi la speranza alimenta il legame terapeutico e le forze vitali della coppia al lavoro (Corsa, Monterosa, 2015), dobbiamo anche noi sperare che i germogli che hanno messo radici nella ragazza possano innescare un processo che curi le sue ferite e possa magari aiutare anche lui a curare le proprie.

Bibliografia

Bloch E. (1959). Il principio speranza. Milano, Garzanti, 2005.

Cavalli P. (2006). Bene, vediamo un po’ come fiorisci. In: Pigre divinità e pigra sorte. Torino, Einaudi.

Corsa R. Monterosa L. (2015)  Speranza

Pellizzari G. (2015). Due aspetti dell’azione terapeutica: speranza e metafora. Riv. Psicoanal., 1, 157-170.

Winnicott D. (1963). Paura del crollo. In: Esplorazioni psicoanalitiche. Milano, Raffaello Cortina, 1995.

“Castaway on the moon” di Lee Hae-jun. Recensione di Ludovica Blandino Monica Castellini

Ti potrebbe interessare...