Parole chiave: Fantasma, Sinthomo, Semeiotiche, Ordine simbolico
“Sinthomatologie. Teoria e clinica del legame sociale”, a cura di Federico Chicchi, DeriveApprodi, 2026
Recensione di Tommaso Romani
Divenire post-lacaniani alla fine del mondo
Il mondo può finire in modi diversi. Lo fa costantemente. C’è un modo di dichiarare la fine di un mondo che prepara soltanto a terribili lutti, e ce n’è un altro che apre un compito possibile. Sinthomatologie, volume collettivo curato da Federico Chicchi e scritto a più mani da undici autrici e autori, sceglie il secondo fin dalle prime righe: il mondo appare irrimediabilmente perduto, e questo può perfino rivelarsi una fortuna; dipende da come agiremo nel passaggio d’epoca che si sta aprendo. La diagnosi che sostiene il libro è dunque netta. A incrinarsi è qualcosa di più profondo dei dispositivi politici e degli assetti economici: la consistenza stessa dei territori che abitiamo, le condizioni che rendevano possibile orientarsi, attribuire valore, nonché riconoscere un dentro e un fuori. Vacillano le ecologie che facevano da sfondo e da sostegno all’esistenza, la distribuzione -per dirla con Guattari -delle tre ecologie. E Guattari, convocato in apertura, resterà accanto a Lacan per l’intero percorso, in un innesto teorico che costituisce forse la cifra più originale dell’operazione.
Il perno del volume è il fantasma, sottratto al rango di scena privata della vita psichica e promosso a operatore di una cartografia della contemporaneità. Il punto di partenza è il Lacan della Logica del fantasma: la realtà umana come montaggio di simbolico e immaginario, con il desiderio al centro del quadro a ricoprire il reale. Il fantasma è schermo e insieme finestra, «il reale per ciascuno»: cornice singolare che rende abitabile l’urto del godimento, dispositivo di supplenza che orienta il desiderio e lo annoda a oggetti investibili dalla libido. Organizza il non-rapporto senza risolverlo, lo rende sopportabile, produce quell’articolazione soggettiva e quella relativa stabilità delle prassi che consentono un’affermazione singolare e collettiva. Lo stesso riferimento a Lacan va inteso come limite, come punto di attraversamento: il passaggio grazie a cui categorie quali non-rapporto, fantasma, reale e non-tutto hanno ricevuto una formulazione capace di mettere in questione le pretese di totalizzazione delle teorie sociali correnti.
Il passo decisivo arriva però con Guattari. Accanto alle semiotiche che veicolano significati operano semiotiche a-significanti, diagrammi che producono direttamente effetti di intensità: posture, ritmi, assetti affettivi su cui il senso potrà innestarsi. Riletto in questa chiave, il fantasma diventa anzitutto un diagramma di godimento: distribuisce posizioni sul corpo, assegna attitudini pulsionali, lavora a un livello che precede la significazione e la rende possibile. Una mossa felice, che spoglia il concetto del suo residuo teatrale e lo restituisce alla sua efficacia macchinica.
Qui la recensione si concede una nota di parte. Le semiotiche a-significanti, così decisive per Guattari, sono oggi ovunque nella psicoanalisi, che essa ne abbia o meno contezza. Guattari stesso, in Caosmosi, per pensare le componenti preverbali della soggettivazione ricorre agli affetti di vitalità di Daniel Stern; e proprio su quel terreno una parte consistente della clinica contemporanea ha imparato a trattare la seduta come trama intensiva e ritmica: le forme di vitalità, il conoscere relazionale implicito del Boston Change Process Study Group, la rêverie di Ogden, le trasformazioni del campo analitico post-bioniano di Ferro e Civitarese. Ciò che Guattari andava cercando fuori dalla psicoanalisi, la psicoanalisi lo ha nel frattempo elaborato dall’interno. L’ecosistema lacaniano in cui il volume si muove ha, su questo punto, più alleati di quanto sia solito ammettere: un dialogo che varrebbe la pena di aprire. Prima o poi…
Su questa base poggia l’analisi del presente. I dispositivi neoliberali della prestazione e dell’imprenditorialità vengono letti come potenti macchine fantasmatiche: hanno offerto una narrazione in grado di dare senso alla frammentazione e all’insicurezza, trasformandole in prove da superare, sfide da vincere, occasioni di autorealizzazione, dentro un’economia della promessa che scambiava il sacrificio presente con il successo a venire. Quando la promessa si svuota, i fantasmi collettivi della performance restano pienamente operativi nella produzione e distribuzione del desiderio, mentre i fantasmi individuali girano a vuoto; il godimento si dissocia dalle scene dominanti e da questo scarto emergono le nuove costellazioni sintomatiche – burnout, depressione, ritiro sociale, patologie narcisistiche, psicosi ad alto funzionamento – che il libro legge come espressioni di un conflitto crescente tra individuo e società.
Di qui la proposta, a nostro avviso, più preziosa: creare le condizioni per un passaggio dal sintomo come rifugio clinico al sintomo come campo di battaglia politico, luogo in cui la frattura tra il godimento e le sue rappresentazioni sociali si fa visibile e condivisibile. Il lavoro del soggetto sulla propria sofferenza può allora farsi sinthomo e gesto politico. Il sinthomo emerge quando il Nome-del-Padre smette di tenere insieme il soggetto e un’invenzione singolare ne assume la funzione: lo si maneggia, lo si utilizza, «ci si costruisce una vita». Attorno a questa invenzione prende forma l’ipotesi di un potere istituente eterogeneo -un potere minore, verrebbe da dire, coerente con la psicoanalisi minore rivendicata dal progetto -che emerge dalle pratiche stesse, privo di fondamento ultimo eppure capace di durata, e di un immaginario istituente in grado di riannodare le semiotiche e di aprire spazi di soggettivazione non eterodiretti. La clinica che ne discende rinuncia a ogni programma di normalizzazione e accompagna l’invenzione di forme singolari di vita.
Le pagine filosoficamente più dense riguardano il trascendentale. Il trascendentale kantiano è in questione quando si interroga il rapporto tra sensibilità e intendimento, materia grezza e soggetto dell’esperienza. Sia la formula del fantasma, che correla soggetto del significante e oggetto-causa del desiderio, sia il modo in cui la O di Bion è implicata nella funzione alpha, convocano questa apertura che altro non è che una domanda sulle condizioni di possibilità dell’esperienza. Così, sulla scia di una consolidata tradizione filosofica, il volume individua nella separatezza il trascendentale dell’intera costruzione kantiana e propone un cambio di postura: indagare la produzione stessa della separazione tra soggetto e oggetto, i quali ne sono semmai l’esito. Epistemologia e ontologia tornano così indiscernibili, e fantasma, dispositivo e assemblaggio si rivelano tre nomi di una medesima operazione macchinica: qualcosa si sa sempre attraverso qualcos’altro, la relazione precede i relati e li distribuisce ai propri estremi. Ne discende un trascendentale privo di fondazione a priori, che si produce epigeneticamente nella contingenza dell’incontro di una vita con ciò che la oltrepassa. È l’idea più promettente del libro, e trova un riscontro inatteso nell’analisi dei media: le interfacce contemporanee eseguono il mondo, là dove cinema e fotografia potevano ancora rappresentarlo, e Galloway le chiama per questo «soglie attive». «Percepire significa afferrare per traverso», ricorda il volume con Simondon: la formula potrebbe fare da esergo all’intero progetto.
La cartografia che ne risulta ha due lati. Uno rigido e ripetitivo, che scherma dal rischio di trovarsi disarmati davanti a ciò che eccede l’orizzonte del noto; uno aperto, in cui la relazione irrompe e ridisegna il campo del possibile, sempre sul punto di irrigidirsi a sua volta in nuova strategia di cattura ed estrazione. Tra i due corre un’incrinatura, testimonianza di un fuori privo di accesso diretto che continua a lavorare sotto ogni fantasma, ogni dispositivo, ogni assemblaggio. Contro il criterio capitalistico che appiattisce la performatività sul miglior rapporto tra input e output, il libro invita a uno sguardo attento allo stile con cui, di volta in volta, soggetti e oggetti si producono.
Proprio la solidità dell’impianto autorizza qualche discussione. In diversi passaggi, ad esempio, il volume sembra contrapporre l’Altro simbolico -il Nome-del-Padre di lacaniana memoria -al neoliberismo, come se quest’ultimo fosse una potenza esterna intenta a corrodere il simbolico, come se il discorso del capitalista operasse ormai al di là dell’Altro. Questo in parte è vero: per Deleuze e Guattari il capitalismo è precisamente la macchina sociale che esce dal regime del significante. Nell’Anti-Edipo la casa del significante è la macchina dispotica: è l’Urstaat imperiale a produrre il significante trascendente, e ciò che lo strutturalismo chiama ordine simbolico è per loro la proiezione universalizzata di quella formazione storica. Il capitalismo funziona diversamente: decodifica i flussi e li congiunge in un’assiomatica di quantità astratte che passa accanto al significante. Il denaro comanda senza significare; opera, direbbe Guattari, come semiotica a-significante, a ridosso del reale. Nel lessico di Deleuze e Guattari “ordine simbolico” designa tecnicamente il regime dispotico-paterno, e il capitalismo ne è il congedo.
Però il loro capitalismo compie sempre un doppio movimento: decodifica con una mano e ricattura con l’altra. Il simbolico, dentro il capitalismo, sopravvive dunque come materiale funzionalizzato, componente subordinata dell’assiomatica anziché cornice sovrana. In altre parole, rimane il nostro Altro.
A noi pare più convincente quindi un’altra lettura: il neoliberismo è una delle figure possibili della cattura da parte dell’Altro -o, per dirla con Deleuze e Guattari, un’assiomatica e un apparato di cattura e che con il montaggio patriarcale ha in gran parte rotto. L’ordine simbolico stesso ha sempre cercato di catturare il fantasma e in questo il capitalismo non è un alieno, con buona pace di Nick Land; oggi, semplicemente, ci riesce meglio, con mezzi più capillari e algoritmici, e produce in proprio i suoi fantasmi politici di inclusione e di esclusione. A disgregarsi, dunque, è la figura patriarcale del simbolico, la sua versione edipica: una disgregazione alla quale hanno lavorato la filosofia, il femminismo, le pratiche minoritarie, Virginia Woolf e lady Oscar, e se quel Nome-del-Padre si eclissa, chi scrive fatica a concepirlo come problema. Il rischio da scongiurare è una malinconia strutturale che misuri il presente sull’ombra del padre e scambi la mutazione dell’Altro per la sua scomparsa. Il volume comunque sembra conoscere bene il pericolo -rivendica di muoversi senza alcuna nostalgia per l’ordine perduto -e proprio per questo la sua semiotica del presente guadagnerebbe in coerenza assumendo fino in fondo che il capitalismo ordina e cattura a pieno titolo, ordine simbolico mutante o assiomatica a seconda del lessico, e che la partita si gioca tra regimi differenti di cattura.
C’è infine un orizzonte che il libro lambisce e che vale la pena esplicitare. Il trascendentale epigenetico, le interfacce che eseguono il mondo, il primato dell’operazione sulla rappresentazione: tutto converge verso il realismo agenziale di Karen Barad, verso l’idea di pratiche materiali-discorsive in cui conoscere ed essere si producono insieme, in intra-azione. In un progetto che conta già Haraway e Stengers tra le proprie alleate, la distanza è breve. E c’è allora da chiedersi cosa ne è dei tre registri lacaniani se ci affacciamo da questo vertice. Se la psicoanalisi avrà avuto un futuro -per dirla con il futuro anteriore caro a Lacan -sarà stata una psicoanalisi materiale-semiotica: è la direzione in cui, del resto, si sta muovendo tutta la psicoanalisi contemporanea, già da molto tempo, dal campo analitico pensato come processo materiale alla presa dei dispositivi tecnici sui corpi e sull’inconscio. Sinthomatologie si arresta un passo prima di questo incontro; i suoi concetti, però, lo domandano.
Lacan funziona qui come chiave di lettura ma anche limite, come punto di attraversamento e di frenata. Il tentativo che il volume compie a tratti, e che riteniamo oggi necessario dentro l’ecosistema lacaniano, è un divenire post-lacaniano: prolungare Lacan oltre Lacan, come il post-strutturalismo ha prolungato lo strutturalismo, fedele a un insegnamento proprio là dove lo tradiva. Significa farsi insegnare dai nuovi sintomi ciò che ancora non si sa, accettare che la teoria stessa sia un assemblaggio esposto alla propria incrinatura, disponibile a nuove alleanze: Guattari e Stern, Simondon e Barad, la diagrammatica delle intensità e la clinica del campo. D’altronde la psicoanalisi è da tempo sopravvissuta alla morte del padre e, tutto sommato, ci pare che stia meglio. Tanto più in compagnia di queste nuove alleate.