Cultura e Società

“Il trauma coloniale. Indagine psicopolitica sulla colonialità in Algeria” di K. Lazali. Recensione di C. Rocchi

3/09/23
AfrichE. Tra(N)sformazioni. Presentazione a cura di L. Boni, C, Rocchi, D. Scotto di Fasano 1

Chaos + Repair = Universe. Kader Attia, 2014

Parole chiave: Colonialità,Trauma, Sistema di nominazione, Psicopolitica, Forclusione, Fanon, Ferenczi

Karima Lazali, 2018, Il trauma coloniale. Indagine psicopolitica sulla colonialità in Algeria

Trad. dal francese di Barbara Sommovigo, Prefazione di Roberto Beneduce e Simona Taliani, Ed. Astarte, 2022, pp. 300, euro 24,00

Recensione a cura di Cristiano Rocchi

Testo delicato e potente allo stesso tempo, che tocca e risuona, ma anche rompe: rompe certi classici schemi interpretativi della psicoanalisi, rompe il silenzio degli storici su alcuni passaggi cruciali delle vicende narrate, insomma, rompe! È molto difficile recensire un libro come questo senza ripetere banalità, senza adularlo, senza censurarlo. Senz’altro, nella loro notevole prefazione, Beneduce e Taliani hanno ben superato questa prova. Ma questo recensore, bianco, occidentale, psicoanalista ben radicato nella sua cultura giudaico-cristiana, seppur appassionato del Maghreb, dei suoi deserti, dei suoi colori accesi, degli odori acri dei luoghi, delle persone, non sente di avere la piena possibilità di interpretare quanto Karima Lazali scrive nella sua “indagine psicopolitica della colonialità in Algeria”, questo, virgolettato il sottotitolo del testo. L’esaminare, il passare in rassegna (questi i significati di recensire) un testo così interpretativo, sono operazioni già complesse al netto della posizione psichica, sia conscia che inconscia del recensore, rispetto al colonialismo, figuriamoci se questa posizione, potremmo chiamarla controtransferale?, entra, ed è ineludibile che entri, in gioco! Ipocrita sarebbe colei o colui lo volesse negare. Già, la negazione: l’Autrice utilizza a man bassa questo concetto psicoanalitico per rappresentarci situazioni multiple in cui ha svolto il suo ruolo nelle dinamiche psicosociali algerine del post-colonialismo. Negazione, spazi bianchi, diniego, disconoscimento, cancellazione, forclusione, sparizione: tutti termini che si situano nella stessa area semantica, che si guardano l’un l’altro e strizzano l’occhio al lettore, in modo particolare a quello psicoanaliticamente addestrato. Perché non dimentichiamo che Lazali è una psicoanalista (o psicanalista?) che lavora sia a Parigi che ad Algeri e che il suo punto di osservazione è la sua poltrona di clinica. Il testo è ricco di note storiche, anzi più che note, di resoconti della storia terrificante che ha visto per più di tredici decenni questo paese sotto il dominio francese (la presa di Algeri risale al 1830 e la liberazione è datata 5 luglio 1962); la sua ricerca è intrecciata, in tutto lo scritto, con la disamina, da una prospettiva rigorosamente psicoanalitica, degli eventi intrapsichici e sociopolitici. Gli oggetti “psicoanalizzati” sono tanto i colonizzati quanto i colonizzatori; ma non solo essi. Psicoanalizzata è tutta la serie di eventi traumatici (ovviamente questo è un altro dei termini che ricorrono nel testo, a partire dal titolo e come potrebbe esser diversamente!) che si sono susseguiti fino all’oggi. Certo, perché è proprio l’eredità che l’Algeria ha oggi di quanto accaduto, che diventa specifico oggetto di indagine. Ma poi di eredità potremmo davvero parlare? O piuttosto di assenza di questa? Lazali cita Jean El Mouhoub Amrouche che scrive “il colonizzato […] viene colpito nella sua discendenza come nella sua ascendenza”; siamo a pagina 139. L’eredità implica filiazione, implica l’esistenza di qualcosa che possa essere tramandato; infatti poco più in là nel testo ci parla dei “patronimici sfigurati”, frutto delle ritrascrizioni in arabo dei cognomi modificati dall’amministrazione coloniale: “…i nomi ereditati durante la colonizzazione sono diventati pressoché irriconoscibili nel momento della ritrascrizione in arabo, poiché lo stato algerino ha continuato a fare riferimento ai codici di ritrascrizione imposti dall’amministrazione coloniale, ossia a ciò che aveva fatto del luogo della filiazione un non luogo” (p. 144). Consentendo a chi scrive il saltabeccare, andiamo ad un’interessante riflessione, sempre legata al tema della filiazione, che Lazali conduce nel capitolo 2, L’effrazione coloniale. Partendo dalla constatazione che il sistema tribale era prima della colonizzazione il fondamento della società algerina e che la tribù costituisce il luogo della consanguineità e della affiliazione, ciò che regola i legami tra le generazioni e tra i sessi, l’Autrice scrive “nel sistema tradizionale il padre è un agente di mediazione tra gli ascendenti e discendenti, tra il mondo di quaggiù e dell’aldilà, tra il visibile e l’invisibile: il suo ruolo è centrale, perché egli è al contempo traghettatore ed elemento mediatore tra la legge scritta e la legge orale, nella quale il soggetto si pone in qualità di figlia o figlio di… inducendo uno smantellamento delle filiazioni, lo stato civile ha di fatto istituito la sparizione dei padri nella loro funzione oltre alla loro scomparsa reale […] il padre, privato del nome dell’antenato della legge che vieta, è ridotto al nulla. Scompare come agente dell’universo simbolico e come traghettatore tra i due mondi (del cielo e della terra)” (pp. 98-99). Inoltre visto che il sistema di nominazione tribale procedeva attraverso una concatenazione di nomi che legavano le generazioni anche ai luoghi, il sistema imposto dai francesi di fatto recideva questi legami, facendo perdere agli autoctoni qualsiasi traccia storica, geografica e genealogica. Secondo Lazali il coloniale è “un processo di rastrellamento del simbolico, che non costruisce rimozioni nel rapporto con la Storia, bensì forclusioni, vale a dire cancellazioni irrimediabili. In termini clinici questo si traduce con l’introduzione di spazi bianchi nei registri della lingua del nome e della Storia”. Questo smantellamento del simbolico e l’evacuazione della storia passata avrebbe progressivamente indebolito l’efficacia di divieti fondamentali come l’incesto e l’omicidio.

In questa disorganica recensione, disorganica e pure diacronica perché chi recensisce pretende il non rispetto del tempo lineare, storico  -che invece nel testo almeno in parte è seguito-  ora voglio tornare un momento sul trauma: siamo a pagina 229 quando Karima (lasciatemela chiamare per nome dopo un po’ che scrivo e che sto prendendo confidenza con il suo pensiero) cita Ferenczi; non so se me lo aspettassi, certo è che mi ha reso contento; oltreché essere uno dei mei favoriti tra gli psicoanalisti, è quello che considero il massimo esperto sul trauma, dalla nascita della psicoanalisi ad oggi. Svolge Lazali una interessante riflessione partendo appunto da un paio di citazioni ferencziane che non riporto per intero, ma solo un rigo ciascuna: “Quando il sistema psichico fallisce, l’organismo comincia a pensare” (da Le Traumatisme, 1934, Payot Paris, 2006, p. 57); “L’attesa di una morte certa sembra così dolorosa che al confronto la morte reale è un sollievo” (ib. P. 145). Bene, Ferenczi scopre che alcuni suoi pazienti possono soccombere alle “agonie primitive” stremati dalla lotta incessante tra vita e morte. La elaborazione, acuta, dell’Autrice è che Ferenczi di fatto parli del terrore. E che “Lo stato di terrore, così come l’abbiamo analizzato, si definisce in base al suo contatto irreversibile con l’esterno. Lo stato di terrore appare quando il terrore è identico dentro e fuori. In altre parole, si tratta di un terrore che fin dall’inizio è anche un terrore dello Stato, in senso politico”. Ci dice che sradicare lo stato di terrore è molto difficile perché esso si colloca nella connessione tra l’organico ed il politico e che la cancellazione che produce per il pensiero ne è costitutiva.Ci parla di silenzio nero, di scomparsa e ci dice che l’unica strada possibile pare essere l’inoltrarsi in un universo (apparentemente) vuoto; un universo dove il soggetto è fagocitato. E poi l’insegnamento, clinico: “Trattare il terrore come qualcosa che va oltre il trauma, non è solo un fatto individuale. Questo stato si impadronisce anche del corpo sociale. Senza questa urgenza di cura sui due registri del singolare e del collettivo, la condanna a morte e rischia di prendere molte vite nella morte e/o nell’inerzia”. Insomma il rimando tra psichico individuale e psichico collettivo, tra trauma come vicenda del soggetto e vicenda sociale è onnipresente in questo testo; chi recensisce condivide appieno, anche sulla base di esperienze, se pur molto limitate, di analisi con pazienti sofferenti per traumi cumulativi personali e sociali (in un paio di casi specificamente coloniali). Complicato è però riuscire a sintonizzare l’ascolto analitico sul trans-individuale, che in questi casi è sia il trans-generazionale che il politico. Come scrive l’Autrice: “La guerra civile, muovendosi in uno stato di terrore tanto intimo quanto sociale, ha causato molti traumi individuali. Tuttavia, questa nozione non è sufficiente a rendere conto dei meccanismi di questo “assedio” dell’interno e dei loro destini” (p. 224). Tra l’altro la -parziale- ripetizione nella guerra civile algerina del trauma coloniale, deve farci riflettere su quanto questo secondo tempo del trauma sia da tenere in mente sia come analisti sia come storici. A maggior ragione ascoltando l’ammonimento della psicoanalista: “Lo stato di terrore produce la scomparsa”.

Il libro della scrittrice algerina volge verso il suo termine – è l’unica concessione che faccio al tempo lineare in questa meta-recensione, dal momento che vado pure io a conclusione commentando il finale della Lazali – descrivendo ed interpretando le contemporanee vicende algerine; vicende caratterizzate politicamente da divisioni profonde che interpreta utilizzando il concetto di fratricidio e dalla sua reiterazione a partire dalla storia dell’Islam; fratricidio come ossessione, dice l’Autrice, intrecciando nuovamente anche questo con l’assenza : “Il piacere del fratricidio è una costante storica che sfugge al ricordo” (p. 259).

Ed in fine la chiusa sulla libertà.  Con le due versioni diciamo “psichiatriche” messe a confronto: quella di Fanon e quella di Lacan. Anticipo che propendo decisamente per quella fanoniana, che afferma che la malattia mentale si presenta come una vera e propria patologia della libertà. Lacan viceversa in sostanza afferma che la follia è la più fedele compagna della libertà.  Lasciatemi scoccare la “freccia del parto”: qui Lazali cerca di negare la contraddizione tra questa due affermazioni, necessariamente antitetiche. Lascio chi leggerà il tomo a valutare se questo tentativo sia fallimentare, come io credo, oppure no; ma quel che mi preme è sottolineare la necessità per Lazali di far dialogare queste due affermazioni e quindi, deduco, i due loro “proprietari”, vale a dire un bianco francese psichiatra e psicanalista e un nero nato nel 1926 a Fort-de-France in Martinica (quinto figlio di una famiglia  mista afro-caraibica, di madre mulatta discendente da una famiglia alsaziana) ricevette la sua educazione al  Lycée Victor-Schœlcher -dove all’epoca insegnava Aimé Fernand David Césaire- e che poi divenne, dopo gli studi in Medicina in Francia, egli pure psichiatra e psicoanalista. Spenderò prima, per commentare questa necessità dell’Autrice, due parole su Frantz Fanon, scomparso a soli 36 anni nel Maryland -dove era andato per cercare una cura alla leucemia che lo aveva colpito qualche tempo prima- sotto il nome di Ibrahim Fanon. Pelle nera, maschere bianche (1952), è forse il suo testo più famoso, testo dove sintetizza lo studio clinico sul rapporto tra bianco e nero. In questo lavoro l’intento di Fanon è quello di “liberare” un insieme di degenti “alienati”, relegati in una condizione di immobilismo cronico, causato da una contrapposizione forzata.  Il suo metodo-processo punta alla destrutturazione della cultura mistificatrice europea, rea di aver categorizzato l’immaginario collettivo umano. Dal punto di vista del mondo nero, analizza quello che definisce con un curioso neologismo il “processo di lattificazione”, ovvero l’imposizione della cultura e dell’etica europea sulle popolazioni nere. In particolare si concentra su alcuni aspetti, come il linguaggio, che secondo Fanon provocano nei neri una sorta di nevrosi causata dalla volontà di assimilarsi con il bianco senza però riuscire mai a raggiungere la piena mutazione.  Bene, alla luce di ciò, quali margini, mi chiedo, ci sono per consentire al soggetto colonizzato, traumatizzato, di sentirsi non alienato e quindi libero? Se il margine trovato è quello di una lettura degli eventi a partire da certi assunti di base psicoanalitici dobbiamo ammettere che lo sforzo, notevole, di Lazali è senz’altro apprezzabile, ma, solo in parte a mio avviso, riuscito. Trovare un punto di equilibrio tra spinte così diverse come da un lato quella ideal-tipica, per così dire, di un certo radicalismo bianco ed eurocentrico, cieco al colore e alla razza, che si può anche consentire di considerare la follia come compagna fedele della libertà e dall’altro il mondo psichico alienato dalla “schiavitù” dell’africano, mi pare molto complicato. Usare l’affilata arma psicoanalitica -che per sua natura si fonda sull’intrapsichico- per una convergenza tra queste due spinte non è un’operazione che non lasci resti. La colonizzazione è una occupazione di spazi, tra i quali quello mentale. Fanon finisce per rifiutare di svolgere la sua professione di psichiatra in situazioni di oppressione coloniale. Come si legge nel testo che si sta esaminando “Egli non poteva partecipare alla liberazione dei soggetti dai loro disturbi in un sistema che produce uno “smembramento” della psiche e ciò che egli [Fanon] chiama “decerebrazione”. (p. 284). Fanon parla di questi disturbi in termini di “patologie della libertà “La malattia mentale (…) si presenta come una vera e propria patologia della libertà. La malattia mentale pone il paziente in un mondo dove la sua libertà, la sua volontà, i suoi desideri sono costantemente infranti da ossessioni, inibizioni, contro-ordini, ansie” (Ecrits sur l’aliénation et la liberté”, pp. 166-167). Abbiamo quindi dei resti, degli scarti che non possiamo sotterrare; la libertà intrapsichica del soggetto è -a mio sentire- imprescindibile da quella esterna in particolare modo quando questa è -reiteratamente, come nel colonialismo- negata; laddove si ripete il trauma e laddove esso viene negato come trauma, potrà rimanere solo il buco (trauma etimologicamente significa “trafittura”, “perforazione”); come riparare questo buco? Anzi, è possibile ripararlo? Ha ragione Karima Lazali a dire che la liberazione non è libertà. Lo spossessamento di quest’ultima per secoli è una incisone che rimane nello psichismo individuale e collettivo del colonizzato. Non è pensabile, nel profondo senso che la psicoanalisi dà a questo aggettivo, per questo recensore, conciliare queste spinte, queste dimensioni, farle riappacificare. Come psicoanalista credo che si possa fare un poco, ma che il resto, appunto, il Resto, rimanga solo dominio del tempo, che con il suo trascorrere forse può, lentamente sovvertire la storia, interrompere la ripetizione. 

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