Parole chiave: Inquietudine, Difese, Desideri, Sogni, Trasformazioni
“Il tempo del la la la” di Luciana Littizzetto, Monadori, 2026
Recensione di Cristina Nanetti.
Leggere con lo sguardo della psicoanalisi “Il tempo del la la la”.
Uno dei privilegi della psicoanalisi consiste nell’imparare a leggere oltre la superficie dei racconti. Talvolta questo avviene nella stanza d’analisi, altre volte accade attraverso la letteratura. Anche un romanzo che non nasce all’interno del pensiero psicoanalitico può diventare un’occasione per riflettere su processi psichici profondi.
È ciò che mi è accaduto leggendo Il tempo del la la la di Luciana Littizzetto.
L’invito a partecipare a TuttoEsaurito[1], Il Festival dello Stress che si tiene a Bologna, mi ha portata a leggere questo romanzo che si è rivelato molto più di una semplice lettura preparatoria, ma una vera occasione di riflessione.
Per come conoscevo Luciana Littizzetto mi aspettavo di incontrare soprattutto la brillantezza della donna televisiva: la comicità, la battuta pronta, l’ironia dissacrante che da anni la caratterizzano, insomma immaginavo di sorridere. Non mi aspettavo, invece, di imbattermi in un romanzo che, dietro la leggerezza della scrittura, affronta alcuni dei grandi temi che attraversano quotidianamente anche il lavoro dello psicoanalista: il tempo, il corpo che cambia, l’amicizia, il desiderio, le difese, la paura di ricominciare e la possibilità di continuare a investire nella vita.
La storia è semplice. Tre amiche – Lola, Maura e Ida – si ritrovano abitualmente nello stesso bar. Un aperitivo, una chat, una ritualità che accompagna la loro amicizia da anni. Apparentemente non accade nulla di straordinario. Sono alle soglie dei sessant’anni e desiderano organizzare una festa per Lola che vorrebbe lasciar passare quel compleanno sotto silenzio, come se non nominarlo potesse tenere a distanza il tempo che passa: è proprio in questa quotidianità che prende forma qualcosa di prezioso.
Mi sono sorpresa a pensare quanto sarebbe bello avere amiche così. Donne capaci di ironizzare su sé stesse, di dirsi la verità senza umiliare, di discutere senza rompere il legame, di custodire le reciproche fragilità senza trasformarle in giudizio. Un’amicizia che ricorda quello spazio potenziale descritto da Winnicott, un luogo in cui è possibile giocare, pensare e mostrarsi senza dover continuamente difendere un’immagine ideale di sé.
Le tre protagoniste non sono uguali e non cercano di diventarlo. È proprio la loro diversità a costituire la forza del legame. Ben presto ho avuto l’impressione che il progetto di Ida e Maura non fosse semplicemente organizzare una festa per i sessant’anni di Lola. Mi è sembrato piuttosto il tentativo di riportare un’amica dentro la vita.
Lola è stata ferita dall’abbandono del marito, si prende cura dei genitori anziani, sente il peso dei sessant’anni come una soglia difficile da attraversare. La ferita sembra aver trasformato il nuovo in una minaccia, non è un caso che Ida le dica: “Tu non sei indifesa… sei in… difesa.”
In poche parole l’autrice descrive un movimento che chi lavora nella clinica incontra frequentemente: non è la fragilità a impedire il cambiamento, ma talvolta l’eccesso di difesa costruito proprio per proteggere quella fragilità.
Un elemento del romanzo che mi ha particolarmente colpito è la scelta di Luciana Littizzetto di far compilare alle tre protagoniste una lista dei propri desideri. Apparentemente è un espediente narrativo semplice, quasi un gioco tra amiche. In realtà mi è sembrato un invito a fermarsi, a interrogarsi sulla propria vita per poter forse riprendere il cammino in modo diverso.
Fermarsi a scrivere ciò che si desidera significa inevitabilmente chiedersi: che cosa mi manca? A che cosa ho rinunciato? Quali desideri sono ancora vivi e quali, invece, ho smesso di autorizzarmi persino a pensare? È un esercizio semplice solo in apparenza.
Le tre liste raccontano molto più delle protagoniste di quanto facciano molti dialoghi.
Lola continua a desiderare nonostante la paura, una frase della sua lista sembra descriverla bene: “Lasciarmi trovare dalle cose belle.” È una frase che contraddice il suo pessimismo dichiarato. Sotto la corazza, il desiderio continua silenziosamente a respirare.
Maura a un primo sguardo sembrerebbe la più equilibrata delle tre: ha una famiglia, insegna musica, conduce una vita ordinata. È proprio questa apparente stabilità a nascondere un’altra storia, quella di chi ha imparato a mettere il desiderio in secondo piano, scopre di aver rimandato troppo a lungo sé stessa, come se dovesse sempre aspettare il proprio turno. Viene spontaneo pensare a quella difficoltà, descritta da Piera Aulagnier, di riconoscersi il diritto di occupare un posto proprio, non definito soltanto dai bisogni degli altri.
Ida, infine, è forse il personaggio più sorprendente. La sua storia personale non è priva di malinconia, eppure sceglie ostinatamente di investire nella vita. Littizzetto riesce a descriverla con un’immagine molto efficace: Ida “piccona la realtà fino a stanarne almeno una briciola di buono”. Non si tratta di ingenuità, ma di una forma di speranza ostinata che continua a cercare possibilità anche là dove gli altri vedono soltanto limiti. È lei a ricordare a Lola “per te il nuovo è sempre un pericolo, mai un’opportunità”. Ida non nega la malinconia, sembra semplicemente rifiutarsi di lasciarle l’ultima parola.
Quelle pagine diventano una fotografia del rapporto che ciascuna intrattiene con i propri desideri. Forse è proprio questo aspetto che rende quella scelta narrativa così efficace: il lettore può arrivare a chiedersi quale sarebbe la propria lista.
Forse il romanzo suggerisce che nessuna delle tre rappresenta un modello ideale. Piuttosto, ciascuna incarna una modalità di affrontare l’esistenza che, in misura diversa, appartiene a tutti noi. Lola custodisce la memoria delle ferite, Maura quella del dovere, Ida quella del desiderio.
Più che tre personaggi separati, Lola, Maura e Ida sembrano dare voce a tre diverse organizzazioni dell’esperienza psichica: la parte ferita che teme di esporsi nuovamente, quella che sacrifica il desiderio al dovere e quella che continua ostinatamente a investire nella vita. I loro dialoghi ricordano il dialogo interno che ciascuno di noi intrattiene con le proprie diverse parti. Si potrebbe pensare che la salute psichica non consista probabilmente nell’essere una di loro, ma nella possibilità di far dialogare queste diverse parti di sé, per continuare a crescere.
Sembra che il romanzo rivolga un invito al lettore, non importa l’età anagrafica ma ogni tanto vale la pena domandarsi quali desideri continuino ancora ad abitare la nostra vita, quali abbiamo lasciato in sospeso e a quali abbiamo rinunciato senza nemmeno accorgercene. Perché la possibilità di cambiare non coincide con l’assenza del tempo che passa, ma con la disponibilità a lasciare che il desiderio continui a orientare il cammino.
Tra i molti temi che attraversano il romanzo, uno dei più significativi riguarda il corpo che cambia. Se la psicoanalisi ha dedicato molte riflessioni alle trasformazioni del corpo infantile, puberale, della maternità, molto meno è stato scritto sul corpo femminile nel tempo della menopausa e della vecchiaia. In queste stagioni della vita è richiesto un profondo lavoro psichico che consenta una rinegoziazione dell’identità. Littizzetto lo affronta senza negarne la fatica; il tempo lascia tracce sul corpo che non vengono né drammatizzate né banalizzate, diventano materia di racconto e, soprattutto, di condivisione.
Anche la riflessione sul concetto giapponese di Yutori fa pensare; il tempo vuoto che interrompe la frenesia del fare tipica della nostra società: “Smettere di dannarsi, di fare, fare, fare, ma stare e basta.” E ancora: “Rincorriamo la vita invece di viverla, procrastiniamo il benessere e lo ipotechiamo a un vago domani.”
Sono osservazioni che parlano direttamente alla nostra contemporaneità, dominata dalla prestazione e dall’efficienza. Il rischio della società della performance è quello di trasformare il soggetto nel principale sfruttatore di sé stesso. Littizzetto, con il linguaggio semplice della narrativa, arriva sorprendentemente vicino a questa stessa riflessione.
Tra i passaggi più intensi del romanzo vi è poi la leggenda di Artaban, il quarto Re Magio.
La leggenda di Artaban suggerisce una prospettiva diversa sul tempo. Non il tempo dell’orologio, ma il tempo della trasformazione. In una cultura orientata alla prestazione siamo facilmente portati a valutare il cammino dalle mete raggiunte. Artaban invece sembra ricordarci che il valore di un’esistenza si misura anche dalla qualità degli incontri, dalla capacità di lasciarsi interrompere dall’altro e dal tempo necessario perché un’esperienza possa diventare davvero trasformativa. È un tempo che, per molti aspetti, ricorda anche quello della cura psicoanalitica: un tempo lento, fatto di soste, deviazioni e ritorni, nel quale il cambiamento raramente procede in linea retta. Al rammarico di Artaban per essere arrivato da Gesù troppo tardi ecco la risposta: “Hai fatto bene, Artaban. Ti sei accorto degli altri, hai indugiato a mostrare misericordia ed è questo il dono più grande.”
In un tempo che premia velocità e raggiungimento degli obiettivi, questa piccola storia restituisce dignità alle deviazioni, alle soste, agli incontri inattesi. Ricorda che la qualità di una vita si misura anche dalla capacità di lasciarsi trasformare dalle relazioni.
Terminata la lettura mi è rimasta una convinzione. Il tempo del la la la non è semplicemente un romanzo sull’amicizia, sulla menopausa o sull’invecchiamento, sul tempo che passa, su quello che sembra perduto, su quello che attende. È, prima di tutto, un invito a fermarsi, a pensare a sé stessi, a lasciare che il desiderio non si spenga. Perché il desiderio continua a esistere nonostante le ferite, il corpo che cambia e le delusioni. Lola continua a desiderare, anche quando non ci crede più. Maura ricomincia lentamente ad autorizzarsi a desiderare. Ida non smette mai di investire sul desiderio.
La sorpresa più grande, almeno per me, è stata scoprire una Luciana Littizzetto diversa da quella che conoscevo. Non meno ironica, ma più profonda. Una scrittrice capace di utilizzare l’umorismo non per allontanarsi dalle emozioni, ma per renderle condivisibili e pensabili. Freud, nel breve scritto del 1927 dedicato all’umorismo, osserva che esso rappresenta una delle forme più mature di funzionamento psichico: non elimina il dolore né lo nega, ma permette di guardarlo senza esserne completamente sopraffatti.
Forse è proprio questa la funzione più preziosa dell’ironia che attraversa tutto il romanzo, non eliminare il dolore, ma permetterci di attraversarlo senza esserne annientati.
Perché, al di là dei sintomi e delle sofferenze, il nostro lavoro consiste sempre, in fondo, nel cercare di restituire alle persone la possibilità di desiderare ancora. Forse è anche questo ciò che la letteratura sa fare: ricordarci che il desiderio può continuare ad esistere anche quando avevamo dimenticato di averlo.
Bibliografia
Aulagnier, P. (1975) La violenza dell’interpretazione. Dal pittogramma all’enunciato, Borla, Roma.
Freud, S. (1927) L’umorismo, in Opere, vol. 10, Boringhieri, Torino.
Littizzetto, L. (2026) Il tempo del la la la, Mondadori, Milano.
Winnicott, D.W. (1971) Gioco e realtà, Armando Editore, Roma.
[1] Format ideato e creato da Emilio Marrese, giornalista di Repubblica giunto alla Quinta Edizione