Parole chiave: Storia, Verità, Finzione, Lutto, Memoria
“La vérité de l’histoire” a cura di Isée Bernateau e Laurence Kahn, PUF, 2026
Scrittura della verità, scrittura della storia.
Recensione di Gianni de Renzis
In Gesti d’aria e di pietra (2005), un commosso ricordo dello psicoanalista e amico Pierre Fédida, così esordisce George Didi-Huberman: «La parola più giusta non è quella che pretende di “dire sempre la verità”. Non si tratta neppure di “dirla a mezzo”, questa verità, regolandosi teoricamente sulla mancanza strutturale di cui le parole, attraverso la forza delle cose, recano il segno. Si tratta di accentuarla. Di illuminarla – di sfuggita, in maniera lacunosa – attraverso istanti di rischio, decisioni su uno sfondo d’indecisioni. Darle aria e gesto».
Queste parole, con il loro intreccio di apodittiche preclusioni e di allusivi eppur non meno perentori suggerimenti, mi sono ritornate alla memoria mentre tentavo di raccogliere qualche impressione, appena terminata la lettura del libro La vérité de l’histoire, che contiene i contributi di Isée Bernateau, Laurence Kahn, Aline Cohen de Lara, Michel Granek, Benoît Verdon, Catherine Matha.
Un’associazione inattesa, giacché quel titoloaveva indotto in me legittime preoccupazioni di insufficiente competenza rispetto a questioni di inesauribile riflessione filosofica. Già mi apprestavo a rintracciare qualche autorevole appoggio bibliografico, a partire dal testo di Ricoeur Storia e verità (1955); o cercandolo in quello di Foucault, Discorso e verità [1983(2004)]; a complicare le cose mi dicevo che, seppure non indicata esplicitamente, la psicoanalisi dovesse essere tenuta nel debito conto; e dunque ipotizzavo il ricorso almeno al de Certeau di Storia e psicoanalisi (2002) per approdare al più recente Freud e la storia (2015), dello storico Aurelio Musi, su cui conservo qualche annotazione per aver partecipato a una sua presentazione. Un’impresa facilitata da una circostanza sorprendente, poiché a quei testi proprio da poco avevo fatto ricorso, per un mio contributo a un volume di prossima pubblicazione (Psicoanalisi e etica della verità. Ma quale verità?).
A lettura completata di “questa” Vérité de l’Histoire, l’incipit di Didi-Huberman, con i suoi fuggitivi e lacunosi accenni critici alle dichiarazioni lacaniane di dirla sempre, la verità, anche se la si può solo mi-dire, a causa di quel manque da cui le parole sono costitutivamente affette rispetto alle cose (per un lapsus calami era comparso un “sostitutivamente”!) mi è sembrato non solo utile a smorzare l’apprensione iniziale, ma anche meglio corrispondente alla sua verità.
A partire dal testo di Bernateau che, attraverso l’interrogativo Quelle est la verité de l’histoire? mette in questione il titolo stesso del libro, denunciando «l’ingannevole semplicità apparente delle relazioni fra storia e verità» (pag. 9); la traduzione è mia, come in seguito quella di altre porzioni del testo. Precisa Bernateau: «Quando si tratta della Storia [qui usa l’iniziale maiuscola] la Verità sembra dover diventare essa stessa maiuscola, data l’importanza di conoscere la Verità della Storia dietro le manipolazioni e le menzogne – chiamate oggi post-verità […] Quando si tratta della storia individuale, le maiuscole, cadendo, portano con loro la nobile unicità del singolare e i plurali fanno il loro ingresso: vi sono delle storie, delle verità […] Impossibile, comunque appoggiarsi sul regime di verità della piccola storia per comprendere quello della grande»: eppure «l’interesse della psicoanalisi è tuttavia poter pensare la loro articolazione su un’esigenza di verità» .
Entra qui in gioco l’azione dell’inconscio, con la distinzione fra verità (psichica) e realtà (materiale), continua Bernateau citando non la celebre lettera a Fliess del 21 settembre 1897, ma quella del 1896 in cui Freud paventa ostilità e isolamento «tali che si direbbe che io ho scoperto le più grandi verità» (una posizione che ricorda il Foucault del testo sulla parresia e le sue implicazioni etiche in chi si assume la responsabilità di “dire il vero”, accettando il rischio di ostilità e isolamento); per stringere poi l’interrogativo in relazione alla psicoanalisi: Quelle vérité?[1] Quella dell’inconscio recuperata attraverso le associazioni libere dalla censura e dalla rimozione; o quella storica recuperabile in una costruzione verosimile attraverso le tracce; o quella nel transfert di “momenti verità” di un passato che non passa?
Ancora un punto di domanda per il successivo paragrafo: Qui détient la vérité de l’histoire? Viene qui ribadita la relazione fra la grande storia e la piccola storia individuale, relazione complessa, con pretese reciprocamente esplicative, ma pur sempre comportanti dei resti reciprocamente irriducibili. Freud, ricorda l’autore, usa lo stesso termine di verità storica per entrambe, ma, se la plasticità psichica consente gli sviluppi della civiltà, è pur vero che lo psichico primitivo può sempre ritornare.
Conclusione, sotto forma di un ultimo interrogativo, questa volta palesemente retorico: i disordini del nostro tempo non sono l’insopportabile conferma di questa brutale verità?
Questo lavoro, anche se non viene così proposto, è una sorta di introduzione a quelli successivi, attraverso una batteria di interrogativi stringenti e concentrici, in cui mi sembra possibile enucleare alcuni nodi ritornanti che permettono di riconoscere come un fil rouge che ha costituito forse l’esigenza “attuale” intorno alla quale si sono convocati gli autori rispetto a un argomento che altrimenti si potrebbe dire “perenne”. Segnalo innanzitutto il rapporto fra verità della Storia e quella delle singole storie personali; poi quello fra documenti, tracce, memorie rispetto a deformazioni, rimozioni, negazioni sia consce che inconsce; infine, il rimando di tutte queste riflessioni ai “disordini del nostro tempo”. A queste indicazioni, per così dire esplicite, se ne può aggiungere un’altra, sottesa, ma non meno cogente, di cui dirò in conclusione.
Nella prosecuzione di questa lettura, proverò a dar conto delle riprese, amplificazioni, trasformazioni di questi interrogativi nei successivi lavori.
A partire da quelle riconoscibili nel saggio successivo di Kahn, che sotto il titolo L’incontrôlabilité du réel (lo stesso di un capitolo del libro di P. Roth Operazione Shylock Una confessione (1993), l’autore al centro delle riflessioni dell’autrice), propone il suo argomento in queste parole: Jouer franc-jeu. Non posso intanto fare a meno di notare, tenendo conto di un successivo lavoro presente in questa raccolta dedicato a Sabina Spielrein, che jouer franc-jeu sembra proprio la traduzione letterale di Spielrein! Kahn non lo evidenzia, ma se si tratta di una casualità, l’accondiscendenza del caso rimane in tal caso notevole.
L’incipit del suo testo: «ciò che provano i cimiteri non è che i morti sono presenti, ma invece che non sono più là e che, quanto a noi, noi continuiamo a essere là» è una citazione da Patrimonio (1991), una delle due opere biografiche di Philip Roth, dedicata alla malattia e alla morte del padre; biografie che dovrebbero distinguere il vero dal falso, considerato che già le sue opere di fantasia erano destinate a dire una verità della storia che le récit storico ufficiale manca necessariamente.
In questa riflessione non c’è soltanto la condivisione, comunque congiunturale per quanto imponente, di una soggettiva esperienza luttuosa: Roth, ricorda Kahn, riannoda i fili della piccola e della grande storia: i nonni emigrati dalla Galizia, la difficoltà di integrazione per l’antisemitismo americano, una ribellione sia contro le convenzioni ebraiche che contro le buone maniere americane; e così riprende il tema della presenza e dell’assenza, attraverso l’inversione spaesante che disloca i morti dai cimiteri in un altrove sconosciuto, mentre i vivi continuano a trovare residenza proprio lì… Torna alla mente la risposta alla domanda “Vai lontano?”, eloquentemente ironica ma al contempo altrettanto dolente, da parte di uno Ostjuden in partenza dal suo shtletl: “Lontano da dove”, presente già nel titolo del libro di Magris dedicato a un altro Roth, Joseph, e alla tradizione ebraica-orientale.
A questa Incontrollabilità del reale, a questa aspirazione a raggiungere allora la cosa stessa, Rothdà una risposta sorprendente in Patrimonio, il cui sottotitolo è Una storia vera: per preservare ciò che si è irrimediabilmente perduto come in un lutto (o almeno per perpetuarne una inesauribile ricerca) bisogna trovare il coraggio di liberarsi degli oggetti che a quel lutto rimandano invece che conservarli. A questa “materializzazione della perdita”, Kahn dedica una perspicua riflessione, evidenziando la differenza fra i due termini freudiani Verkorperung e Reinkarnation; il primo “dà corpo” alle formazioni immaginarie, materializza, sposta, ad esempio, l’oggetto perduto sulla persona dell’analista [viene ricordato il rischio denunciato da Fédida (1992) di considerare nel transfert la persona dell’analista come ersatz dell’oggetto perduto]. L’incarnazione invece dà carne, è la reincarnazione di un personaggio del passato. Nella conclusione del lavoro, attraverso un altro testo di Roth, Complotto contro l’America (2004), ritroviamo la preoccupazione per l’attualità, attraverso la capacità dell’ucronia di dire la verità attraverso la finzione, quella verità che svela il terrore dell’imprevisto occultato dalla scienza della storia, che invece fa di un disastro un’epopea.
Per dire queste verità Roth moltiplica i suoi doppi, riconducendo fin dentro la soggettività individuale quella perdita di rassicurante ubi consistam già evocata nel libro di Magris (1971). Ma in questi interminabili raddoppiamenti, sdoppiamenti, riflessioni, rifrazioni, diffrazioni dell’identità, la potenza della finzione, sempre “investita di [un qualche] affetto” che la rende indistinguibile dalla verità, proprio usurpandone ogni rivendicazione differenziale ne testimonia l’irriducibile singolarità. Ne è “dimostrazione” una nota in margine a Operazione Shylock ripresa da Kahn: «Questo libro è un’opera di finzione; questa confessione è falsa» (pag.14): una riproposizione di una nota declinazione del paradosso del mentitore; che però non si limita a proporsi come divertente “passatempo” per sfide logico-linguistiche, giacché – commenta Kahn confrontando le “storie” inventate da Roth con la fatica del vero storico Pierre Vidal-Naquet (1987) – la potenza della finzione può giungere al negazionismo e al revisionismo. Ecco allora l’esigenza di proporre questa riflessione, proprio a conclusione del suo testo: «al cuore dei fatti storici collettivi, la finzione permetterebbe così di raggiungere la fonte di una verità psichica individuale, senza la quale, forse, non potremmo riuscire a compiere il passo tanto complicato fra psicologia individuale e psicologia delle masse». Torna uno dei tratti caratterizzanti la tessitura del libro, pur nella peculiarità dei singoli autori, che avevo provato a individuare già nell’iniziale contributo di Beranteau.
È una sorta di passaggio di testimone quello che mi sembra di poter riconoscere nell’avvio del lavoro di Granek, anzi già nel titolo che lo introduce: La vraisemblance n’est pas nécessairement le vrai. Histoire, fiction et vérité psychique. Nella prima parte del suo contributo, l’autore ripercorre il tragitto freudiano, a partire dall’abbandono della teoria traumatica, per porre poi a confronto Modello archeologico [e] modello narrativo, precisando che un fantasma può nascondere un altro, ma può nascondere anche un avvenimento reale e che, comunque, il modello archeologico non fu mai da Freud del tutto superato. È qui criticata la pretesa di far collassare la verità storica in verità narrativa, fino a risolvere verità narrativa [in]verità artistica, facendo cosìtornare attraverso un linguaggio che diviene performativo, la seduzione e la suggestione! Granek riprende poi il problema de La verità all’epoca postmoderna, segnata da Trump e dalla postverità. Mi pare così confermato che per gli autori del libro la verità della storia abbia assunto al contempo il valore di un terminus a quo e di un terminus ad quem, mossi dall’esigenza di trovare nella sua interrogazione una qualche risposta alla drammatica problematicità attuale che coinvolge, stravolgendole insieme, storia e verità. Ma poi l’autore propone un paragrafo che, fin dal titolo, indica una declinazione del tema, almeno a prima vista, inattesa: Shoah trasmissione e scrittura, due approcci alla verità.
L’intento è quello (presente nelle indicazioni di altri contributi, ma qui testimoniato in prima persona) di ricercare la verità attraverso piccole storie di una famiglia sullo sfondo della grande storia. Viene avviato un confronto fra il libro Gli scomparsi (2006) di Mendelsohn e quello dello stesso Granek Une grande voyage (2022), entrambi esempio del lavoro psichico che si impone come necessità, esistenziale prima ancora che etica, di parenti e sopravvissuti allo sterminio nazista, per riappropriarsi di una storia in-credibile che rischia di scomparire insieme con gli innumerevoli scomparsi che in essa sono “svaniti”. Mendelsohn ha scritto un libro su come scrivere sulla Shoah, Granek ha voluto fare «un lavoro di identificazione, cercando in me l’esumazione di identificazioni criptiche». Noto una sorta di radicale inversione, tuttavia più dialetticamente tensionale che semplicemente oppositiva, fra la modalità di elaborazione del lutto segnalata da Kahn nel suo commento a Philip Roth e quella testimoniata da Granek: la prima segnata da una paradossale strategia di preservazione della memoria psichica attraverso la dismissione di memorie oggettuali, la seconda, al contrario, fondata sulla necessità di garantire la realtà della memoria psichica attraverso le testimonianze rintracciate nella oggettività della realtà materiale. La spiegazione di tale contrapposizione va ascritta alle opposte condizioni in cui chi resta in vita deve confrontarsi con i morti; che sono, nelle esperienze ricordate e vissute da Granek, talmente più irrimediabilmente scomparsi da muovere l’esigenza di recuperare la prova della loro reale esistenza in vita.
Il testo di Granek si conclude con un richiamo al 7 ottobre e allo shock per “un mai più” che si credeva scolpito nel marmo della storia. Questo il suo commento finale: «Una concezione della storia appropriata all’epoca in cui viviamo, esige, insieme al dovere di una memoria rigorosa, la libertà che Freud rivendica e che certi autori-sopravvissuti riconoscono come indispensabile».
La scelta di privilegiare la ricerca di snodi ritornanti, a scapito di un resoconto più disteso dei vari contributi del libro mi costringe, a proposito delle Des histoires de vérité dans la cure di Cohen de Lara, a segnalare soltanto la storiella ebraica, ricordata da Freud a Fliess di chi, andando a cavallo senza competenza, alla domanda “dove vai?” risponde “non lo so, chiedilo al cavallo”, per il richiamo irresistibile a quel disorientamento – attivamente “cavalcato”, mi verrebbe da dire, per reagire a una condizione altrimenti da sopportare soltanto passivamente – riconoscibile nella risposta “Lontano da dove?, alla domanda “Vai lontano?”
Devo lasciare al lettore il piacere di seguire le vicende del paziente di Verdon, resistente, dopo una crisi cardiaca, a riconoscere la “fragile verità del maschile” per approdare all’ultimo contributo del libro, dedicato da Matha a quella Sabina Spielrein che aveva chiesto a Jung, anche con l’intercessione di Freud, di jouer franc-jeu. Vengono indicati tre principali paradigmi linguistici intrecciati nel concetto di verità nella cultura occidentale: quello ebraico di ‘emet, connesso alla fiducia e all’attesa; quello greco di aletheia che rimanda allo svelamento del latente; quello latino di veritas con accezioni metodologico-procedurali. Tutti rintracciabili in psicoanalisi e qui nella plainte[2] di Spielrein riportata anche a Freud sulla verità dell’amore di transfert. Questione cruciale, su cui tornerebbe utile la differenza fra Verkörperung e Reinkarnation segnalata da Kahn; una più dispiegata disamina si ritrova in F. Napolitano, “Il paradosso del transfert” (2011).
Post-scriptum
Chi ha seguito le mie riflessioni avrà presumibilmente già riconosciuta quella cifra latente cui avevo alluso inizialmente; in un caso, tematizzata a chiare lettere, in altri riconoscibile per la frequenza di rimandi che solo distrattamente si potrebbero ritenere casuali, in altri ancora, forse, enfatizzati nella mia lettura da quella violenza dell’interpretazione che consegue alla seduzione di far quadrare i propri conti senza resti “indisciplinati”. Si tratta, per dirla in modo sintetico, della “questione ebraica”. Mi limito a nominarla, immaginando che le vicende della nostra attualità abbiano interpellati gli autori di questa verità della storia con particolare urgenza, spingendoli a una plainte foriera di ulteriori elaborazioni umane e teoriche.
Bibliografia
de Certeau, M. (2002). Storia e psicoanalisi. Torino, Bollati Boringhieri, 2006.
Didi-Huberman, G. (2005). Gesti d’aria e di pietra. Reggio Emilia, Diabasis, 2006.
Fédida, P. (1992). Crisi e controtransfert. Roma, Borla, 2000.
Foucault, M. [1983(2004)]. Discorso e verità. Romas, Donzelli, 2005.
Freud, S. (1887-1904). Lettere a Wilhelm Fliess. Torino, Bollati Boringhieri, 1990.
Granek, M. (2022). Une grande voyage. Paris, David Reinharc.
Magris, C. (1971). Lontano da dove. Joseph Roth e la tradizione ebraico-orientale. Torino, Einaudi.
Mendelsohn, D. (2006). Gli scomparsi. Milano, Neri Pozza, 2007.
Musi, A. (2015). Freud e la storia. Soveria Mannelli, Rubbettino.
Napolitano, F. (2011). Il paradosso del transfert. Relazione presentata al Convegno “I nuovi volti del transfert”. OfficinaMentis e Ali Bologna, Bologna 12 novembre.
Ricoeur, P. (1955). Storia e verità. Lungro di Cosenza, Marco, 1994.
Roth, P. (1991). Patrimonio. Torino, Einaudi, 2007.
Roth, P. (1993). Operazione Shylock. Una confessione. Torino, Einaudi, 1996.
Roth, P. (2004). Complotto contro l’America. Torino, Einaudi, 2005.
Vidal-Naquet, P. (1987). Gli assassini della memoria. Roma, Viella, 2008.
Gianni de Renzis
Via Egiziaca a Pizzofalcone, 43
80132 Napoli
e-mail: giovanni.derenzis@spiweb.it
[1] Qui e in seguito questi riferimenti in corsivo corrispondono ai titoli dei paragrafi dei contributi degli autori.
[2] Plainte: lamento, rimostranza, ma anche accusa, perfino denuncia formalizzata; l’A ne ritrova un intreccio ambivalente nella vicenda umana e e teorica della Spielrein