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Cinemente. “La vita da grandi” di Greta Scarano. Tra schermo e sala, quando il film cambia luogo. Di Joy Frezza

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Cinemente. "La vita da grandi" di Greta Scarano. Tra schermo e sala, quando il film cambia luogo. Di Joy Frezza

Parole chiave: Identificazioni, confini

Cinemente/12

“La vita da grandi” di Greta Scarano

Tra schermo e sala, quando il film cambia luogo

di Joy Frezza

(…) Morire quanto necessario, senza eccedere.

Rinascere quanto occorre da ciò che si è salvato. (…)

W. Szymborska (2009)

‘’Autotomia’’, in La gioia di scrivere. Tutte le poesie, Milano, Adelphi

Roma, Palazzo delle Esposizioni

41°53′58.18″N 12°29′24.43″E / 14. 05. 2026 / 20.00

Per un tempo delimitato succede di ritrovarsi in un gruppo di sconosciuti che accetta di guardare nella stessa direzione e di condividere silenzi, attese e sospensioni. Non si tratta di un gruppo in senso stretto ma di un legame temporaneo nato da un’esperienza comune. È questo, forse, ciò che è accaduto al Palazzo delle Esposizioni in occasione della proiezione de La vita da grandi, esordio alla regia di Greta Scarano e inserito nella rassegna Cinemente. I versi di Wisława Szymborska posti in apertura sembrano restare in sottofondo per tutta la serata, come una traccia possibile di ciò che si perde e di ciò che si salva. A un certo punto, il film è sembrato uscire dallo schermo per prendere posto in sala, entrando nei pensieri e nei vissuti dei presenti.

Al centro della trama ci sono Irene, una giovane donna dalla vita apparentemente definita, e il fratello maggiore autistico, Omar, attorno al quale ruotano gli equilibri e le aspettative della famiglia. Il film racconta il loro riavvicinamento senza scivolare nel didascalico o nel buonismo. Mostra, invece, cosa succede quando un equilibrio familiare apparentemente stabile comincia a crepitare e smette di reggere allo stesso modo per tutti.

Irene non è semplicemente la sorella che si prende cura, così come Omar non è soltanto chi riceve assistenza. Ci si accorge presto che i ruoli, per quanto induriti dal tempo, non sono così immobili come sembrano. Omar sfida l’ambiente circostante, provoca, insiste, destabilizza ma soprattutto esprime desideri vivi. Irene, al contrario, appare responsabile e adulta ma anche intrappolata in un’identità fatta su misura per il sistema familiare. Più che sulle contrapposizioni tra fragilità e forza o tra dipendenza e autonomia, il film si concentra su quelle identificazioni reciproche che tengono in piedi i legami. Attorno a loro si dispongono anche gli altri, ciascuno con una funzione riconoscibile. La madre, custode di un equilibrio che protegge e insieme immobilizza, il compagno di Irene, che rappresenta l’alternativa di una vita oltre i confini domestici, il padre, defilato ma emotivamente presente.

Durante e dopo la proiezione, la stessa dinamica familiare si è proiettata all’interno della sala. Anche tra il pubblico, un po’ alla volta, ognuno ha iniziato a trovare il proprio posto.

La regista si è mostrata generosa, custode del racconto ma disposta a lasciarlo andare lontano da sé, senza irrigidirlo con troppe spiegazioni. Le due psicoanaliste, chiamate a offrire parole, connessioni e una struttura capace di dare forma a ciò che iniziava a muoversi in sala, hanno svolto una funzione che non ha riguardato solo i singoli interventi ma il contenimento e l’organizzazione dell’esperienza condivisa. E poi il pubblico, chi ha preso parola e anche chi è rimasto in ascolto.

In sala c’era chi vedeva il film per la terza volta, perché forse alcune storie continuano a lavorare dentro senza esaurirsi in una sola visione. Chi insisteva sulla parola autenticità, esprimendo sollievo per un racconto privo di stereotipi, chi coglieva lo spunto per chiedersi cosa significhi davvero vivere, e non solo esistere. Altri ancora, rispecchiandosi in alcune rigidità, riflettevano sul confine sottile tra normalità e patologia. Una riflessione che spostava improvvisamente il baricentro, da Omar, l’altro osservato, a qualcosa che riguardava ciascuno dei presenti.

Forse questo scambio è stato possibile perché il film toccava qualcosa di sufficientemente riconoscibile da raggiungere molti dei presenti, ciascuno da un punto diverso. Sullo schermo sono passate tante sfumature diverse d’amore. Quello tra fratelli, quello che protegge ma stringe troppo, quello che fatica a lasciar andare e quello desideroso di autonomia che si scontra con la paura di separarsi.

Un po’ come l’immagine di un armadio stipato all’inverosimile, che resta chiuso finché qualcuno non apre l’anta e allora tutto precipita, confusamente, addosso. Forse per alcuni il film ha avuto questa funzione, quella di aprire un punto da cui hanno cominciato a cadere cose tenute ferme altrove.

Più che una sequenza di domande e risposte, l’incontro ha preso la forma di uno spazio di pensiero comune. Il film ha smesso di essere solo un oggetto da commentare ed è diventato qualcosa con cui pensare. Per questo la serata si è mossa in una zona di confine. Non eravamo un gruppo nel senso classico, certo, ma nemmeno una semplice somma di spettatori. È nato qualcosa di intermedio e passeggero, tenuto insieme dalle emozioni che la storia ha messo in circolo piuttosto che dal film in sé. Echi, paure e vissuti personali che, nati nel privato, hanno trovato nelle parole degli altri una forma condivisibile e, a poco a poco, comprensibile.

Lo spostamento di questi confini, all’apparenza così netti, è stato l’aspetto più denso della serata. In quei momenti sono sfumate le distanze tra chi osserva e chi è osservato, tra normalità e differenza, tra l’esperienza del singolo e il pensiero collettivo. Il pubblico ha smesso di essere solo una platea presente in sala per diventare una comunità temporanea capace di pensare e sentire insieme. Qualcosa che rendeva reciprocamente pensabili, per un momento, le singolarità di ognuno senza cancellarle. Forse non un gruppo, ancora, o non davvero, ma di sicuro qualcosa che non coincideva più con la semplice compresenza di corpi rivolti nella stessa direzione.

Cinemente. “La vita da grandi” di Greta Scarano. Tra schermo e sala, quando il film cambia luogo. Di Joy Frezza Monica Castellini

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