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Cinemente. “La guerra di Piero”: separazione e individuazione. Report della sesta serata di Annamaria M. Strangio

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Cinemente. “La guerra di Piero”: separazione e individuazione. Report della sesta serata di Annamaria M. Strangio

Parole chiave: Cinemente, cinema e psicoanalisi, romanzo di formazione, adolescenza, trauma 

“La guerra di Piero”: separazione e individuazione

Cinemente. Rassegna di psicoanalisi e cinema, XII edizione.

Report della sesta serata di Annamaria M. Strangio

“Tutte le mattine, prima di portare Giovanna al nido, e poi andare a lavorare in ospedale, Susy mi accompagna al lavoro in macchina. E tutte le mattine, che piova o ci sia il sole, lei mi dice la stessa identica cosa: “sei sempre più bello”. E io vado a lavorare contento. Chi lo sa, forse sono rincorbellito del tutto, o forse sono felice…a parte quella specie di ovo sodo dentro, che non va né in su né in giù, ma che ormai mi fa compagnia come un vecchio amico…”

Il film Ovosodo di Paolo Virzì racconta la storia di Piero, un bambino su cui grava fin dalle prime scene, un grave lutto: la perdita della madre. Virzì costruisce il film come un romanzo di formazione; Piero racconta in prima persona le sue vicissitudini e i suoi tormenti interiori. L’ironia fa da sottofondo a tutti gli avvenimenti. Il protagonista sembra attraversare la sua vita, nonostante il lutto, un padre millantatore e incostante e un fratello disabile, con leggerezza. Quella leggerezza che a dirla come Calvino, non è superficialità.

Il film è anche uno straordinario affresco di una Livorno anni ‘80, divisa tra quartieri proletari chiassosi, boccacceschi e zone eleganti, ricche, al sicuro da problemi di povertà e inquinamento. La contaminazione tra questi estremi avviene attraverso i personaggi, che in maniera più o meno autentica, abitano le zone di intersezione.

Nel corso della serata organizzata dalla Società Psicoanalitica Italiana, la proiezione del film è stata seguita dall’intervento del dott. Fabio Castriota (CPdR) e da quello proposto dal dott. Filippo Maria Moscati (CPdR), centrato sul processo di separazione e individuazione, nell’infanzia e adolescenza di Piero, il protagonista, e sulla melanconia strisciante che attraversa il film e lo conclude. 

La presenza del regista, Paolo Virzì, che ha partecipato all’incontro con grande disponibilità e generosità, condividendo osservazioni, ricordi e riflessioni sul processo creativo, ha arricchito la discussione e fornito spunti molto interessanti.

Ovosodo, sia dal punto di vista del regista, che del dott. Moscati è assimilabile a un romanzo di formazione: la storia di un bambino, poi ragazzo, che si conclude con un progetto di vita appena iniziato.

Piero è un bambino che diventa presto orfano; lo lascia una madre sofferente, forse depressa, con un padre, inaffidabile, rozzo, incapace di sintonizzarsi con i desideri e le aspettative degli altri, ma solo con le proprie. Un millantatore, che aveva sedotto la madre con delle bugie, che conquista nello stesso modo, una giovane donna che introduce in casa, poco dopo la morte della moglie e che finisce presto in carcere, lasciando i figli, con questa donna incinta.

Piero è il secondo di due figli; il fratello Ivano è disabile, affettivo, ma incapace di dare a Piero un confronto e un supporto dialettico.

Giovanna, la professoressa di letteratura delle medie frequentate da Piero, è un punto di riferimento, una figura che evoca il materno del protagonista per affetto e somiglianze.

Giovanna è una donna depressa, sofferente, appesantita da un lutto a sua volta, che però accende le potenzialità di Piero, lo spinge a studiare, a iscriversi al liceo classico, suggerisce letture, indica una strada di emancipazione.

Al liceo Piero incontra una realtà diversa da quella cui era abituato; i suoi compagni di classe, sono blasonati; il primo giorno di scuola la professoressa sciorina parentele altisonanti e Piero, per sopravvivere, costruisce un falso sé, ma attinge anche alle sue risorse più autentiche.

Vende i temi di italiano e si guadagna il rispetto dei compagni, ribellandosi al nonnismo dei primi giorni di scuola, con un cazzotto bene assestato, frutto dell’esperienza di vita, nel suo difficile quartiere.

All’inizio dell’ultimo anno di liceo arriva, come per molti adolescenti, un compagno, un sodale, Tommaso, che stravolge e arricchisce la vita di Piero.

Tommaso, come il padre del protagonista, è un millantatore, un bugiardo, un egoista. È un ricco rampollo della borghesia livornese, che si finge povero, chiedendo finanche i soldi per la benzina a Piero, povero in canna.

La vita del ragazzo, trascorsa fino a quel momento in maniera lineare, conosce, grazie a Tommaso, gli eccessi dell’adolescenza; Tommaso è per Piero un vate, un modello. È una figura che in poco tempo raggiunge, nel mondo interno del ragazzo, il posto occupato da Giovanna.

Il dott. Moscati nel suo intervento, sottolinea come l’incontro tra i due, orchestrato da Piero, fosse un tentativo di ricreare idealmente una coppia genitoriale; l’incontro, tuttavia, segna l’inizio dell’epoca della disillusione, del disincanto.

A partire da questo episodio, nel film, inizia il disvelamento, la caduta dei miti e il processo di individuazione di Piero, che scopre lentamente e inesorabilmente, il suo vero sé.

Piero conosce anche i tormenti e le gioie dell’amore, perdendo la testa per Lisa, la cugina di Tommaso, fragile, volubile e narcisista, che ingaggia con lui una relazione discontinua e fonte di enorme sofferenza.

La discussione, condotta dal dott. Moscati, si focalizza su un interrogativo: la fine del film, segnata anche dalla melanconia rappresentata figurativamente dall’ovosodo, che non va né su né giù, segna una conclusione lieta o triste?

La sala si divide; per alcuni le potenzialità di Piero finiscono schiacciate dal peso implacabile delle sue origini, dei suoi traumi, che non gli consentono di ribaltare un destino già scritto. Piero infatti, in barba alle sue capacità di scrittore e alla sua sensibilità, diventa operaio nella fabbrica del padre di Tommaso, sposa Susy, la vicina dolce e goffa, da sempre innamorata di lui e insieme hanno una figlia, che prenderà il nome di Giovanna, morta suicida.

Un destino dimesso, coerente con le sue origini, imprigionato in esse o autentico, che accetta i limiti della propria esistenza e riesce così a conoscere la gioia e la soddisfazione?

La risposta forse non è univoca.

La psicoanalisi ci insegna che non possiamo prescindere dal nostro punto di partenza, dalle nostre relazioni iniziali, dall’imprinting che lasciano in noi.

Home is where we start from, diceva Winnicott; è dalla conoscenza delle nostre origini, dei limiti e delle potenzialità che ne sono derivate, che possiamo forse accedere alle nostre parti più autentiche e dunque alla felicità.

Piero prova a risolvere i suoi dolori con un ricongiungimento ideale, quello tra Giovanna e Tommaso, propone Moscati. Qualcosa, come nel caso dei genitori, va storto; Tommaso sparisce, come il padre che finisce in carcere, e Giovanna, si ammala e poi muore. Piero è di nuovo solo; tenta di consolarsi esprimendo la sua rabbia. Va in cerca di Tommaso, con il suo miglior amico di quartiere Mirko, che sogna di diventare poliziotto.

Si ritrovano insieme in mezzo a tanti ragazzi ricchi e anarchici, che contestano il potere di cui la polizia è espressione. Perché i poliziotti sono figli dei poveri, come scriveva Pasolini.

Piero affronta Tommaso, lo picchia, per sfogare la sua rabbia e la sua delusione e, forse, inizia a vederlo per la prima volta per quello che è, a differenziarsene e a separarsene.

Dopo la maturità, i loro destini infatti si divideranno inesorabilmente. Tommaso potendo contare su appoggio e denaro famigliare verrà promosso, nonostante un orale disastroso, e si iscriverà all’università, Piero invece no.

Il posto di lavoro in fabbrica, la fine della storia con Lisa, l’incontro con Susy, saranno l’epilogo di questo stupendo film-romanzo di formazione.

Piero non manderà però giù il suo ovosodo.

Ovosodo è anche il nome del suo quartiere di origine.

Il protagonista non può negare, né rimuovere quello che ha vissuto, i traumi che ne sono derivati, che probabilmente non gli consentono di superare alcuni limiti ma, alla fine, non gli impediscono di abitare, lì dove c’è stato dolore, con la gioia di una nuova vita, abbandonando le formazioni falso sé, cui aveva pensato di doversi affidare, per sopravvivere.

Emerge nella discussione una nota politica, a cui il regista tiene molto.

Alle potenzialità infinite cui il capitalismo sembra averci abituato, la umili origini di Piero, sembrano contrapporre un orizzonte ristretto di possibilità. La denuncia sociale nel film è potente.

L’osservazione della realtà, in tutte le sue sfaccettature, accomuna l’opera dell’analista e del regista, chiosa il dott. Castriota.

Credo che la psicoanalisi abbia l’onere di aiutare chi si affida ad essa, a conoscersi profondamente, impedendo che ci si possa rifugiare negli eccitamenti maniacali, simili alle infinite potenzialità dei dettati capitalistici, se vuoi puoi, per fuggire alla tristezza e alla frustrazione che derivano dalle carenze, da cui certe esistenze sono gravate. Credo altresì che i vuoti, i traumi non rappresentino ostacoli insormontabili al raggiungimento di un’autentica felicità se non vengono negate e rimosse, ma conosciute e un po’ forse anche amate.

Cinemente. “La guerra di Piero”: separazione e individuazione. Report della sesta serata di Annamaria M. Strangio Monica Castellini

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