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“Father mother sister brother” di J. Jarmusch. Recensione di Stefano Monetti

Recensioni Cinema
"Father mother sister brother" di J. Jarmusch. Recensione di Stefano Monetti


Parole chiave: scissione, falso sé

Autore: Stefano Monetti

Titolo: Father mother sister brother

Dati: regia di Jim Jarmusch, USA – Irlanda – Francia, 2025, 112’

Genere: drammatico, sentimentale, commedia

“Era una voce sgradevole ed estranea,
così separata da lei, dal grazioso viso triste e magro;
era come se avesse appena finito d’imparare una lingua,
un argomento di conversazione in una lingua straniera”

Juan Carlos Onetti, Il volto della disgrazia

É uscito nelle sale il film vincitore del Leone d’oro alla mostra di Venezia 2025: “Father mother sister brother”. É composto da tre episodi che narrano di riunioni familiari. In Father fratello e sorella vanno a trovare dopo alcuni anni il loro padre che vive solo in una casa di campagna nel New Jersey. Spesso il padre chiede loro aiuti economici mostrandosi in condizione di indigenza. Nella seconda parte, Mother, ambientato a Dublino, una scrittrice anziana invita a casa sua, come accade una volta l’anno, le due figlie, preparando loro un té con vari dolci. Il terzo racconto, Sister brother, presenta due gemelli, un maschio e una femmina, intenti a liberare la casa dei genitori deceduti, rivivendo il passato tramite oggetti e fotografie.

Vari elementi collegano i tre episodi: in tutti i genitori sono complessivamente inadeguati, inaffidabili o affettivamente distanti, ed è emblematico che la terza parte, in cui i genitori mancano, sia quella più conciliata. Jarmusch ci presenta tre tipi di famiglie disfunzionali i cui membri, per evitare drammatici conflitti, sono costretti a recitare una parte, una recita faticosa che li costringe a vedersi pochissimo. I protagonisti dei primi due episodi lasciano intendere, nelle loro esitazioni, di essere ben diversi da come si presentano nella breve riunione familiare. Nella terza parte i problemi emergono quando fratello e sorella trovano alcuni documenti dei genitori.

Un film che esemplifica bene quel che Winnicott ebbe a definire falso Sè, ovvero quell’organizzazione difensiva della persona che si origina nell’infanzia come modalità di adattamento a un ambiente deficitario. Scrive Winnicott: “qualora l’ambiente si dimostrasse insicuro, egli [il bambino] sarebbe costretto ad accollarsene la funzione di modo che il vero Sè resterà nascosto e noi potremo vedere soltanto un falso Sè impegnato nel doppio compito di nascondere il vero Sè e di compiacere le fluttuanti richieste che il mondo avanza” (Winnicott, 1965, 194-195). Nei primi due episodi del film emergono in modo indiretto e violento gli elementi critici accennati da Winnicott: i genitori non si mostrano in grado di comprendere i figli, i quali hanno perso la speranza di essere compresi o di ricevere affetto. Di fronte a un “ambiente insicuro” i figli si rifugiano in un’identità fittizia, assecondando i genitori per evitare conflitti e nascondere la loro vera identità.

Winnicott scrive che “il falso Sè può adattarsi alla conformazione della famiglia” (Winnicott, 1965, 136); in effetti i dialoghi dei primi due episodi mostrano un’apparente sincronia, probabilmente frutto di un patto inconscio denegativo, secondo il quale i conflitti sono evitati al prezzo di ridurre il contatto affettivo. Possiamo pensare il patto denegativo come un modello di relazione conseguente al falso Sè. Consiste in un’alleanza inconscia, in questo caso tra membri della famiglia, i quali, al fine di mantenere il legame e di evitare il conflitto, decidono di negare una parte della realtà o della propria mente. I patti denegativi “creano nel legame, e in ciascuno dei suoi soggetti, dell’enigmatico, del non-significabile,del non-trasformabile. Delle cancellazioni, delle zone di silenzio […] mantengono il soggetto estraneo alla propria storia e alla storia dell’altro” (Kaës, 2009, 148-149). Nel film i patti denegativi provocano i numerosi silenzi, disorientamenti e fraintendimenti.

In una scena del primo episodio però il patto censorio si rompe, almeno per poco. La figlia chiede al padre se sta “prendendo qualcosa”. Il padre risponde negando di prendere una serie di sostanze: “non prendo eroina, cocaina, stimolanti…”. Nella sua risposta il padre fa emergere la propria condizione di tossicodipendente sottintesa dalla figlia. Le droghe rappresentano gli elementi tossici e conflittuali che vengono taciuti nella relazione, in obbedienza al patto denegativo. I contenuti censurati, metaforizzati dall’elenco delle droghe non assunte, sono esposti con una preterizione, ovvero una figura retorica mediante la quale si afferma di non voler parlare di qualcosa e in questo modo se ne parla. La preterizione esprime un meccanismo difensivo accostabile alla negazione freudiana: un contenuto rimosso vien avvertito ma negato perché inaccettabile. La negazione è dunque una forma di ammissione.

Non ci possiamo aspettare dunque, dal film di Jarmusch, quei dialoghi feroci che caratterizzano le scene familiari dei film di Bergman o, per fare un esempio più recente, di Festen di Thomas Vinterberg. Fedele al suo stile allusivo, Jarmusch accenna ma non dice pienamente, lasciando allo spettatore la libertà di rintracciare le questioni lasciate sullo sfondo. Regista di riferimento del cinema indipendente americano, Jarmusch ha recentemente chiesto la nazionalità francese per “evadere dagli Stati Uniti” (si veda l’articolo comparso su La repubblica del 26 dicembre 2025)[1]. La sua critica alla società americana non è mai stata diretta, ma si è svolta tramite i film in cui egli racconta di persone sole ed emarginate. Uno stile vicino al surrealismo, di cui Jarmusch è profondo conoscitore. Jarmusch tende a presentare gli esiti di un fenomeno più che il fenomeno stesso: la storia di un emarginato anziché le dinamiche sociali che provocano la sua emarginazione. Allo stesso modo alcune opere surrealiste rappresentano l’esito onirico di un conflitto psichico e non il conflitto stesso. Così dell’inconscio conosciamo gli esiti, le tracce.

È allora una lettura interpretativa, di tipo psicoanalitico, a poter chiarire alcune allusioni dei dialoghi del film. Un tema ricorrente è quello dei brindisi: i protagonisti brindano con acqua, té o caffè, e si domandano se sia lecito fare un brindisi con tali sostanze. Un pò come chiedersi se la sostanza (acqua, caffè, té) del loro legame (il brindisi) sia appropriata, se non si tratti di una sostanza inadeguata che inficerebbe la validità del legame. Allo stesso modo le relazioni scisse conseguenti al patto denegativo non sono autentiche, sono dei “brindisi invalidi”. In tutti gli episodi ricorre la parola “Desolandia”, a indicare un posto sperduto che evoca la separazione fisica e psicologica di un membro familiare dagli altri e insieme la sua assenza di affettività, il suo deserto interiore. In effetti un altro elemento comune agli episodi è la difficoltà dei protagonisti a raggiungere il luogo deputato alla riunione: buche, deviazioni stradali, auto che si guastano simboleggiano la difficoltà nell’avvicinarsi all’altro.

In generale il film, fedele al minimalismo del regista, si regge su un cast di attori eccezionali, tra i quali è particolarmente in parte il cantautore Tom Waits.

Bibliografia

Kaës, R. (2009). Le alleanze inconsce, Roma, Borla, 2010.

Onetti, J.C. (1960). “Il volto della disgrazia”, in Triste come lei, Roma, SUR, 2017 168-204

Winnicott, D.W. (1965). La famiglia e lo sviluppo dell’individuo, Roma, Armando Armando, 1968

Film citati

Vinterberg, T. (1998), Festen – Festa in famiglia


[1] Jarmusch J., Voglio evadere dagli Stati Uniti, in: La repubblica, 26/12/2025 https://www.repubblica.it/spettacoli/2025/12/26/news/jim_jarmush_regista_usa_chiede_nazionalita_francese_voglio_evadere_dagli_stati_uniti-425061834/

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