Cultura e Società

“La caja” di L. Vigas. Recensione di E. Marchiori

7/09/21
Bozza automatica 8

Autore: Elisabetta Marchiori

Titolo. “La caja” (“La scatola”) (dal 78° Festival del Cinema di Venezia). Sezione “In Concorso”.

Dati sul film: regia di Lorenzo Vigas, Messico, USA, 2021, 92’

Genere: drammatico

Lorenzo Vigas è in Concorso con “La Caja” (“La cassa”), ultimo capitolo della sua Trilogia dedicata alla paternità in America Latina, iniziata con il corto “Los elefantes nunca olvidan”, sviluppato nel lungometraggio d’esordio “Desde Allá”, con il quale è stato il primo regista sudamericano a vincere il Leone d’Oro, nel 2016, suscitando un grande interesse anche in ambito psicoanalitico (https://www.spiweb.it/cinema/desde-alla-from-afar-da-lontano/; https://www.spiweb.it/cinema/ti-guardo-desde-alla-from-afar-da-lontano/)

È destinata a fare altrettanto anche “La Caja”, un’opera che conferma l’originalità della cifra stilistica di Vigas, oltre alla capacità di sondare dinamiche psichiche profonde con nitida intelligenza.

La scatola, o cassa, cui si riferisce il titolo, è il contenitore di metallo con dentro i resti del padre “desaparesido” di Hatzin un ragazzino di tredici anni di Città del Messico. È un orfano e vive con la nonna, che è malata e non può accompagnarlo a recuperarla. Subito dopo aver ritirato la cassa, Hatzin incontra un uomo che riconosce come suo padre da una foto. Restituisce la cassa denunciando “un errore” e inizia con insistenza a seguire l’uomo e a cercare un contatto con lui che, in un primo momento, lo respinge, ma poi lo prende con sé, facendosi aiutare nel suo lavoro di procacciatore di lavoratori sottopagati per le fabbriche, approfittando del fatto che è andato a scuola, sa scrivere e contare. Nello svolgersi della storia, quell’uomo che Hatzin voleva fosse suo padre lo introduce in un mondo che si rivela spietato, portandolo a compiere una scelta non scontata.

Come in “Desde Allá” l’incontro tra i due protagonisti è fatto di avvicinamenti e respingimenti fisici silenziosi, violenti o teneri, di sguardi intensi che si fissano e si distolgono. Mancano le parole, i discorsi sono frammenti e alludono senza spiegare, sospendendosi nell’incertezza e nell’ambiguità. La perversione in questa seconda pellicola non riguarda l’ambito sessuale della relazione tra i due protagonisti, ma si rivela nella crudeltà e nella doppiezza dell’adulto nei confronti degli esseri umani che sfrutta e può uccidere senza pietà.

Settembre 2021

Il film è intriso di una violenza “inevitabile” in quanto, come spiega lo stesso Vigas (screedayly.com), è “normale” in America Latina , dove milioni di persone vivono in assoluta povertà e centinaia scompaiono senza lasciare traccia.

La disperata ricerca di un padre da parte di Hatzin vuole riflettere, per il regista, quella della realtà sociale e politica dell’America Latina, dove leader quali Chávez o Perón sono andati a riempire proprio quel ruolo paterno lasciato vacante.

Vigas riesce a muoversi tra la storia individuale e quella politico-sociale proponendo un film che offre l’avvio a molteplici riflessioni, cui conto dedicare altro tempo e spazio.

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