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“Il caso 137” di D. Moll. Recensione di Giuseppe Riefolo

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"Il caso 137" di D. Moll. Recensione di Giuseppe Riefolo

Parole chiave:  onnipotenza, speranza

L’impotenza e la speranza

Autore: Giuseppe Riefolo

Titolo: “Il caso 137”

Dati sul film: regia di Dominik Moll, Francia, 2025, 115’

Genere: Giallo/Thriller

Anno: Francia, 2025

Il mio film

Il film che ho visto io si occupa della violenza del potere, incapace di riconoscere le proprie fragilità, quando non si sostiene in un processo di scambio reciproco. Stéphanie Bertrand, la poliziotta a capo dell’Ispettorato Generale della Police Nationale (IGPN), l’organismo che si occupa della condotta della polizia francese, cerca di far emergere la violenza della posizione unilaterale che usa l’altro per negare il riconoscimento della propria dimensione fragile. L’esito ci riporta a una sofferenza intangibile, ma il percorso di Stéphanie ci consegna il monologo finale di Guillaume : una dimensione di potenzialità sospesa che chiede (il film dice: invano) riconoscimento e validazione.  Il film che ho visto io ha tre tempi.

Primo colloquio. Alicia e l’analista curioso

Le tue sensazioni ti dicono che conosci bene quello che è accaduto, ma sei sola e tutto cerca di sconfermarti. Lo chiedi al poliziotto, tuo collega su cui stai indagando: “Può descrivermi quello che vede?”; “Non si vede bene!”; “Davvero? A me sembra che si veda molto bene!”

Se guardi bene la foto, sullo sfondo, dove non davi importanza, scopri che, sull’episodio che ti interessa, nell’albergo che si affaccia sulla strada, c’è una finestra aperta e illuminata e una figura che osserva per te ciò che sta accadendo: “Cosa ha visto dalla finestra?”; “Chi ha detto che ero alla finestra?”. Quindi insegui Alicia Mady, l’impiegata che nega di aver visto nulla, aspettandola all’uscita dell’albergo. Non dovresti farlo, ma lo fai e non sai perché! Magari ti dici che lo fai perché vuoi accertare la verità e, incredibilmente, scopri che da quel vertice della finestra dell’albergo si vede bene ciò che tu, per ora, puoi solo sentire ma non conosci ancora. Non dovresti farlo, ma l’insegui mentre lei torna a casa. Poi l’affronti e le dici che sai bene che non ti ha detto la verità. Alicia è un’inserviente dell’albergo ed è di colore, ovvero una minoranza che ha le sue fragilità a cui non puoi chiedere di inventarsi eroina perché conosce bene – e ti presenta – la propria impotenza. Lei ti spiega le sue buone ragioni per non fidarsi di te “perché tu appartieni alla polizia e mai nessun poliziotto è stato ritenuto colpevole e mai nessun poliziotto è stato licenziato dal suo lavoro!”. E lei vive nella banlieue dove queste cose sono sempre accadute e nessuno si fida di te. Provi a spiegarle che tu sei diversa, ma lei conosce la categoria a cui appartieni e, quindi, non si fiderà. A questo punto sarebbe tutto chiaro e non ci può essere incontro fra le due posizioni. Gli analisti sanno però che la psicoanalisi si fonda su altri registri che quelli logici. La comunicazione è affettiva, dove paziente ed analista mettono a disposizione reciproca la propria partecipazione soggettiva che si fonda sulla tensione intersoggettiva “col bisogno di trovare risonanza emotiva nell’altro” (Ginot, 2015, 141). Nella sua curiosità Stéphanie, la poliziotta, in quell’incontro scopre che quelle ragioni sono anche le sue. Quindi la relazione comincia ad incrinarsi dalla tua parte perché Alicia, che vive nella banlieue, comincia a sentire che, nonostante l’evidenza, tu hai qualche motivo per essere credibile: “ho un video dove si vede tutto… avrei voluto metterlo in rete, ma non l’ho fatto perché poi sarei stata rintracciata…il video non l’ho qui con me!” Tu le proponi quindi che puoi accompagnarla a casa perché ti dia il video, ma lei non può accettare. Comunque, oramai il muro di sfiducia, organizzato nella metonimia che tu sia la tua categoria, si è incrinato. Il processo intersoggettivo, comunque, ha i suoi tempi e le sintonie devono sondare le distanze e le mosse reciproche perché “la maggior parte dei pazienti ha bisogno di sentire che il proprio stile di danza è apprezzato per aprirsi alla possibilità di ampliare il proprio repertorio” (Mitchell, 1988, 191). Come nella danza i due soggetti cercano un dialogo armonico e il percorso non è lineare. Infatti lei, dalla  banlieue, ti invierà il video sul tuo cellulare. Ora che hai la prova di ciò che è realmente successo, non è detto che ciò che si vede sia ciò che è accaduto. La falsificazione della verità accade attraverso una diversa versione della realtà. Infatti, mentre la realtà è oggettiva e può avere più vertici, la verità è intersoggettiva e appartiene solo a quei due soggetti, fino ad allora estranei, che si incontrano perché Stéphanie (un analista) è curiosa di sapere cosa l’altra può aver visto dalla stanza illuminata. La paziente finalmente sente che il video che le mette paura è prezioso per Stéphanie che te lo chiede e che, in qualche modo, ne ha bisogno.

Secondo colloquio. Joëlle Girard e la vergogna

Anche questa volta fai qualcosa che non dovresti. Vai a casa di Guillaume e chiedi a Joëlle Girard,

sua madre, di farti entrare. Lei ti ha già consegnato il suo dolore, ed anche lei non si fida perché non ti distingue dalla categoria a cui appartieni: “un’infermiera in ospedale mi ha detto di venire qui per sporgere denuncia per mio figlio Guillaume. Alla manifestazione di sabato un poliziotto gli ha sparato alla testa… che cazzo… non aveva fatto niente… Che cazzo, gli hanno sparato, ma non aveva fatto niente!” Pure questa volta non dovevi andare fino a casa sua anche perché in realtà non hai niente di più da dirle di quello che lei già immagina dell’indagine che stai curando e che avrebbe comunque saputo fra qualche giorno, ufficialmente. Però tu senti (per te stessa…) che è importante che tu vada da Guillaume e dalla madre. Ci vai perché anche questa volta quella madre ferita ti propone qualcosa verso cui sei tesa e vuoi conoscere (sentire?) meglio. Anche questa volta devi differenziarti ed emanciparti dalla categoria che ti vorrebbe impersonale e distante ed è per questo che Joëlle non si fida. Come per Alicia, che alla fine ti manderà il video, anche Joëlle, dopo averti dichiarato la distanza e la diffidenza, ti fa entrare. Mi sono detto: “però, ti fa entrare!”. Ho pensato che quella faticosa disponibilità a farti entrare è una forma di speranza che tutti i pazienti mi consegnano. È una scommessa rispetto alla possibilità che la vita ti permetta qualcosa che tu non hai mai sperimentato, perché quando bussi alla stanza di un analista sai che “ne hai bisogno, anche se, tanto, poi nella tua vita non succede nulla!”.  Vale quello che anni fa, 1931, intuiva Ferenczi: “secondo me, finché il paziente continua a venire, esiste sempre un filo di speranza…”  (p.67). Infatti, comunichi alla madre tutto ciò che lei già si aspettava, ma ciò che lei non si aspettava era proprio che fossi tu, come persona, ad andarle a comunicare ciò che è ovvio potersi aspettare. La differenza che interessa un analista è quella fra il contenuto della comunicazione e il coraggio personale – che ti viene chiesto – di comunicarlo. Ovvero la responsabilità di presentarti tu, per quello che sei, in quella comunicazione. Presentare la tua fatica, e magari la vergogna, per quello che sei costretto a comunicare, magari di doloroso. Infatti alla fine del colloquio: “perché è venuta fin qui?… cosa si aspetta? Guillaume ha avuto dei danni permanenti… uno dei due poliziotti deve averlo colpito… cosa vuol dire che non è possibile sapere che dei due abbia colpito mio figlio?”

Terzo colloquio. Jarry. La resa

Ora è Jarry la tua responsabile, il tuo capo, a volerti parlare. Ti spiega le giuste ragioni perché quello che è reale non deve essere confuso con ciò che è vero: bisognava “prevenire i saccheggi e reprimere i soggetti violenti… specie i vandali e chi aggrediva i colleghi in uniforme…il governo era nel panico”. E quindi: “non è il momento di scontentare i sindacati…”.  Ti viene insinuato che il vertice da cui tu ti muovi può essere contaminato da una tua particolare partecipazione intima: “perché non mi hai detto che conoscevi la famiglia Girard? In un processo potrebbe essere usato come modalità di non essere stato imparziale. Essere troppo coinvolti non è una garanzia per il buon andamento dell’indagine! È umano, ma ci sarebbero delle interferenze nella ricerca della verità!”. La tua dirigente ti sconferma su tutto quello che invece per la tua passione e la tua curiosità eri riuscita a raggiungere: un video che non avevi ed una porta che ti escludeva.  Scopri che “se l’avessi saputo per tempo io sicuramente ti avrei tolto il caso… cosa che farò sicuramente ora… Puoi stare tranquilla perché eviterò di attivare un procedimento interno… puoi stare tranquilla!” Le fai eco con un tono ancora di impotenza che suona ovviamente ironico: “posso stare tranquilla!”

Il monologo di Guillaume … e di Stéphanie  

Ciò che muove i tre colloqui è il bisogno di differenziarsi dalla violenza che, formalmente, il tuo ruolo di potere di impone. Stéphanie, infatti, si occupa di conoscere e contenere il potere che i poliziotti, per fragilità personali, mettono in atto in modo sadico: “Indaghiamo sui reati che commettono alcuni poliziotti. Siamo la polizia della polizia”.  Alla fine, cerchi i tre colloqui perché devi ribadire a te stessa che la categoria che ti accoglie e ti permette di lavorare non è esattamente la tua identità affettiva. Ciò vuol dire che sei impotente rispetto a quello che tu vorresti fare e che gli altri ti chiedono di fare.

La chiusura dei film è sempre un momento molto delicato perché la fine che ti propone il regista magari è lontana dal tuo finale. Forse si tratta di uscire dal film e separarti dalla storia del regista perché hai diritto ad una tua storia che non conoscevi prima e che trovi ora. Il fermo camera finale su Guillaume  che descrive quello che fino a quel momento era ovvio e ancora di più il ricordo delle scene felici della famiglia che si avvia in macchina alla manifestazione, si allontanano dal finale che io curavo. Mi accorgo che il mio finale continua a sostenere la bellezza viva dell’impotenza dove Stéphanie si saluta dalla sua dirigente, arrendendosi (Ghent, 1990) alla realtà concreta che lei le ribadisce: “Se difendere la legge significa difendere chi sbaglia, come si può fare giustizia?”; “Non lo so più!”

Nel mio finale, se curi ad oltranza una dimensione di fiducia nel vertice intersoggettivo, anche la tua dirigente, come già Alicia, l’impiegata nera della banlieue e Joëlle, la madre di Guillaume, prima o poi ti consegneranno il video che senti esistere o ti apriranno la porta a cui bussi, ma a cui non dovresti entrare. Nonostante quello che si può pensare, un analista, nelle storie a cui partecipa, non cerca un finale forte, ma ha fede (Neri, 2008) che facendosi portare dal paziente sullo sfondo c’è una finestra da cui si vede bene ciò che è accaduto e ti arriverà un video e ti si aprirà una porta…  Il finale del regista si ferma alla concretezza del reale quando è impossibile il sogno: “se è la mia parola contro la loro è inutile!” Il mio film accoglie il trauma che i pazienti mi portano e il loro giudizio amaro sul potere che vincerà sempre sulle fragilità della banlieue. Io so che un analista, nonostante (e partendo da) l’evidenza, insegue il tuo diritto di baciare la tua ragazza nella macchina che ti porta, con tutti gli altri che cantano per la prima volta a una manifestazione dei Gilet jaunes, perché per Guillaume, che ha 20 anni, dovrà essere una festa.

Riferimenti bibliografici

Ghent E. (1990). Masochism, submission, surrender. Contemp. Psychoanal., 26:108-136.
Ginot E. (2015). Neuropsicologia dell’inconscio, Cortina, Milano, 2017.

Mitchell S.A. (1988). Gli orientamenti relazionali in psicoanalisi. Per un modello integrato. Torino, Boringhieri, 1993.

Neri C. (2008). What is the function of faith and trust in psychoanalysis? Int. J. of Psychoanal., 86:79–97.

“Il caso 137” di D. Moll. Recensione di Giuseppe Riefolo Monica Castellini

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