Parole chiave: disforia di genere, trans-identificazioni
Autore: Simona Fassone
Titolo: “The Danish girl”, 2015
Dati: regia di Tom Hooper, USA, Regno Unito, Danimarca, Belgio, Germania, Giappone, 1h 59m
Genere: Drammatico, biografico
Tratto dal romanzo “La danese”, di David Ebershoff (2000), liberamente ispirato alla vita di due pittrici danesi, Lili Elbe e Gerda Wegener, il film, che vanta l’Oscar per la miglior attrice non protagonista a Alicia Vikander, è ambientato nella Copenaghen del 1926.
L’inizio del film ha una tonalità di leggerezza, in cui si è colpiti dalla complicità tra marito e moglie di una splendida giovane coppia di pittori, Einar e Gerda, che si amano molto visibilmente, con audacia e passione: flirtano, c’è intesa, lui la chiama “mia vita, mia sposa”.
Lei, quasi premonitrice di quanto avverrà, facendo il ritratto a un cliente, teorizza più o meno scherzosamente: “Un uomo non ama essere osservato da una donna, lo destabilizza, ma se si lasciasse andare, sarebbe piacevole”. Ed è infatti il suo sguardo osservatore sul giovane marito che, intuitivamente e senza riflessione, coglie in lui qualcosa a cui lui stesso non ha ancora mai dato significato, e che certamente lo destabilizzerà.
Un giorno Gerda infatti gli chiede di posare per lei in veste di donna perché la sua modella non può venire e lei è in ritardo con la consegna. Gli offre le calze di seta da indossare, e lo prega di mettersi in posa, drappeggiando la veste sulle gambe. A Einar, turbato, trema il mento mentre sfiora il delicato tessuto e si osserva posare. È un’epifania, tattile e visiva. Gerda scherza dicendogli “D’ora in poi ti chiameremo Lili”.
Nei ricordi del loro essersi conosciuti e innamorati spicca il racconto che lui fa delle caviglie sfrontatamente esposte di lei, che lo hanno incantato, ed ora lui osserva le proprie, sottili e fasciate di seta. La donna rievoca di essere stata lei a fare il primo passo e a baciarlo (“E’ stato come baciare me stessa”), come già cogliendo in nuce una verità ancora nascosta.
Fin dalle prime note del film, si coglie un’intuizione amorosa di lei nei confronti del suo uomo, che, proprio perché molto amato, viene inconsapevolmente facilitato nella scoperta di una parte di sé non ancora consapevole. Nel guardare il film ci si chiede “Ma perché? Perché Gerda sembra spingere l’oggetto del suo amore verso una consapevolezza che la farà poi tanto soffrire?”, similmente a quelle situazioni in cui un partner fa conoscere e quasi spinge tra le braccia dell’altro qualcuno che diverrà poi il/la suo amante. La risposta forse può trovarsi proprio nell’amore, quell’amore che riconosce la natura dell’altro qualunque essa sia, ancora prima che la ragione intervenga. E’ come lo sguardo materno che intuisce i bisogni identitari del bambino, li scorge prima ancora che a lui siano chiari. Come non parlare di quel rispecchiamento winnicottiano così necessario per la nascita e lo sviluppo del Sé? Winnicott (1971) dice: “Che cosa vede il lattante quando guarda il viso della madre? Secondo me di solito ciò che il lattante vede è se stesso”. Gerda riconosce e restituisce al suo Einar una parte di lui ancora a lui stesso sconosciuta, proprio perché Gerda è il suo “contenitore”, ed esercita per lui, volente o nolente, la propria reverie. Rende pensabile l’impensabile, e lo fa istintivamente, senza ragionarci, con il suo semplice esistere ed amare il marito.
Infatti, a conferma dell’importanza dello sguardo dell’altro affinché si possa esistere compiutamente, il film terminerà con una frase struggente di Lili, morente: “Ho sognato di essere una bambina nelle braccia di mia madre. Lei mi guardava negli occhi e mi chiamava Lili”.
Il film è imperniato sul bisogno di riconoscimento della natura di ogni essere umano. E’ certamente un film sulla transizione, sulla transessualità, sul drammatico destino che queste persone avevano un secolo fa, ma sembra essere in senso più ampio un film su quel tipo di amore che si esprime nel dare all’altro, attraverso il riconoscimento, la possibilità di essere il più compiutamente possibile se stesso.
Il bisogno di riconoscimento colpisce profondamente nella scena in cui Einar, che inizia a presentarsi nel mondo nei panni di Lili, va a casa di un uomo, Eric, che per primo la desidera come donna, ma non appena egli cerca di toccarla nelle parti intime, Lili scappa, sgomenta e spaventata. Il suo bisogno non era ancora sessuale, era di essere vista e desiderata come donna. Sorge inoltre in lei il doloroso dubbio che lui abbia capito che lei non è una donna, e che sia attratto da lei per il suo essere un uomo dalle sembianze femminili, ma con un pene; cosa che invece non è ciò che lei vuole: è infatti sempre più chiaro che Lili desideri struggentemente essere donna. Vuole una vagina, vorrebbe, se mai fosse possibile, generare dei figli con il suo corpo. Più tardi nel film Lili dirà a Gerda che tra lei e Eric, l’uomo del primo bacio, non può esserci niente, perché lui è omosessuale.
Se all’inizio della pellicola l’aspetto “disforico” non è presente, perché lo spettatore vede un uomo felice di stare al mondo e di stare in un appassionato rapporto di coppia eterosessuale, via via che il tempo scorre diventa invece sempre più evidente il rifiuto del protagonista verso il suo corpo maschile, e il bisogno di riallineare il vissuto interno di essere una donna con il corpo. E’ per questa crescente disperazione che Lili decide di sottoporsi al parere di 4 successivi “esperti”, che emettono diagnosi fantasiose e sbagliate, dallo squilibrio chimico, alla schizofrenia, al disturbo dissociativo dell’identità, all’omosessualità. Finalmente il quinto dottore sembra sintonizzarsi e comprendere il bisogno di Lili, ed a lui Lili si affida: “Questo non è il mio corpo professore, la prego, me ne liberi”.
Un aspetto delicato e toccante della pellicola è il lungo adattamento doloroso (una transizione anche per lei, si potrebbe dire) che Gerda deve fare per comprendere e accettare che Einar diventi Lili. E’ un lutto legato a una perdita molto significativa per lei. Dapprima Gerda crede che Lili compaia solo tra loro, a letto, nei loro giochi d’amore, e non sembra troppo turbata, consente che il marito si senta libero, esplorano insieme questa sfaccettatura della loro ricca intimità. Ma un giorno vede Lili baciare un uomo, e lì si sente tradita, dice a Einar: “E’ meglio che Lili non venga più”. Se Lili porta Einar lontano da lei, non è più disposta al gioco. Dice: “Lili non esiste, l’abbiamo inventata, era solamente un gioco!”. Ma Einar le risponde “Ma poi qualcosa è cambiato…”
Con fatica Gerda lascia lentamente andare il suo Einar, e continua ad amare Lili. Poco prima dell’intervento chirurgico Lili le dice: “Divento come mi vedi: tu mi hai fatta bella e ora mi fai forte”. “Tu hai sentito il mio desiderio prima di tutti”.
Molto malinconico il finale in cui Gerda, accompagnata dall’amico di infanzia di Einar, Hans, che ha amato sia Einar sia Lili e che ora sembra amare Gerda, si reca nello stesso paesaggio che Einar soleva dipingere, e mentre un refolo di vento le porta via la sciarpa di seta che lui/lei le aveva regalato, le sue ultime parole sono: “Lasciala volare…”.
Bibliografia
Ebershoff, D. (2000), La danese, Guanda, Milano, 2001
Winnicott, D.W., (1971), Gioco e realtà, Roma, Armando, 2006