Parole Chiave: Generazioni, Violenza, Trasmissione, Trasformazioni
IL FIGLIO DELL’UOMO
di Jean-Baptiste Del Amo, Neri Pozza, 2023
recensione di Daniela Federici
Tu terra bruciata
e taglio
spalle girate e voltafaccia
tu cappotto di piombo
e gamba mitragliata
soldato armato ferito
casa carbonizzata
tu opaco e luce gettata,
in gola. Il tuo corpo
è la verità
la cronaca in diretta
del danno
che ci vive.
Candiani, A mio fratello
Lo sguardo della voce narrante è quello di un bambino di nove anni, il figlio. Nessun nome ai protagonisti, come a voler dare alle vicende un alone mitico, universale.
Il padre ricompare un giorno in cui il figlio sta giocando con un vecchio pallone in cortile, mentre la madre è al lavoro. Lo riconosce non dalle poche impressioni frammentate che conserva di lui, ma per le fotografie che ha sbirciato in segreto da una scatola che la madre nasconde nel suo cassettone.
Nulla sa dei motivi della sua sparizione né perché, dopo sei anni di assenza, la madre si riaffidi a lui per portarli in un rifugio semidiroccato in montagna.
Fra panorami e atmosfere emotive che l’Autore sa descrivere con un talento ipnotico e folgorante, apprendiamo pian piano la storia che precede il bambino e il presente in cui è calato.
Il padre, che conosce a malapena, gli racconta di quel pezzo di terra aspra e ostile dove il proprio padre lo aveva portato quando era anch’egli un bambino, dopo che la madre era morta, un rifugio che avrebbe sistemato per crescerlo lontano dalla gente che odiava. È il racconto di un apprendistato alla vita pregno di inconsapevole violenza, con un padre tormentato dai dolori per un incidente alla falegnameria che gli aveva schiacciato un braccio, la rabbia disperata da bestia selvaggia di un uomo consumato dal risentimento e dall’orgoglio, che lottava per tutelare il limite invalicabile della propria dignità. Da quel luogo sperduto il padre del bambino era fuggito che era ancora un ragazzo, tornando solo alla notizia della morte del genitore, da solo nel bosco, sbranato dai suoi demoni interiori non meno che dai lupi.
Era un vecchio bastardo, certo, ma anche lui aveva le sue ferite. E non c’è niente di peggio di un uomo ferito…
Il padre gli rivela quanto l’avesse inaspettatamente colpito quella morte e che era tornato da loro per raccogliere il testimone di un sogno da portare a compimento: ora era lui il padre che avrebbe sistemato quel rifugio diroccato e ci avrebbe cresciuto suo figlio, rendendolo orgoglioso, così che lui non l’avrebbe mai lasciato.
È un’urgenza incandescente quella del padre di non fare la fine del suo vecchio, morire da solo e sull’orlo della follia, lui che da sempre è roso dal presagio di portare dentro il medesimo seme tenace del suo odio e del suo risentimento.
Quei ricordi, le parole, le immagini, tutto in un unico grande disordine, un magma di lava profonda. Il figlio fa un cenno con la testa, non per approvare… ma per farlo tacere, per fermare questo profluvio di parole enigmatiche, che non può sentire, ma il cui significato profondo lo colpisce e lo marchia a fuoco.
È un racconto esaltato quello che si sgomenta sul figlio, la presa tossica di fantasmi risvegliati, visioni sulla vita che gli parlano delle sue origini, dell’amore con la madre, dell’orizzonte che da uomo lo aspetterebbe.
L’amore è una malattia, un virus inoculato nel cuore degli uomini, un cuore già malato, già in decomposizione, già corrotto, mangiato dalla cancrena da tempo immemorabile, il cui sfondo sarebbe inutile cercare di sondare… guardati dall’amore, perché non ne caverai nulla di buono. Perché gli uomini, più di qualsiasi altra bestia, nascono con questo vuoto dentro di loro, questo vuoto vertiginoso che vogliono disperatamente riempire finché dura il loro breve, insignificante, patetico tempo in questo mondo, paralizzati come sono dalla propria caducità, dalla propria assurdità, dalla propria vanità, e qualcosa sembra aver piantato nella loro testa l’idea folle di poter trovare in un loro simile qualcosa che riempia questo vuoto, questa mancanza che preesiste in loro… ci si dimentica troppo in fretta che non ha fondo, che questa ferita aperta nel cuore degli uomini non è mai rimarginata.
Il flusso dell’accadere in cui si viene trasportati attraverso la voce narrante e i sensi del bambino, è un caleidoscopio di temperature che mutano bruscamente: il figlio è preso fra il desiderio di abbandonarsi all’affetto e al bisogno di protezione con quel padre sconosciuto, e le allerte che lo bloccano alla stessa maniera di una piccola preda sorpresa dal volo di un uccello rapace. Vorrebbe poter trasferire un po’ della tenerezza che è solito mostrare a sua madre anche a quell’uomo, ma occorre una quiete duratura e profonda per annidare la fiducia, e lui l’ha vissuta solo con la madre, della sua presenza fisica è pregno, ubiquità che gli colora ogni momento, ogni angolino delle inestricabili maglie che già costituiscono la sua memoria. Lei gli ha raccontato di averlo dato alla luce a 17 anni, prima ancora di aver sperimentato il possibile desiderio di essere madre, non era che una ragazzina un po’ smarrita e lui le era capitato, come una disgrazia, un colpo del destino. Aveva pensato che ce l’avrebbe fatta, che essere madre sarebbe stato un modo per realizzarsi, per lasciarsi alle spalle la lunga e dolorosa infanzia che aveva pensato non sarebbe mai finita. Quante volte ha ammesso con lui che si fa prendere dalla rabbia e che è maldestra, che non sempre sa come fare le cose, come comportarsi, che nessuno glielo ha mai insegnato, a volte ha implorato il suo perdono. Gli ha raccontato i suoi sogni d’amore per un uomo che venisse a salvarla, ma è molto di più quel che lui vede, nei rigurgiti di malinconia che la rendono improvvisamene cupa, rivelando le correnti profonde della sua anima, nelle cefalee che la costringono a letto, la casa oscurata e silenziosa e un accudimento totale di cui lui diviene il sacerdote devoto.
Impara a vivere nell’ombra del colore della madre: i suoi gesti si fanno più lenti e cauti, i suoi giochi sussurrati nella penombra della sua stanza. Sta costantemente a sorvegliare i movimenti della madre, del suo corpo girato di spalle nel letto, i suoi richiami, i suoi gemiti, fino a quando la crisi si placa e lei torna alla vita, e lecose sembrano più reali, più intense, anche più fragili. A volte chiede febbrilmente al bambino di promettere che non la lascerà, non la abbandonerà, non si allontanerà mai da lei…
Negli anni ha conosciuto anche la madre della madre, donna grigia e rassegnata, con la sua litania di consigli e rimproveri, e la rabbia sorda fra loro, ciascuna murata nel proprio silenzio, due donne che non potevano sopportare di contemplare l’una nell’altra la medesima insoddisfazione, lo stesso sentimento di fallimento e disperazione.
Del Amo descrive in modo toccante lo spazio intimo e segreto che il bambino ricava fuori dall’incombere di quegli adulti così instabili, dove raccogliersi nella quiete necessaria all’essere, al suo metabolismo rigenerativo, un winnicottiano centro del sé non comunicante, nucleo inviolato e inviolabile da proteggere a costo della vita psichica. Se nella sua cameretta, steso a immaginare su un tappeto che è più reale di ciò che vive, si incantava a imprimere con l’unghia piccole mezzelune nella carta da parati, quando arrivano al rifugio il bambino esplora il bosco e vi trova un tronco cavo in cui ripararsi, al sicuro, o familiarizza con un gruppo di cavalli selvaggi, gli dà nomi e ci parla, si immagina di galoppare in mezzo a loro, non avendo altro bisogno, altra aspirazione che questa placida libertà, la misteriosa, filamentosa temporalità della montagna, dove nulla ha un inizio o una fine, dove le cose sembrano essere sempre state quello che sono e non correre alcun pericolo di annientamento.
Sono spazi liminari, dove carrella fra definirsi e sfumarsi: sperimenta violentemente la sua solitudine e, allo stesso tempo, la sensazione della sua presenza nel mondo… della immensità e della moltitudine che ha preso forma… la sua vulnerabilità… Nel suo dormiveglia, gli sembra che qualcosa si sia quietato, forse si è combinato con una delle sue reminiscenze di un tempo lontano, forse anche immaginario, quando il padre e la madre si amavano di un amore tranquillo, senza minaccia….
In quella disorganizzazione e precarietà, il bambino cerca spazi di quiete, fosse pure forzando la realtà in una forma che corrisponde a ciò di cui ha bisogno.
La notte porta con sé l’attesa dell’alba, quella variazione infinitesimale che delinea i contorni del mondo senza che siano ancora intelligibili, lasciando solo apparire dei gradi di oscurità.
L’attesa dell’alba risuona come un principio speranza, la possibilità, per lo psichico, che nonostante mancanze e traumi lo disorganizzino e lo compromettano, nel buio dell’anima mantiene viva la fiducia che il giorno possa tornare, qualcuno venire in soccorso.
Perché i protagonisti di questo romanzo sono individui spezzati dalla vita, legami maltrattanti, un primitivo che si perpetua rinnovando le sue pieghe violente, i carichi di dolore e risentimento che si tramandano attraverso le generazioni.
Questa storia dura e tragica lavora con inusitata profondità su un tema fondamentale dell’umano: se sia possibile liberarsi dall’eterno ritorno dell’uguale, da un destino dove tutto sembra segnato, già scritto. L’Autore sonda con una lucidità tagliente la traumaticità, le premonizioni e i rischi di una coazione di destino per la spinta inconscia al riprodursi di memorie agite piuttosto che pensate, l’imperativo delle derive violente con il suo discontrollo e le angosce del disimpasto, il senso di estraneità di questa forza d’attrazione che ci mette di fronte alle coordinate del nostro asservimento all’inconscio, all’irriducibile che alberga in ognuno di noi.
La questione è basilare anche per noi, che incentriamo il lavoro analitico sulle coazioni a ripetere alla ricerca di nuove possibilità di trascrizione, sull’importanza di soggettivare l’inelaborato per liberarsi dalla presa del traumatico, per aprire pensabilità e nuove possibilità ad eredità che si possano rivolgere al futuro e non restare inchiodate ai legati del passato.
È uno dei doni inestimabili della letteratura la sua capacità di costruire vicinanza con il divenire e offrirci l’occasione di rifletterne, “scoprendo sotto le persone apparenti la potenza di un impersonale che non è affatto una generalità, ma una singolarità al livello più alto” (Deleuze, Critica e clinica Cortina, 1996).
La costruzione narrativa di Del Amo rende con un’asprezza prodigiosa i fantasmi nella stanza dei bambini (Fraiberg, Il sostegno allo sviluppo, Cortina 1999), l’imprigionamento dei legami disfunzionali, il legame d’odio che è più antico e stabile del legame d’amore, la necessità dell’altro come baluardo contro l’irruzione dell’angosciosa solitudine che inabissa il soggetto in un’assoluta insensatezza.
Attraverso i suoi personaggi espone a nudo e senza giudizio la lotta per addomesticare i propri demoni e le zone d’ombra dove ristagna il mortifero dell’immanenza slegante, fino all’ebbrezza del cedimento, della sparizione, la fantasia di annullarsi che a volte prende l’anima spossata e gli offre il miraggio di alleggerire il carico della vita e della responsabilità, ponendo fine alle sofferenze.
Una storia drammatica che evidenzia la necessità di presenze propulsive per opporsi a un orizzonte esistenziale che si coarta e si spegne. È una questione che non concerne solo condizioni larvali di esistenza, ma che ci riguarda molto da vicino sia per la tutela di una buona qualità della trasmissione alle generazioni successive che per la cura di un disagio che sempre più spesso si presenta in consultazione mostrandoci l’impatto delle forti insicurezze del presente su un diffuso svuotamento di senso che ostacola la soggettivazione del desiderio verso la vita.