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I ragazzi nella rete diagnostica del ADHD e dell’autismo. Sarantis Thanopulos, HuffPost Italia 27/02/2026

Rassegna Stampa
I ragazzi nella rete diagnostica del ADHD e dell’autismo. Sarantis Thanopulos, HuffPost Italia 27/02/2026

Parole chiave: ADHD, spettro autistico, DSM / proliferazione diagnostica, medicalizzazione del disagio evolutivo, cure procedurali, controllo del comportamento

Nel blog di HuffPost Italia del 27 febbraio 2026, Sarantis Thanopulos descrive come ADHD e “spettro autistico” stiano diventando una rete diagnostica capace di assorbire porzioni sempre più vaste del disagio di bambini e adolescenti.

L’articolo critica la deriva tassonomica “alla DSM” e l’idea di una cura ridotta a protocolli, farmaci e gestione comportamentale, con un effetto di spersonalizzazione del dolore psichico.

Nel frattempo, avverte Thanopulos, cresce fuori dagli inquadramenti psichiatrici un malessere viscoso e pervasivo che resta senza vera presa clinica e simbolica.

I ragazzi nella rete diagnostica del ADHD e dell’autismo

Sarantis Thanopulos

Per lunghi anni abbiamo assistito a una grande proliferazione delle classificazioni psichiatriche promossa dai DSM, i manuali diagnostici americani (sempre più assoggettati alle terapie farmacologiche e alle terapie prêt a porter comportamentali). Più circoscritte e dettagliate sono diventate le classificazioni, più si sono estraniate dai soggetti classificati. L’espansione delle “sindromi” e dei “disturbi”era, fin dall’inizio, al servizio di un centralismo poco democratico nella gestione del dolore psichico. Visibile era la volontà di controllate la teoria e la prassi della cura, depurandola dal pensiero affettivo e critico. In effetti, la proliferazione ha prodotto nel campo del malessere psichico nelle età più vulnerabili (infanzia e adolescenza) il dominio di due diagnosi: ADHD (Disturbo di deficit di attenzione e di iperattività) e autismo. Sono le diagnosi che più si offrono a un trattamento procedurale, fondato su schemi supposti scientifici perché applicano calcoli quantitativi.

ADHD e autismo stanno assorbendo sul piano diagnostico tutta la sofferenza dei bambini e dei ragazzi, un’area strategica per il controllo della cura perché l’infanzia e l’adolescenza sono il luogo dell’origine delle patologie psichiche e anche il luogo della loro prevenzione. Spariscono nelle diagnosi le depressioni e le psicosi infantili e adolescenziali; gli stati di ansia (a volte espressi in forma di fobia, a volte come disturbi ossessivi o isterici, a volte in modo diretto come stati d’angoscia pura); la difficoltà di mettersi in gioco sul piano del desiderio che si manifesta come inibizione dell’emozione, del pensiero, dell’azione e della socializzazione. Restano ugualmente fuori dalla visuale diagnostica le inibizioni dello sviluppo psicosessuale e la neutralizzazione della sessualità; le problematiche identitarie (l’angoscia della confusione tra sé e l’altro e la definizione rigida autoreferenziale di sé) messe nel calderone della “disforia di genere”; la spersonalizzazione del rapporto con il proprio corpo. L’anoressia è disconnessa dall’inibizione profonda della sessualità e dal rigetto del corpo sessuato e interpretata come disfunzione cerebrale.

Parlare di ADHD è parlare di tutto e di niente. Sarebbero affetti da questo disturbo i soggetti che hanno difficoltà di concentrazione, sono iperattivi (il sintomo più diffuso nella società performante), sono eccessivamente vivaci, agiscono impulsivamente. I nuovi rampanti esperti della mente affetti dall’ideologia MPGA (Make Psychiatry Great Again) non sono sfiorati dal pensiero che un bambino “iperattivo” agisca in senso antidepressivo, che faccia domanda di riconoscimento di una vitalità repressa, che chieda comprensione e contenimento della sua frustrazione e rabbia, che si ribelli a un ordine esterno incomprensibile (sfidandone la censura) o che voglia, più semplicemente, attirare su di sé un’attenzione che gli manca (fregandosene dell’essere attento e concentrato sulle attese degli altri, vissute come suoi doveri). La diagnosi di ADHD deve gran parte del suo successo alla sua rivendicazione identitaria da parte di chi suppone che ne soffra, perché gli offre una causa chiara e riconoscibile del proprio malessere e anche la convinzione di poterlo eliminare in modo concreto e efficace. La convinzione che un trattamento funzioni non ha reale efficacia terapeutica ma è rassicurante.

Nella forma del “disturbo dello spettro autistico” (un contenitore in cui si mette di tutto), l’autismo, l’altra categoria diagnostica in rapida espansione, ha perso  i suoi contorni e ha incluso condizioni molto eterogenee finendo per occupare quasi tutto lo spazio del disagio infantile grave. Lo “spettro autistico” ha diluito di molto l’attenzione nei confronti dei bambini che non usano il linguaggio verbale (né stabiliscono un contatto visivo con gli altri) e hanno un modo di stare nel mondo che mette in crisi gli esperti della psiche e la fede di tutti nel legame tra parola e comunicazione. La sua invenzione ricalca quella dello “spettro della schizofrenia” in voga 40-50 anni fa (prima di finire nell’oblio) ed è nata con la stessa finalità: ampliare lo spazio della casistica clinica in modo da aumentare i dati dimostranti la familiarità di uno disturbo psichiatrico e rendere più plausibile la sua determinazione genetica. Ci si dimentica che la familiarità si confà sia all’eziologia genetica sia a quella ambientale, che mai un gene sia stato associato a una qualsiasi forma di malattia psichiatrica, che il meccanismo d’azione degli psicofarmaci non ha in nessun caso consentito l’identificazione dell’eziopatogenesi di un disturbo.

Con l’estensione della diagnosi di autismo (che ha aggirato il problema centrale della non acquisizione della parola e l’assenza di prove di una sua associazione ad una disfunzione della neurofisiologia del linguaggio) e con la connessione concettuale di questa diagnosi con la diagnosi di ADHD, si è voluto imporre l’interpretazione di ogni disagio dell’infanzia e dell’adolescenza come disturbo del neurosviluppo. In realtà il disagio è frutto di complessi fattori psichici, biologici e sociali, ma fa comodo (e mercato) ridurre le cause ambientali a spiegazioni banali (infezioni, stress, inquinamento) e affidare la cura ai farmaci, alle tecniche di gestione del comportamento a casa e a scuola e al controllo degli impulsi. I fautori di questo approccio disinvolto alla cura incoraggiano le famiglie a diffidare della psicoanalisi, che le “colpevolizzerebbe, le deresponsabilizzano e poi se ne lavano le mani di fronte alla loro difficoltà di farsi carico del malessere dei figli che la cura gestionale non riesce a alleviare.

Tredici anni fa Frances Ellen, psichiatra americano coordinatore del team del DSM-4, si era dimesso dal team del DSM-5 dicendo che aveva creato un mostro. Aveva denunciato le tre maggiore epidemie delle diagnosi: ADHD, autismo e disturbo bipolare (la sua inflazione attuale nelle ricette psichiatriche dimostra che più cresce lo spazio tassonomico più gli “esperti” non sanno distinguere una cosa da un’altra). Faceva osservare che quando il tasso di una diagnosi cresce troppo in fretta ciò  dipende più dal fatto che le persone vengono etichettate che da un cambiamento reale. Denunciava, inoltre, la tendenza a “trasformare ogni normale e comprensibile aspetto della vita quotidiana in un disturbo mentale”. 

Il mostro ha divorato il suo creatore. ADHD e spettro autistico hanno creato una zona grigia in cui finiscono sotto la stessa etichettatura stati patologici dello sviluppo e il dolore che è parte fisiologica della vita. Cresce, intanto, fuori dagli  inquadramenti psichiatrici, un malessere sordo, viscoso, pervasivo dei ragazzi che, rimasto senza cura reale, fa deragliare le loro esistenze, i legami familiari e quelli sociali. 

Vedi anche nel Dossier Umani-Robot: una relazione pericolosa? – Ottobre 2017:

Flavia Capozzi. Autismo e la società 4.0: la psicoanalisi ha ancora diritto di parola?

I ragazzi nella rete diagnostica del ADHD e dell’autismo. Sarantis Thanopulos, HuffPost Italia 27/02/2026 Monica Castellini

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